Il governo delle finte libertà e dei doveri soltanto altrui

Il “green pass” è necessario? E’ una domanda inflazionatissima in questi giorni. Una domanda legittima, perché questo lasciapassare per la vita “normale“, al tempo della quarta ondata pandemica, sta...

Il “green pass” è necessario? E’ una domanda inflazionatissima in questi giorni. Una domanda legittima, perché questo lasciapassare per la vita “normale“, al tempo della quarta ondata pandemica, sta mostrando tutte le contraddizioni che si trascina faticosamente appresso e riversa su ognuno di noi. A cominciare dalle tante circostanziate norme contenute nel decreto del governo che differenziano i comportamenti a seconda del contesto (e del luogo) in cui ci si trova.

Se è vero che non si può prevedere ogni singola situazione che può venirsi a creare dopo l’entrata in vigore di una norma, è altrettanto vero che si dovrebbe scriverla evitando di creare della disparità così abnormi ed eclatanti da poter essere inscritte nel cerchio delle oggettività conclamate. Differenziare, pensando di adeguare meglio la Legge al contesto in cui andrà applicata, caso per caso, a volte porta soltanto a generare ineguaglianze e ad aumentare le già tante situazioni discriminatorie che indirettamente vengono a crearsi.

Si può scrivere una norma generale, che valga ugualmente per tutti, senza scadere nella generalizzazione, che è sovente sorella siamese della banalizzazione. Se per partecipare attivamente alla vita di ogni giorno, in ogni luogo pubblico e sociale, evitando che l’infezione circoli maggiormente serve un lasciapassare, ben venga questo pezzo di carta o questo codice QR da mostrare sul proprio telefonino. Ma nella più assoluta chiarezza.

Invece i governi sembrano evitare le decisioni per abbracciare una specie di metodo da laboratorio: la sperimentazione delle norme, adeguandole successivamente a seconda dei pasticci che hanno creato, delle insufficienze che hanno dimostrato, degli eccessi che hanno sviluppato. Tutto è migliorabile, tutto è aggiornabile ed adattabile alle circostanze freneticamente mutevoli delle nostre vite. Ma una visione di più lungo periodo non guasterebbe. Manca, proprio questo nel decreto sul “green pass“: una empatia col Paese, col disagio globale. Manca una attenzione nei confronti delle realtà tanto sociali quanto economiche più disagiate.

Così facendo si deteriorano ulteriormente i rapporti tra rappresentati e rappresentanti, mettendo la democrazia in serio pericolo una volta che l’emergenza sarà finita, quando si sfalderà la maggioranza di “unità nazionale” che, al momento, contiene i furori elettoralistici e la sete di potere politico (e di rappresentanza di quello economico) di ogni forza politica.

Vaccinarsi è un dovere morale, civile e persino sociale. Su questo non dovrebbe esservi nessunissima ombra di dubbio, pur mantenendo tutte le criticità sulle metodologie intraprese, sulle influenze del mercato nei confronti della scienza e così via… Un dovere che dovrebbe quindi coinvolgere i cittadini una grande responsabilizzazione reciproca, di massa, per garantirsi gli uni nei confronti degli altri una protezione maggiore nei confronti della diffusione del virus.

La premessa è questa. Chi non la condivide, pur legittimamente, si colloca volontariamente o meno in quella zona di grigio attendismo che finisce con l’essere un comodo limbo dove osservare gli accadimenti, pretendendo allo stesso tempo di continuare a far parte del consesso civile, pubblico e sociale. Una contraddizione palese, evidentissima, tanto quanto quelle opposte che proprio il decreto del governo ci mette innanzi.

Data la premessa per buona e accettabile, il passo successivo è l’ottenimento del certificato verde: è una conseguenza. Causa ed effetto: vaccino fatto, “green pass” ricevuto. Se fosse così semplice, non si finirebbe sul pericoloso crinale tra costituzionale e incostituzionale, tra “norma positiva” e induzione, per così dire, indirettamente coatta. Una forzatura che il governo fa per non mettere l’obbligo vaccinale, che avrebbe semplificato molto il tutto ma avrebbe, ovviamente, posto le istituzioni davanti alla presa di responsabilità su ogni singola vaccinazione.

Un potere codardo e ipocrita sta, quindi, sfuggendo ad una scelta tutta politica per riversare sui cittadini l’onere di una scelta tutta morale: vaccinarsi o rinunciare ad una serie di attività quotidiani, di spazi pubblici e privati, di eventi e di relazioni sociali da cui nessuno dovrebbe essere escluso. Il governo alimenta così una tensione palpabile, rischiando di addizionare ai tanti pretesti per non vaccinarsi anche la rabbia per una imposizione mascherata da libertà, per un obbligo travestito da scelta in pieno intendimento e in piena, autonoma volontà.

Invece di provvedere a separare le tante contraddizioni che la pandemia ci ha regalato in questi due anni, Draghi e i suoi ministri optano per una deresponsabilizzazione istituzionale a carico delle coscienza dei cittadini che, invece, dovrebbero essere tutelati dalla Repubblica tanto sul piano fisico quanto su quello morale.

Non si può fermare un patogeno che aggredisce il corpo mettendo nel circolo della società un altro virus non certo meno invasivo per la vita di ognuno e di tutti: lo svilimento dello strumento legislativo di uno Stato democratico, ridotto a servitore dell’ipocrisia di governo che, invece di operare delle scelte chiare, scarica sui cittadini le proprie mansioni, i propri alti doveri. Così si apre la strada ad una insoddisfazione generale che non può che nuocere alla tenuta sociale, civile e persino culturale del Paese.

Il “green pass” era nato come strumento per facilitare la circolazione dei cittadini degli Stati dell’Unione europea all’interno ed anche all’esterno della stessa. E’ stato invece trasformato in un bastone di Arlecchino: colpire senza fare troppo male, ma trasmettendo bene il senso della commedia dell’arte che recitiamo ogni giorno. Costringere senza costringere. Sembra diventato uno slogan, meglio ancora un calembour al servizio della progressiva, inesorabile accettazione da parte dei cittadini di un principio che non sposeranno per convinzione ma solo per coercizione.

Il chiaroscuro creato tra libertà e ordine esplicito non favorisce la prima e genera solo confusione riguardo al secondo. Per questo, giustezza della vaccinazione e conseguente necessità di una qualche forma di tutela della salute in una fase di lenta transizione dal biennio pandemico al tanto declamato “ritorno alla normalità“, finiscono per somigliare al preludio di una stagione di restrizioni che esulino dall’eccezionalità del momento.

Draghi afferma di voler sostenere la scienza, di cercare la collaborazione di tutti i cittadini, ma alla prova dei fatto non fa altro se non tradire queste asserzioni, svilendo il significato più profondo della Legge che deve, prima di tutto, essere fatta per la garanzia comune, per la tutela di ognuno e di tutti, per difendere la società da arbìtri di qualunque tipo.

Invece, ancora una volta, il potere mostra e dimostra di essere inevitabilmente contraddittorio quando deve regolare la complessità dei comportamenti con quella della morale, la dinamicità delle tante differenze che si incrociano ogni giorno con la staticità di una pesantezza burocratica che non si ferma, purtroppo, dove inizia la libertà dell’uomo e del cittadino.

Vaccinarsi è un dovere e lo rimane, nonostante questo Stato faccia di tutto per negare la Repubblica, i suoi princìpi di morale politica. Anche avere il “green pass” è necessario. Ma, sposato senza se e senza ma il pragmatismo del civismo e della condivisione sociale delle soluzioni ai problemi, rimane il giudizio criticamente negativo su un esecutivo che decide soltanto quando il “rischio di impresa politica” è basso; mentre non fa la scelta quando deve, quanto meno, condividere questo rischio e farsene debitamente carico.

Decidere di non decidere, facendo credere che si tratti della più ampia libertà possibile, dimostra tutta l’inadeguatezza del governo a guidare il Paese nella tempesta dell’emergenza sanitaria che non è per niente al capolinea…

MARCO SFERINI

8 agosto 2021

foto: screenshot

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