Quanto potremo reggere ancora?

Quanto potremo reggere ancora, fisicamente, psicologicamente e strutturalmente come Paese? Nessuno ha la sfera di cristallo, ma un po’ tutti sappiamo bene che l’impreparazione cui stiamo assistendo in questi...

Quanto potremo reggere ancora, fisicamente, psicologicamente e strutturalmente come Paese? Nessuno ha la sfera di cristallo, ma un po’ tutti sappiamo bene che l’impreparazione cui stiamo assistendo in questi giorni davanti alla seconda ondata del Covid-19 è una imperizia istituzionale prima ancora che sanitaria: il governo e le Regioni erano tenuti a fare ogni sforzo possibile per non arrivare con l’acqua alla gola e il virus alle spalle, minaccioso e sempre più diffuso.

La sequenza di emanazione dei Decreti del Presidente del Consiglio parla chiaramente dello stato di precipitazione dei fatti e della confusione che circola tanto a Palazzo Chigi quanto nelle sedi delle giunte regionali. Uno degli elementi deleteri nella gestione della pandemia è stato proprio quel regionalismo delle competenze e dei poteri che ha sottratto al governo i compiti dirimenti per l’uniformità normativa su tutto il territorio della Repubblica.

Il corpo politico e sociale nazionale non è solamente un “simbolo” cui aggrapparsi sventolando un tricolore prima, durante e dopo le partite di calcio. Non è nemmeno un vessillo da esporre alle finestre per proclamare una autoconsolatoria appartenenza ad una comunità di popolo che, tradotta costituzionalmente sul terreno istituzionale, è divisa in venti assurdi particolarismi che producono norme contraddittorie, che aprono e chiudono le scuole senza un piano organico nazionale e che decidono in piena autonomia ciò che invece andrebbe concordato a livello centrale.

Ci si aspettava che il virus recrudescesse più avanti, penetrasse nuovamente nelle nostre vite e nelle tante sopravvivenze magari a novembre inoltrato, forse a dicembre. Invece già a fine settembre ha ricominciato a fare capolino e ora la curva dei contagio giornalieri assume sempre più la fisionomia di quella che algebricamente viene definita “esponenzialità“: il che vuol dire che, giorno dopo giorno, i numeri raddoppiano e non semplicemente aumentano un pochino. Cinquecento diventa mille, mille diventa duemila, duemila diviene quattromila e così via. Curva esponenziale. La impietosa linea rossa verticale che si traccia sugli assi cartesiani ha queste caratteristiche: non solo in Italia, certo, ma il mal comune non è per niente mezzo gaudio.

Il combinato migliore sarebbe la preventiva assunzione di responsabilità civica di ciascuno per salvaguardare la socialità di tutti, l’interesse singolo messo a disposizione del bene comune (il contrario di quello che fanno gli imprenditori, tanto per intenderci), unito ad una azione politica che ispirasse le norme ad una osservanza indotta da una concatenazione di fattori resi imprescindibili.

Facciamo un esempio: se si vuole che i cittadini osservino le quattro regole fondamentali (lavaggio costante delle mani, mascherina indossata per bene e sempre, distanziamento fisico e scaricamento della app “Immuni), bisogna pure che, rispettando la libertà di espressione di tutte e tutti, per il governo parli una sola voce e che intervenga anche con durezza nello smentire chi minimizza i pericoli insinuando che è meglio leggere i numeri del Covid associati a quelli delle altre cause di morte, così da sottintendere (nemmeno poi tanto…) che tutto sommato si muore di più per incidenti stradali che per coronavirus.

Non si tratta di inventarsi una sorta di abominevole “stato etico“, per carità! Che tutti gli dei del cielo ce ne scampino e guardino bene. Ma è evidente che se dobbiamo reggere psicologicamente (il che vuol dire anche reggere fisicamente) lo sforzo di attraversare i tunnel dell’autunno e dell’inverno per approdare ad una primavera 2021 che ci appare come l’Eldorado e, parimenti, dobbiamo evitare una chiusura totale del Paese per chiarissime problematiche economiche che si riverserebbero principalmente in maniera disastrosa sui più poveri e derelitti di questa società, allora il governo e le Regioni devono assumersi non solo un ruolo di gestione amministrativa, ma di vera azione politica.

Fare politica vuol dire “ascoltare” i cittadini, sentirne il disagio sotto ogni forma espressa ed esprimibile con l’acuirsi sempre più della crisi sanitaria. Sappiamo come si comporta il coronavirus; sappiamo che la seconda ondata è solamente all’inizio e che le restrizioni diverranno sempre più ampie, quindi saremo costretti a limitare i nostri spostamenti e a dimenticarci quel lassismo estivo che per molti è stato un ritorno alla vita, mentre altro non era se non il contentare imprenditori, esercenti e padroni di bagni marini e discoteche per evitare tracolli dei rispettivi settori “produttivi“.

L’ipocrisia di tenere aperti i locali fino a ferragosto e poi chiuderli per evitare assembramenti e il diffondersi del virus dovrebbe diventare una immagine da scrivere nei libri di storia: è il manifesto chiaro e lampante di un interesse di classe messo davanti alla tutela della salute. Così come in questa fase avviene per le sale bingo: alcune Regioni si guardano bene dal chiuderle. Le casse dello Stato ne risentirebbero, mentre chiudere i circoli culturali e sociali sembra diventare una priorità.

Ecco, qui manca proprio un’etica istituzionale che stabilisca ciò che è necessario e ciò che non lo è. E non può questa specie di etica essere moralizzatrice uniformandosi agli interessi economici di questa o quella parte, fosse anche pubblica; deve invece essere compito delle istituzioni locali e nazionali creare un rapporto di fiducia, almeno con la stragrande maggioranza della popolazione, che non può nascere dal ginepraio normativo in cui siamo immersi fino al collo.

L’eredità della separazione tra potere verticale e base popolare orizzontale, tra interesse privato nel pubblico e bene comune asservito alla logica delle imprese e del padronato, si aggancia alle problematiche che il governo vive in queste settimane, aggravate dal peso dei mesi scorsi in termini di reperimento delle risorse, di richiesta di vere e proprie clausure che sono sacrifici inevitabili ma cui doveva poi corrispondere un cambiamento di gestione della pandemia proprio in questo contesto attuale.

«Quanto potremo reggere ancora?» è un paradigma più che una domanda. E’ una domanda che diventa sempre più retorica dentro di noi, come legge morale kantiana, come consapevolezza cosciente (si spera) che la risposta è e deve essere: «Dobbiamo reggere fino a quando non ci sarà una cura, fino a quando non sarà finita». Ma se, guzzantianamente, la risposta è già dentro di noi, ci viene il dubbio che sia sbagliata se alla già complicata costruzione di una eticità sociale del popolo italiano (storicamente allergico alle regole e alla “disciplina“).

A proposito mi è venuta in mente una scena del film “Il giorno più lungo: poche ore prima dell’attacco della flotta alleata alle fortificazioni tedesche sulla costa atlantica francese, un gruppo di paracadutisti britannici atterra con due alianti vicino ad un ponte; una arteria essenziale per evitare che il nemico si diriga con i panzer verso la linea di sbarco degli anglo-americani. La consegna che viene data al comandate della brigata è: «Reggerete finché non vi sostituiranno. Reggerete finché non vi sostituiranno», ripetuto due volte nell’eco della mente che ritorna all’ordine dato mentre i tedeschi vengono spazzati via dal ponte.

Noi non siamo soldati, per fortuna. Siamo civili. Ci piacerebbe rimanere tali, ma sarebbe bene che i rinforzi non arrivino troppo tardi, altrimenti i nervi e la salute di tanti potrebbero cedere, venire meno . E la colpa non può essere sempre e soltanto dei cattivi comportamenti, peraltro, di una minoranza della popolazione.

MARCO SFERINI

23 ottobre 2020

Foto di Orna Wachman da Pixabay

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