Tra i 5 punti di Salvini e le 6 “pretese” delle sardine…

Alla fine una risposta alle piazze conquistate dalle sardine, Salvini doveva darla: lo fa con le cinque proposte su cui dare vita ad un governo di “salvezza nazionale“. Primo:...

Alla fine una risposta alle piazze conquistate dalle sardine, Salvini doveva darla: lo fa con le cinque proposte su cui dare vita ad un governo di “salvezza nazionale“.

Primo: sbloccare i fondi per le infrastrutture stategiche (tradotto: sostenere le grandi opere che devastano gran parte del territorio e che servono alle grandi economie che vanno nella direzione opposta da quella indicata dai Fridays for future di Greta).

Secondo: dare una sforbiciata alla burocrazia intervenendo sul “codice degli appalti” (tradotto: più deregolamentazione per chi costruisce e quindi meno lacci a lacciuoli che finiscono per dare noia a chi può spendere meno e fare più profitti ad esempio a scapito della sicurezza sui luoghi di lavoro, soprattutto nei cantieri).

Terzo: dare vita a politiche di crescita economica che superino l’impianto della manovra finanziaria che, notoriamente, è dalla Lega considerata troppo penalizzante per i padroni (tradotto: aumentare le garanzie per una produzione che non sia penalizzata da una fiscalità tendente alla progressività; far pagare sempre e solo i soliti noti: i lavoratori in primis, i pensionati in secundis, ecc…).

Quarto: obiettivo salute, sostengono i leghisti, provando a non dimenticare i presìdi sanitari periferici (tradotto: più potere alle regioni in materia e meno uguaglianza sanitaria su tutto il territorio nazionale, quindi incentivazione indiretta dell’autonomia differenziata in materia e sempre maggiore differenza classista in materia di elementari diritti come quello delle cure mediche, dell’assistenza fuori e dentro i plessi ospedalieri).

Quinto: rullo di tamburi… la legge elettorale! Eh sì, non poteva mancare la ciliegina sulla torta: mentre si tenta di mostrare il grande attaccamento delle destre sovraniste al “bene del Paese“, si pone in essere la riorganizzazione ennesima delle norme per eleggere il Parlamento della Repubblica. Qui non serve nemmeno la traduzione: si tratta del solito giochetto per cercare di proporre una normativa che consenta alla Lega di governare senza l’aiuto di troppe appendici, di alleanze eccessivamente larghe e senza il benché minimo dubbio di dover avere una differenza tra numero di deputati e numero di senatori così ampia da dover ricorrere in una delle due Camere al sostegno indiretto magari dei senatori a vita…

Sarebbero queste le cinque priorità di Salvini per salvare il Paese dalla catastrofe: in realtà sono una mossa intelligente e pronta per rispondere all’aria che tira e che sembra volgere in favore del centrosinistra di Bonaccini in Emilia Romagna e che sta contagiando un po’ tutta l’Italia. Qualche punto in percentuale la Lega lo perde nei sondaggi, anche se rimane bene attestata sul 30%, primo partito italiano senza se e senza ma.

Ed allora ecco che, per recuperare quel consenso popolare che gli serve per sostenere programmi politici antipopolari, facendo rimarcare anche oggi a Giorgetti, in una intervista a “La Stampa“, che non sarebbe affatto una cattiva idea un governo di transizione (detto, appunto, di “salvezza nazionale“), mostrandosi attento alle grandi problematiche del Paese, Salvini tenta la carta della rispettabilità politica della sue proposte, le mette in campo aprendo ad un esecutivo “che vada da Fratelli d’Italia a Liberi e Uguali“.

Tipica mossa fatta per creare consenso tecnico-politico attorno a sé, alla Lega e fare in modo di attrarre persino le simpatie di chi come Mara Carfagna è sempre stata critica nei suoi confronti.

Gioca su due sponde l’ex ministro dell’Interno: da un lato tenta di rimarcare temi che va proponendo in tutte le piazze e nei comizi: temi popolari, sentiti in particolare dagli strati più deboli della popolazione e che, quindi, garantiscono magari pure un recupero di consensi della Lega in tempi di sardine in piazza; dall’altro lato non viene meno nel cercare un accredito presso la borghesia italiana, urlando meno e cambiando stile: il tono sardonico lascia il passo alla riflessione, alla disponibilità, al ragionamento comune cui la Lega si mette a disposizione.

La conclusione è sempre la stessa: “per il bene del Paese“. E’ tutto il contrario, ma spiegarlo agli italiani, soprattutto a quelli privi di una coscienza critica perché privi di una visione critica dei rapporti di forza che consentono di giocare queste partite truccate (a cominciare dalle ipotesi su una nuova legge elettorale in stile britannico contrapposta ad un falso proporzionale con sbarramento al 5% – per l’appunto – caldeggiata da larghi settori dell’attuale maggioranza di governo) è davvero difficile.

Lo è perché le piazze delle sardine sono enormi, affollatissime, cantano sempre “Bella ciao“, magari ogni tanto anche il “Canto degli italiani“, emozionano molto anche uno critico come me, ma se era disarmante (almeno per chi propone una critica sociale che si fonda su una precisa individuazione dei colpevoli di tutte le ingiustizie e disuguaglianze e, quindi, anche dell’avanzamento delle destre sovraniste nel Paese) ascoltare il richiamo alla semplice “vita felice” da famiglia del mulino bianco udito nella prima fase di sviluppo del movimento, non è rassicurante ascoltare i punti “programmatici” (i programmi sociali e politici sono ben altra cosa…) esposti ieri in piazza San Giovanni a Roma.

Le proposte delle sardine sono pretese: il verbo che Mattia Santori ripete ogni volta è un imperativo. “Pretendiamo” va oltre la proposta, è certamente migliore come affermazione anche di princìpi vaghi e generali, banali e privi di vicinanza ad una elaborazione critica della fase in cui viviamo. E’ meglio “pretendere“, quindi rivendicare apertamente dei diritti, ma non basta.

Prima pretesa: “Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica” (tradotto: invece di stare ore su Facebook, Twitter e in televisione, i politici siedano al Parlamento e al Governo e da lì facciano funzionare il sistema-Paese). Grande pretesa! Indubbiamente, in tempi in cui anche le più elementari regole di comportamento dei rappresentanti della nazione vengono eluse e piegate all’interesse particolare, una frase disarmante come questa risulta enfatica, evocativa di grandi valori costituzionali.

Seconda pretesa: “Pretendiamo che chi fa il ministro comunichi solo dai canali ufficiali” (tradotto: le dirette Facebook dalle proprie pagine, i tweet, i post con quello che si manga a colazione, pranzo e cena sono magari anche legittimi comportamenti, ma non si addicono ad un esponente dell’esecutivo). Pur apprezzando il concetto, qui rasentiamo davvero il ridicolo: si ricorre al galateo istituzionale, si rivendica un ritorno ad usi e costumi della politica che dovrebbero essere normali (e qui hanno ragione Santori e sardine), ma la perentorietà di una pretesa non può avallare un concetto così futile. La decisione della pretesa deve poter riguardare qualcosa di più sostanzioso, di dirimente per la vita dei cittadini.

Terza pretesa: “Pretendiamo trasparenza sull’uso dei social network da parte della politica” (tradotto: bestie e grandi bestie che gestiscono la propaganda politica dei grandi nomi che attraggono l’attenzione del popolo, vanno rese evidenti, magari pure smantellate: il politico si gestisca lui stesso la sua pagina. Mal gliene incoglierà se lo farà male o se avrà poco tempo per rispondere a tutti i contatti che lo seguono, se gli sfuggirà qualcosa… Così magari si potrà dedicare di più al lavoro in Parlamento). Giusto, sacrosanto. Ma qui siamo alla voluta ingenuità: chi utilizza Facebook per scalare i punti nei sondaggi e per allargare il suo consenso lo fa per questo e la trasparenza è l’ultimo dei suoi problemi etico-politico-internettiani… Insomma, le sardine facevano prima a pretendere il non utilizzo di Facebook da parte di ministri, senatori, deputati. Una sorta di “astensione morale” per il bene del Paese, naturalmente. Più logico, anche se più drastico…

Quarta e quinta pretesa: “Pretendiamo un’informazione corretta, pretendiamo che la violenza sia esclusa dai toni della politica in ogni sua forma” (Sulla prima affermazione non mi soffermo: mi ha causato quasi uno svenimento per la tanta vuotezza che contiene. Il resto, tradotto: “Niente sesso, siamo inglesi!“, educazione prima di tutto. Giustissimo.) I toni muscolari dei sovranisti, l’odio sviluppato dal protagonismo singolarista dei social network è insopportabile, sviluppa solamente altro astio, altri pregiudizi ne vengono fuori e alimenta una superficiale incultura di massa che genera guasti irreparabili nella formazione del cosiddetto “senso comune“. Ma, pure qui, è tema lontano dalla forza di un pretesa vera e propria. Qui siamo al duello coi padrini e alle regole cavalleresche: il primo che cade magari riceve anche l’aiuto dell’avversario a rialzarsi…

Sesta pretesa: “Prendiamo che sia ripensato il decreto sicurezza perché c’è bisogno di leggi che mettano al centro non la paura ma il desiderio di costruire una società inclusiva“. Applausi! Bene, questa è l’unica pretesa vera e propria che incarna ciò per cui è e nasce: una rivendicazione sociale, politica, persino ideale, che viene fuori da una avversità rispetto ad un problema figlio di una mutazione del Paese che deve essere capovolta. Per questo qualcuno dalla piazza grida: “Non ripensato, abrogato” e Mattia Santori si corregge in tal senso.

Una su cinque, dunque, è una proposta politica, di identità politica: un tentativo di provare a darsi una fisionomia, un volto, una partigianeria necessaria che non si può fermare sulle note sempre belle e apprezzabilissime di “Bella ciao“.

Però siamo ancora messi male: tra i cinque punti di Salvini e le sei pretese funanboliche delle sardine, manca tutto un impianto sociale che deve venire prima del bon ton istituzionale e dell’utilizzo smodato e provocatorio del social network.

Non si può arrivare ai problemi sociali tramite la strada della mera correttezza dialogica e del rispetto formale delle istituzioni. Ma è pur vero che le sardine non sono un movimento “sociale“. Sono un assemblaggio di contrarietà ad una deformazione della vita politica del Paese: chiedono che si rientri negli argini del garbo e delle libertà borghesemente intese.

Tutto ciò che può diventare scontro, anche “odio di classe“, non fa parte delle sardine: a loro interessa vivere in pace: ma quale pace? Quella “sociale“? Quella che non disturba i manovratori dell’economia? Come si cantava negli anni ’70… “La pace dei padroni fa comodo ai padroni. La coesistenza è truffa per farci stare buoni“.

Noi siamo in mezzo: tra la spregiudicatezza sovranista e il savoir-faire delle sardine. Che dite, ci facciamo del male? Scegliamo ancora una volta il “meno peggio“?

MARCO SFERINI

15 dicembre 2019

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