Eros e bellezza, sublimazioni platoniche di amore e conoscenza

La bellezza in quanto concetto è inesprimibile solamente a parole. Non solo perché siamo nel campo dell’astratto se ci riferiamo all’idea di bellezza in quanto tale, ma soprattutto perché...

La bellezza in quanto concetto è inesprimibile solamente a parole. Non solo perché siamo nel campo dell’astratto se ci riferiamo all’idea di bellezza in quanto tale, ma soprattutto perché questa astrattezza è prima di ogni altra cosa astrazione stessa dal contesto. Il bello è, soggettivamente, insito in qualunque manifestazione reale della materia, in qualunque sua trasformazione ed evoluzione.

Ma il bello è anche commisurabile, mediante il nostro sguardo interiore, proprio se proviamo a chiudere gli occhi e ad immaginarlo, a ciò che anzitutto ci fa piacere, ci regala emozioni di gioia, di spensieratezza; ciò che, se ci avviciniamo al metro passionale, è commovente.

La commozione è un termometro per comprendere una intrinsecità della bellezza di qualcosa, di qualcuno, di un fenomeno come di un luogo, del sogno come della realtà; del fisico come del metafisico. Bello è, del resto, pensare il bello stesso. Preferiamo sempre rifugiarci nel piacevole, nel tollerabile – se proprio dobbiamo lambire i confini del dolore – piuttosto che nel brutto, nell’orribile, nell’insostenibile.

Sulla leggerezza dell’essere ne potremmo discutere e scrivere a lungo. Qui ci interessa fare invece riferimento al mito erotico platonico. Di Eros, si intende. Non dell’erotismo moderno che è ha superato la sublime pornografia kafkiana del mistero, dell’insolubile, del paradosso vicendevole tra vita e vivente, tra esistenza ed esistente che la abita e, sovente, la subisce.

Secondo Platone l’amore è una forma di conoscenza. È un modo per aprirsi un varco nella eccentricità di una vita che dimostra ogni giorno la sua variabilità, le tante concatenazioni che danno luogo al bello, al passionale, al desiderio, alla voglia, al protendersi di continuo verso il piacere.

Epicuro avrebbe applaudito. Ogni nostra azione, per quanto nascostamente possa contenere tutto questo, porta con sé un bagaglio di indomito piacere, di voglia di diventare qualcosa di appagante nel corso delle ventiquattro ore canoniche, scelte come unità di misura delle consuetudini a cui tocca sottostare più che esserne consapevoli protagonisti.

Proprio dalla passione, afferma Platone, si può contemplare la bellezza. Che cos’è dunque la passione in sé e per sé? Un mezzo per oltrepassare il confine tra idea del bello e sua manifestazione fenomenica? Oppure è un tramite metafisico che ci fa da teletrasporto mentale, da contatto intangibile eppure percettibile tra pensiero e visione dell’oggetto del pensiero stesso?

Intanto, per scansare un po’ di accademiche e noiose domande (pur sempre molto affascinanti, quindi belle!), possiamo fare un po’ la storia del mito erotico platonico. Eros è un semidio, ed è descritto come un demone molto vicino all’idea socratica di ciò che interiormente ci abita e ci pervade in una invisibilità che, come il vento, sappiamo esserci pur senza poterla afferrare con il senso visivo.

Eros è figlio della Povertà e dell’Intelligenza, ed è l’energia che abita l’animo umano. Anzi l’anima in quanto soffio psichico, appunto Ψυχή. E qual è la più intuitiva correlazione tra animo e umanità che si possa immaginare, per l’appunto nell’immediato di una domanda a bruciapelo? L’amore. L’amore tutto antropomorfo, dalle sembianze cupidiche del putto alato che scaglia frecce.

L’amore come una unità tra mente e cuore che, nel concetto ellenico di effluvio che ci è afferente senza distinguibilità con la materialità oggettiva del nostro corpo, è quindi la più straordinaria declinazione della bellezza dell’essere umano. Si dice che proprio l’amore – che muove il sole e l’altre stelle, che a nullo amato amar perdona – sia una caratteristica esclusiva dell’antropos.

Ma noi sappiamo, e non certo da oggi, anche se ce lo siamo nascosto per lungo tempo, che tutti gli esseri viventi provano sentimenti: gioia, tristezza, piacere, dolore, sensazioni uguali alle nostre seppure percepite ovviamente in modo diverso. Non si tratta soltanto di una questione approfondibile sul piano scientifico. Avrebbe dovuto essere una oggettività fin dal primo istante in cui noi animali umani ci siamo messi in condizione di osservare quelli non umani.

Ma anche nell’antichità ellenistica, pur essendo la considerazione nei confronti di tutte le forme di vita molto più sottile e pregevole rispetto al resto della storia del cammino umano, la mitologia erotizzante della bellezza e dell’amore passionale che ispira e che è conoscenza e sapienza, riguarda soltanto l’essere umano.

La filosofia, del resto, è una attitudine propriamente dell’antropos, e dunque, tutto ruota nell’ambito perimetrale di una conoscenza che deriva dall’osservazione, dalla traduzione di questa nel linguaggio e nelle parole scritte. Ciò che è esprimibile a parole – sosteneva Wittgenstein – può essere detto e condiviso, mentre di ciò di cui non si può parlare, di quello si dovrebbe tacere.

Seguendo il pensiero del filosofo austro-britannico, dovremmo smettere immediatamente di parlare di bellezza, passione ed amore. Possiamo davvero dire di poterne parlare compiutamente? Forse è questo avverbio che ci frega e ci svia. Di nulla, tranne che della matematicità del mondo, della sua oggettività indagabile mediante il metodo scientifico, possiamo dire di poter parlare con contezza.

Ma l’oggettività è l’unico metro di conoscenza? Secondo Galileo le “sensate esperienze” che facciamo (ossia dettate dalla percezione sensoriale, non dalla sensatezza, come si potrebbe essere erratamente indotti a pensare) sono uno dei pilastri della conferma della validità scientifica. Così come lo sono le “necessarie dimostrazioni” per stabilire le leggi della natura.

Ma della natura fa parte anche la psiche umana, il profumeggiante e impalpabile anelito a quella commozione che proprio le bellezza suscita e alimenta di continuo. Chi ha provato queste sensazioni guardando un tramonto, un’alba, la meraviglia dell’armonia naturale, tanto quanto la straordinaria comunicazione emotiva trasmessa da un’opera d’arte o dall’ingegno umano nel curare una malattia, sa che la bellezza vive oltre la fisicità.

Nonostante ne sia parte e ispiri le passioni, ciò che è bello lo è anzitutto perché noi lo riscontriamo in quanto tale. E per ognuno di noi questa conoscenza che ci viene dettata dall’amore (da Eros, appunto) per l’armonico, il dolce, il sensuale curvilineo piuttosto che il rigido rettilineo di una forma, la percepisce, la assimila e la vive del tutto specialmente.

Eros come peregrino della saggezza quasi primordiale, aderente senza soluzione di continuità alla coscienza atavica, alla primordialità di noi stessi, ci conduce sul sentiero della contemplazione del bello in quanto estensione ideale e concettuale del fascino medesimo della conoscenza. Conoscere per conoscere e non solo per piegare il sapere ad un mestiere, ad una utilità.

Conoscere, sapere, avere qualcosa in più su cui anche soltanto vagheggiare per il puro e semplice piacere erotico del farlo senza alcun vincolo, senza alcun riferimento oggettivo. Noi con noi stessi, masturbazioni mentali e fisiche possono coincidere e non è detto che sia un male.

Darsi piacere fisicamente mediante l’atto di stimolazione del pene è una ricerca di Eros che solo il pensiero veicola mediante immagini che non sono pensate, ma che arrivano chiamate una istintualità non comprensibile razionalmente. Nell’attimo in cui sentiamo il trasporto erotico in noi, facciamo ovviamente ricorso all’utilizzo del riferimento al bello.

Qui, appunto, il bello coincide, spesso e volentieri, con il piacere astratto dal puro e semplice estetismo dei corpi, Ha a che fare con le sensazioni che ci ha procurato un dato sguardo, oppure il ricordo di un sorriso, di una parola, di un momento… Non per forza Eros è vincolato a stare nei confini della fisicità e del corpo umano.

Può essere erotizzante un profumo, una immagine e, in particolare, una fantasia. Non c’è nulla di più bello della creazione fantastica, della fuga dalla realtà mediante un tuffo in una propria galleria di diapositive tutte speciali e irripetibili. La conoscenza che Eros ci permette di avere non è qualcosa di fissabile e di imperturbabile.

È un divenire continuo, anche nell’attimo in cui l’amore che Platone ci descrive è fisico e quindi è contatto corporale, scambio di emozioni mediante i sensi, tramite il mezzo delle mani che accarezzano, che toccano, che addolciscono il tutto. Se esiste un fraintendimento storico-filosofico sul pensatore dalle larghe spalle, è proprio quello di aver interpretato l'”amore platonico” come qualcosa di avulso dalla fisicità.

La compenetrazione emozionale mediante il contatto dei corpi è sublimazione delle emozioni, è un sempre più vicino traguardo all’idea stessa, iperuranica, di amore, di passione, di desiderio, di bellezza quindi. Perché Eros rimane il maestro, l’insegnante, il progenitore di ogni espressione di beltà che si rende visibile nelle espressioni materiali dell’esistente e che si concretizza anche tramite il trasporto metafisico delle emozioni.

Anche in questo frangente non viene meno il rapporto privilegiato che Platone ha con la dialettica, il grado di conoscenza da lui preferito e privilegiato. L’oscurità della caverna non è sinonimo di bellezza, è la circonvenzione di una incapacità umana ad osservare oltre i propri pregiudizi, a distinguere quindi la meraviglia di ciò che ci circonda e di ciò che noi medesimi siamo nel rapporto tra materiale e immateriale.

La rottura delle catene che imbrigliavano le membra umane nel fondo della caverna si rende effettiva nel momento in cui la dialettica diviene necessaria per la conoscenza, poiché non conta più soltanto la misera considerazione di sé stessi in un cortocircuitante vivere entro le proprie melanconie e afflizioni.

Conta, invece, affacciarsi al reale che sta oltre il limite cavernoso della finzione che ci siamo dati e che è, quindi, imponderabile velo quasi mistico di una refrigerazione dei pensieri e delle critiche. Squarciando questo stesso, l’uomo può acquisire nuova percezione, erotizzandosi, amando la bellezza poiché riesce ad apprezzare la straordinarietà misteriosa della vita, dell’esistenza e del rapporto suo col tutto, largamente inconoscibile.

L’intuizione della realtà porta l’essere umano al primo passo verso il rapporto dialettico che lo conduce anche tra le braccia di Amore. Non esiste più nessun bisogno di intermediazione: l’idea dall’Iperuranio discende nella concretezza dell’esistenza di ogni giorno e diviene parte di noi, ci ispira, ci conduce, ci fa spontanei nell’obbedire comunque alle nostre emozioni.

La realtà, del resto, per Platone è idealità. Gli oggetti sono sono le idee che di essi abbiamo. E nell’assoluto di una realtà che prescinde dalla considerazione che possiamo averne, visto che ci include, la bellezza come idea si invera in ogni aspetto della vita, della natura, del cosmo, della terra come del cielo.

La stessa idea del bene è, secondo lui, è sovraordinata a tutte le altre e finisce col rappresentare un finalismo universale a cui tutto tende, a cui tutto fa riferimento. Non si deve incorrere nel fraintendimento qui: non siamo in presenza di un arcaico tentativo teleologico di spiegazione dell’esistente come del non esistente. Semmai di una più semplice catalogazione delle idee stesse. Dunque della realtà.

Eros è parte di una spiegazione finalistica della natura in cui ha primaria importanza la logica, la matematica. Non si potrebbe immaginare nulla di più lontano dalla flessibilità amorosa dei sentimenti, che hanno la informità dell’acqua, che somigliano non ad una retta secante ma ad una sinuosità curvilineare che gioca con sé stessa e si trasforma di continuo.

Ma, come Eros è puro in quanto filosofo della bellezza, la matematica ed altre scienze vengono valutate per la loro icastica purezza, per la loro schiettezza, perché interessano la psiche, l’anima ellenicamente intesa e la rendono consapevole di ciò che è nel suo progressivo, costante divenire quotidiano.

Platone si è posto, soprattutto alla fine della sua vita ricca di sostante e ricca di sapere, il problema di una congeniale e immanente struttura della natura. Tanto umana quanto della Natura stessa che la include e la rende viva e speciale. Una ricerca di questa proporzione, tutt’altro che trascurabile anche se forse tardiva, ha costretto il Nostro ha fondere insieme pitagorismo ed empedoclismo per arrivare ad un qualche risultato.

L’idea della bellezza, al pari delle altre, ma pur sempre un gradino al di sopra, tanto quanto ancora più egregia di bene, viene quindi in un certo senso “atomizzata“, per avvicinarla ad una immanenza con la realtà del tutto, con una ragione intrinseca al concreto e al tangibile, per giustificarla in parte, per provare a dare una spiegazione della realtà.

Tanto di quella propriamente detta, quanto quella delle idee stesse. Duemila e più anni dopo, paghi della nostra pretesa di vivere nell’epoca moderna, astraendoci per un attimo, o forse anche più di uno, dal pensiero dell’infinitudine del tempo, possiamo dire di comprendere meglio certe intuizioni platoniche.

Se mai abbiamo avuto una certa idea della bellezza, ebbene l’abbiamo tradotta aridamente nella realtà oggettiva e soggettiva che ci siamo dati. L’abbiamo tradita e la stiamo tradendo. Per cui, anche rifarci al pensiero platonico può essere utile in questo senso. Apprezzare la bellezza in quanto amore per il bello: il che significa andare nella direzione opposta alle guerre, agli odi e alle tante pregiudizialità cui ci sottoponiamo ogni giorno.

Cui costringiamo a sopravvivere miliardi di specialissimi esseri quali pensiamo, presuntuosamente, di essere noi.

MARCO SFERINI

12 maggio 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria; Caravaggio “Amor vincit omnia” (1602) e ritratto di Platone

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Il portico delle idee

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