I falchi e le colombe che si affrontano nel consiglio direttivo della Banca Centrale Europea (Bce) hanno trovato ieri a Francoforte un accordo all’unanimità sull’aumento a sorpresa dei tassi di interesse di 0,5 punti base, e non dello 0,25 come previsto, e sul varo dello «Strumento per la protezione della trasmissione della politica monetaria» (Tpi), detto anche «scudo anti-spread».

L’intesa ha accontentato i primi e ha tranquillizzato le seconde. Per il momento, anche se molti sono i dubbi le incertezze su un ciclo economico in netto peggioramento ed esposto a variabili della crisi globale che la Bce ha prima trascurato (l’inflazione non è transitoria come si credeva, ma è destinata a durare) e oggi sa di non padroneggiare.

La chiusura del gas russo, ad esempio, potrebbe fare piombare l’Europa in una recessione a partire dalla fine del 2022. Inoltre c’è il rischio di innescare un ciclo recessivo a causa dell’aumento dei tassi di interesse che aumenterà il costo del denaro e potrebbe rallentare ancora di più la crescita, i consumi e dunque anche i salari.

Dopo un timido entusiasmo iniziale ieri l’euro è crollato rispetto al dollaro dopo la conferenza stampa di rito della presidente della Bce Christine Lagarde. Le Borse sono piombate in negativo. La peggiore è stata Milano (-1,90%), già addolorata per la perdita del Re Sole, il governo guidato da Mario Draghi che si è accartocciato su se stesso. Un effetto della crisi sistemica che sta percorrendo il continente mentre i suoi dirigenti restano «stupefatti». Una condizione a dir poco preoccupante perché attesta la debolezza di una compagine vulnerabile ed esposta agli eventi. Lagarde, sul punto, ieri ha rifiutato ogni commento. In compenso, le sue decisioni hanno tutto il sapore della politica.

Il rialzo dei tassi di interesse deciso dalla Bce è stato il primo dal 2011 ed è stato concepito, non diversamente da quello deciso dalla Federal Reserve statunitense (Fed), per contrastare l’aumento dell’inflazione nell’Eurozona che a giugno ha raggiunto il massimo storico dell’8,6 per cento ed è ritenuto necessario per riportarla, in tempi ancora sconosciuti, sotto il 2%, cioè il livello stabilito dal mandato sulla stabilità dei prezzi.

Con lo scudo «anti-spread», cioè il «Tpi», la Bce ha inteso costruire un contrappeso, probabilmente insufficiente sia per le risorse sia per la natura stessa dello strumento, per controbilanciare l’esaurimento delle politiche monetarie espansive che hanno caratterizzato la crisi precedente che ha reso famoso Mario Draghi, quella del «Whatever It Takes».

L’obiettivo della banca centrale è, ora, impedire la «frammentazione» nell’Eurozona usando anche le risorse avanzate dalle ultime politiche monetarie attive e in esaurimento. Il «Tpi» è un nuovo strumento finanziario volto a proteggere gli Stati più indebitati come l’Italia dagli attacchi speculativi al proprio debito. «Potrebbe essere attivato per contrastare dinamiche di mercato ingiustificate e disordinate che minacciano gravemente la politica monetaria nell’area dell’euro».

Il problema politico che si intravvede già dietro il nuovo strumento partorito dalla Bce è legato alle quattro condizioni da rispettare al fine di ottenere il sostegno, qualora ce ne fosse bisogno.

La prima è la «conformità a quadro di bilancio dell’Ue». Secondo: per attivare lo «scudo anti-spread» il paese non deve avere «gravi squilibri macroeconomici, né essere soggetto a una procedura per gli squilibri eccessivi. Il terzo criterio riguarda la sostenibilità di bilancio.

La Bce terrà conto del giudizio della Commissione europea, del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), del Fondo monetario internazionale (Fmi) e di altre istituzioni. Il quarto punto è quello più importante soprattutto per l’Italia che si è legata mani e pieni al «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (Pnrr). Se non rispetterà i vincoli stringenti e imperativi delle sue scadenze è anche possibile che la Bce possa decidere, a suo insindacabile giudizio, di non aiutare il paese ad allentare una tempesta sullo spread con il suo piano «Tpi».

Anche se Lagarde ieri lo ha escluso, il rischio di influenzare con l’arma finanziaria le sorti politiche di un paese è oggetto di polemiche da giorni su molti giornali europei, ovviamente non su quelli italiani. Va ricordato che, nel caso dello scontro politico decisivo contro la Grecia di Tsipras, l’ex presidente della Bce Draghi decise l’«annegamento monetario» dello Stato. Così lo ha definito Yanis Varoufakis nel suo libro Adulti nella stanza.

Tanto basta oggi per capire come il «Pnrr» può diventare uno strumento formidabile per condizionare ancora di più ciò che oggi è già evidente. È stato inserito un altro tassello nel mosaico di una crisi che rischia di avvitarsi su se stessa. L’inquietudine attraversa l’Europa.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

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