Osservare una porzione della recente storia d’Italia attraverso il racconto di un’amicizia intensa e profonda. Ma anche il contrario: rivivere e gustare il sapore di una relazione che si distilla mentre percorre lentamente le serpentine tortuose di un ventennio, quello degli anni ‘70-‘80, denso di avvenimenti, rivolgimenti ed esperienze.

È quello che si raggiunge al termine della lettura del bel libro di Ileana Montini, Lidia Menapace, donna del cambiamento. Lettere 1968-1991 (Gabrielli editori, pp. 166 euro 17) che, mescolando con equilibrio personale e politico, racconta l’amicizia fra due donne «mentre la terra gli si rivoltava sotto i piedi» – come scrive Corradino Mineo nella prefazione –, riuscendo a illuminare l’una (la storia politica e sociale) con l’altra (l’amicizia), e viceversa.

«Da decenni le lettere erano riposte in una cartella azzurra della libreria», ricorda Montini. «Le ho riprese in mano una alla volta, letta una dopo l’altra e ho scritto come se riavvolgessi un nastro registrato. La registrazione di un lungo cammino di vita. Nelle lettere lei, io, le altre, gli altri, i luoghi, i tempi, la storia di un Paese».

Si comincia con la Democrazia cristiana, partito nella quale entrambe militavano. Lidia Brisca da tempo: nata nel 1924 a Novara, staffetta partigiana, laureata e poi docente di lingua e letteratura italiana all’università Cattolica di Milano – da cui poi verrà cacciata –, arriva alla Dc attraverso la Fuci, diventando consigliera provinciale a Bolzano, dove si era trasferita con il marito Eugenio Menapace, nonché componente del Consiglio nazionale e del Comitato centrale del Movimento femminile.

Fino al ’68 quando incontra il dissenso cattolico e il marxismo. «Restare o andarsene, ma dove?», scrive alla più giovane Ileana che le manifestava i propri dubbi sull’opportunità della permanenza nel partito. «Soprattutto non andarsene alla spicciolata: la Dc non domanda di meglio che sostituire a uno a uno i personaggi incomodi che se ne vanno». Promessa disattesa poco dopo, quando Menapace lascia il partito e lo comunica all’amica, in una lettera del luglio 1968: «Come vedi non ce la faccio più a rimanere nella Dc e, benché non sappia dove altro andare, comunque vado fuori».

L’anno successivo «Lidia aveva trovato dove andare e ne era entusiasta», ricorda Montini: a Roma, in via Tomacelli, dove c’era il neonato manifesto, dopo l’espulsione del «dissidenti» dal Pci. E viene presto seguita dall’amica: «Luigi e Rossana vorrebbero che anche tu venissi a Roma, eventualmente anche per lavorare al giornale», scrive nel 1972 Menapace a Montini, che in precedenza aveva collaborato con L’Avvenire d’Italia di Raniero La Valle (prima che venisse chiuso dalla Cei perché troppo di sinistra) e che si divideva fra l’insegnamento a scuola e la militanza politica.

Lidia e Liliana, unite da un percorso comune a molti in quel periodo, dal cattolicesimo romano al marxismo non dogmatico. «Lascia, come sto cercando di fare anch’io, lascia cadere gli ultimi brandelli di virtù “cristiane”. Cioè il dominio di sé, l’oblio di sé, la generosità senza contropartite, in una parola lo spiritualismo e l’idealismo», le scrive Menapace nel 1976. «“Noi due siamo vaccinate”, mi diceva riferendosi alla nostra storia, che ci rendeva attente alle derive integraliste», ricorda Montini.

Sono anche gli anni delle divisioni, al manifesto diventato anche gruppo politico, nella “nuova sinistra” in generale e nel mondo femminista, un altro terreno condiviso fra Montini e Menapace, che scrive Economia politica della differenza sessuale (1987), «diventato quasi un manuale di base per il femminismo dei centri di documentazione e delle università delle donne non allineate con la Libreria delle donne di Milano e la Comunità di Diotima» di Luisa Muraro, ricorda Montini.

Passano gli anni, le strade si divaricano (per dissensi relativi al laboratorio psicopedagogico delle differenze, dove Montini si impegna negli anni ‘80) e la corrispondenza epistolare si interrompe – anche perché computer e web sostituiscono carta e penna –, ma non la «comune e intensa storia di amicizia, che invece, come un filo sottile, ha tenuto fino alla fine», fino al dicembre 2020, quando Menapace muore, nel terribile anno del Covid.

LUCA KOCCI

da il manifesto.it

foto tratta da Facebook