C’è uno spettro che si aggira per gli Stati Uniti. Si chiama «panico bancario». Dopo la chiusura della Silvergate Capital e il fallimento lampo della Silicon Valley Bank, la corsa degli investitori a disfarsi dei titoli bancari non si arresta. Cade un’altra banca legata al mondo delle criptovalute, la Signature Bank, si teme che l’incendio possa arrivare al cuore delle grandi banche d’affari.

Due sono gli istituti che intanto ieri hanno pagato il prezzo più alto: la First Republic e la Western Alliance Corp. Il titolo della prima è arrivato a perdere il 75% del suo valore, quello della seconda il 72%. Tonfi a catena sulle borse di tutto il mondo, con Milano maglia nera in Europa (-4%).

«Americani, i vostri risparmi sono al sicuro!», si è affrettato a rassicurare il presidente Joe Biden. L’intervento delle autorità, d’altra parte, è stato tempestivo. Con un comunicato stampa congiunto, il Tesoro, la Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation) e la Fed hanno annunciato che tutti i depositi presso la Svb e la Signature sono immediatamente disponibili, anche quelli al di sopra dei 250 mila dollari (soglia entro cui i risparmi sono assicurati). L’importante, in questo momento, è tranquillizzare investitori e correntisti.

Bisogna evitare che il panico dilaghi. Ma la situazione è tutt’altro che sotto controllo. La politica restrittiva della Fed ha creato problemi di credito alle aziende, che, a loro volta, hanno dovuto effettuare ingenti prelievi dai propri conti per sostenere il corso delle loro attività. Banche molto esposte con piccole e medie imprese, come la Silicon Valley Bank, hanno perciò dovuto vendere le obbligazioni che avevano in pancia, nel frattempo svalutate proprio dalla politica degli alti tassi d’interesse, per rimborsare i depositanti.

Erano le sole risorse a disposizione. Centinaia di miliardi di dollari investiti in titoli di debito a lungo termine e a tasso fisso, garantiti dallo Stato. Si sono creati dei buchi, cosicché per i fondi di investimento ed i clienti retail è scattato l’allarme. Momento «bank-run». Col rischio che i casi di apnea finanziaria possano riguardare altri istituti, vista la politica aggressiva che la Fed sta portando avanti per combattere l’inflazione (questi fallimenti faranno cambiare idea a Jerome Powell?).

Ma il timore vero è che la situazione possa scivolare verso un «momento Minsky» (dal nome dell’economista Hyman Minsky), ovvero verso un crollo generalizzato delle attività finanziarie, stante l’enorme castello di carta tirato su in questi anni sui mercati, per effetto della grande liquidità immessa dalle banche centrali nel sistema.

Liquidità che solo per una piccola parte è arrivata all’economia reale. La gran parte è andata a gonfiare bolle speculative. Da un capo all’altro del pianeta. Un dato su tutti: nel 2022 la ricchezza finanziaria globale ha superato i 530 trilioni di dollari, a fronte di un pil mondiale di «soli»102 trilioni.

Ci si chiede che effetti potrà avere questa tempesta americana sul sistema bancario europeo. La parola d’ordine, in queste ore, è rassicurare. Lo hanno fatto diversi ministri Ue, compreso il nostro Paolo Gentiloni. Nondimeno, vale la pena ricordare che, in due giorni, a fronte di una perdita di 100 miliardi di dollari delle banche americane, gli istituti di credito europei ne hanno lasciati per strada giusto la metà. 50 miliardi di euro. Che non è poco.

Si tenga conto, poi, che gli investitori, temendo un deterioramento della situazione, stanno abbandonando i titoli bancari per i più sicuri titoli di stato (anche per oro e argento). Insomma, il rischio sistemico per il momento appare basso, ma gli investitori comunque lo temono. E questo potrebbe fare la differenza.

Gli analisti, nel motivare la propria fiducia nel sistema bancario europeo, fanno riferimento alla maggiore rigidità dei controlli da parte delle autorità di vigilanza Ue rispetto a quelle americane. Ed alle regole più stringenti di Basilea III sui cosiddetti «requisiti di liquidità» che le banche europee devono rispettare.

C’è poi da dire che le banche fallite in questi giorni oltreoceano presentavano, in un caso un’eccessiva esposizione col mondo delle monete virtuali, nell’altro un’attività concentrata quasi esclusivamente sui servizi alle start-up tecnologiche. Non è il caso della maggior parte delle banche europee e, soprattutto, di quelle europee più importanti, che si caratterizzano per i loro bilanci maggiormente diversificati.

Resta però la preoccupazione. In una economia globalizzata non esistono crisi finanziarie che nascono e muoiono nello stesso posto. Come la storia e gli indici delle borse di questi giorni ampiamente dimostrano. Certamente, anche la Bce dovrà fare i conti con questa nuova situazione.

LUIGI PANDOLFI

da il manifesto.it

Foto di Karolina Grabowska