L’idealismo romantico a metà tra platonismo ed hegelismo

A partire dalla seconda metà del ‘700, l’affermazione della impetuosa tempesta romantica sconvolgerà il filone razionalistico della filosofia moderna. Proprio mentre il criticismo kantiano si va formando come modello...

A partire dalla seconda metà del ‘700, l’affermazione della impetuosa tempesta romantica sconvolgerà il filone razionalistico della filosofia moderna.

Proprio mentre il criticismo kantiano si va formando come modello di nuovo approccio ad una veridicità scientifica di cui, comunque, ci si interroga sul “come” sia possibile (e non se sia semplicemente possibile), il bisogno di un appagamento dei sentimenti, delle emozioni, dei desideri e di ogni propensione ideale si fa strada in mezzo a tanti secoli di elucubrazioni dal profilo meramente accademico.

Intorno a questo concepimento molto pratico nell’essere fortemente idealistico, si situa una nuova elaborazione concettuale (nonché pratica) che non pretende di mettere da parte la Ragione.

Semmai di farla convivere con le passioni, con un giusto rispetto per quella componente spirituale endogena che diviene esogena nel momento in cui ognuno di noi si incontra e si scontra con l’altro, con l’altra, con la Natura propriamente intesa, e con la natura della cose, con quella intrinsecità che, poi, altro non è se non l’insieme delle singole specificità.

Non senza esagerare, il Romanticismo che si invera sul finire del ‘700, è un coagulo di passioni che vanno dal prometeismo ribellistico al patriottismo che inizia, nonostante la delusione sparsa in Europa per la conclusione conservatrice della grande epopea rivoluzionaria francese, ad inanellare una serie di rivendicazioni nazionali, indipendentiste che, guardando anche al nostro Risorgimento, è un insieme di veri e propri slanci emotivi, oltre che politici e militari, verso una certa idea dell’Italia, accarezzata tanto da Mazzini quanto da Garibaldi.

Proprio l’interesse per la Storia dell’umanità è una delle più nobili caratteristiche del movimento romantico: guardare al proprio passato senza pregiudizi etici, senza preconcette risoluzioni aprioristiche che si fondano su confronti tra ieri ed oggi pensando sbrigativamente che la coevità sia sempre superiore all’appena tempo trascorso perché erede, grazie a quest’ultimo, di una maggiore consapevolezza, di un più elevato livello di coscienza, di una oggettivamente più ricca esperienza.

Passioni, sentimenti, emozioni, desideri, ricerca delle proprie origini nella Storia dell’umanità, sono inevitabilmente connesse con uno sviluppo delle arti che traducono la romanticità in meravigliose opere figurative.

Il colore diventa tonalità dell’umore, tratteggio del chiaroscuro delle introspezioni che emergono grazie ad una piega delle gote, ad una smorfia delle labbra, ad un accigliamento delle palpebre, ad uno sguardo fisso nel vuoto oppure concentrato su un punto all’orizzonte che guarda, in prospettiva, ad un futuro difficile da descrivere.

Il romantico è poeta e scrittore dell’amore come sentimento forte, che pervade ogni ambito dell’esistenza e che, per quanto si debba fare i conti con una oggettività dei rapporti di forza e con le costrizioni cui ci obbliga la materialità delle cose (e delle relazioni vicendevoli, tanto micro quanto macro-sociali), travalica le anguste asfitticità degli interessi borghesi, cerca di sfuggire alla miseria tanto concreta quanto ideale della vita medesima, per elevarsi oltre la stanca ritualità meccanicistica del lavoro, per provare a superare la mediocrità suggerita dalla modernità incedente.

C’è una domanda che ci si pone ancora oggi, quasi fosse una inevitabile, inestricabile nemesi che ci proviene ovviamente da una sorta di damnatio memorie per chi ha provato a fare certi paragoni, certi parallelismi, certe verosimiglianze: quanto l’idealismo fa rima, anzitutto filosoficamente, con il romanticismo?

C’è nel romantico una sacra venatura di platonismo, di dualismo della realtà nella pur unificante concezione universalistica di un amore che tutto permea, tutto condiziona, a cui niente si sottrae?

Se partiamo dal presupposto inizialmente citato, quando ci riferivamo alla Ragione come elemento non più unico nella comprensione dell’esistenza umana e del mondo intero, allora possiamo iniziare ad ipotizzare che il Romanticismo sia stato, in qualche modo, una edizione aggiornata di un neoplatonismo in cui l’idea di Dio è la concretezza iperuranica da cui deriva un po’ tutto.

Qui non si tratta affatto di tirare in ballo una sorta di imprecisabile “idealismo” di prima maniera; semmai si tratta di ricercare una sorta di affinità tra il dualismo di Aristocle (mondo sensibile e mondo intelleggibile) e quello presunto dei romantici.

Se Kant aveva criticato la purezza razionale partendo dalla constatazione che un empiristico ricorso all’esperienza ci consente di avere una pienezza conoscitiva a tutto tondo, considerando questo metodo conoscitivo compatibile con la teorizzazione dei trascendentali comuni a tutti gli uomini (e a tutte le donne… si intende), dando così alla scienze matematiche e fisiche il ruolo di necessità imprescindibile per la disamina oggettiva dell’esistente, i romantici, che non negano affatto l’importanza della scienza in sé e per tutte e tutti, preferiscono guardarsi attorno e trovare la ragione ultima in un assolutismo spirituale.

La Ragione – sostiene Hegel – è la reggitrice dell’interità globale della vita e del mondo, di un “essere” che, un po’ parmenidianamente, trova nella realtà la sua verità, il suo scopo, un ontologica dimostrazione di un indicibile e indomandabile “perché” della sua stessa esistenza.

Lo “spirito del mondo” (molto marxiano) è qui idealisticamente immedesimato in un altro rapporto dualistico che fa della percezione del reale una conoscenza comunque parziale, perché le idee di ciò che siamo, di ciò che vediamo, sentiamo e tocchiamo ogni giorno sono la traduzione di una oggettività “superiore” alla soggettività del pensiero.

Per il romantico vedere, sentire e toccare è emozionarsi e non solo apprendere attraverso una quasi esclusiva funzione filosofico-scientifica attribuita ai sensi.

Per il romantico ragione e spirito sono inscindibili. L’idealismo soggettivo di Fichte e quello oggettivo di Schelling, alla fine, si ritrovano nella sintesi hegeliana di un assolutismo sistemico che coniuga ragione e realtà e le mette sullo stesso piano, considerandole interdipendenti, autonome ma praticamente necessarie l’una all’altra per poter entrambe esistere come modulo di comprensione della nostra vita e di tutto quello che ci circonda.

Ecco che, messi per un attimo a confronto, romanticismo ed hegelismo hanno quei punti di congiunzione che si ritrovano primordialmente nel dualismo platonico, nell’interrogativo su che cosa siano davvero le idee e se siano indipendenti o meno dalla realtà che rappresentano, dalla realtà che esse stesse assumono attraverso la nostra espressione concettuale delle cose e delle persone, dei fenomeni materiali e di quelli solamente affidati all’immaginazione, ad una metafisica dell’incorporeo che è l’invisibilità della fantasia, della capacità di astrazione non sempre a fini di confronto con la a volte rude razionalità della concretezza dei fatti.

I romantici hanno rischiato, senza volerlo, di fare apparire Immanuel Kant come un grigio professore intento nelle sue meticolose abitudini, tutto dedito alla ricerca di una ratio della ragione stessa, di un suo posto nel mondo, di una chiave non tanto interpretativa del rapporto tra essere umano e natura, tra noi e il resto dell’esistente, quanto della ambivalenza tra conoscenza intuitiva e sensibile e conoscenza emotiva, sentimentale, empatica.

Per un certo periodo di tempo la semplificazione cronachistica fatta della filosofia di metà Settecento, almeno fino a metà Ottocento, ha tradotto in questa schematica banalizzazione un rapporto ben più profondo tra corsi e ricorsi del pensiero umano.

Troppe volte sono stati organizzati degli ipotetici incontri di pugilato tra scuole di pensiero diverse tra loro: Platone versus Aristotele, Kant versus Hegel, tra i più grandi filoni di partigianeria che si sono organizzati attorno anche a consolidate ripartizioni socio-politiche. Basti pensare alla destra e alla sinistra hegeliana.

Nulla di parlamentaristico, di propriamente inteso come riflesso istituzionalizzante delle dissertazioni filosofiche; ma di sicuro le grandi idee hanno diviso ben oltre la comune funzione della dialettica che, in questi casi, dovrebbe esercitare il ruolo del giornalista che fa le domande scomode ad entrambi.

Romanticismo e platonismo, idealismo e pragmatismo, criticismo e razionalismo spirituale hegeliano, sono alcuni dei pre-concetti attorno a cui, nel corso almeno di un secolo e mezzo, si sono di dibattute le successive basi di una rielaborazione complessiva del pensiero filosofico europeo ed anche extraeuropeo.

Le idee, queste onnipresenti e aeree, sfuggevoli convitate tutt’altro che di pietra, nel consesso delle dispute tra i grandi pensatori antichi e moderni, hanno avuto un ruolo importantissimo nel fare da apripista ad una riconsiderazione tanto di sé stesse, quanto del loro raffronto con la materialità delle cose.

Sentimenti, desideri, emozioni, pulsioni di ogni sorta sono state rivalutate anche da un certo materialismo che, anche qui sotto la cappa pesante della prevenzione aprioristica del pregiudizio e della manifesta ostilità politica per il marxismo da parte del liberalismo di nuova generazione otto-novecentesca, è stato divulgato come l’ateistico processo a tutto ciò che di spirituale poteva e può esserci nel genere umano.

La negazione, in pratica, di ogni filone, se non proprio romanticistico, quanto meno romantico nel senso più erotizzante del termine: il principio del romanzo, il racconto provenzale fantastico, fantasioso, che, per antonomasia, si distacca dalla sofferenza del reale, del giornaliero.

Il romantico è idealista per eccellenza, ma è anche fede, intuizione (non kantianamente parlando); ed è un meccanicista che nella Natura vede un insieme di cause ed effetti, ma che non trascura di ammirarla come bellezza somma, come una sorta di fenomeno quasi panteistico, che fa venire in mente la Sostanza spinoziana, che ci riconduce, nella concatenazione dello sviluppo del pensiero universale.

Siamo alle soglie di quella meraviglia inconoscibile della sacralità del naturale che Pasolini aveva evocato come religione quasi laica di un teologismo autogestito ed autocefalo che non pretende di cercare di disarticolare ogni singola monade democritea per quanto riguarda l’antichità, bruniana per un’età di mezzo, leibniziana se ci avviciniamo a quel Settecento in cui qui ci siamo calati, di una organicità materiale a cui si preferisce una armonia sentimentale.

I romantici non sono così soltanto un movimento letterario da cui si è diramata qualche propaggine filosofica: sono molto di più. Sono una dimensionalità del pensiero che si è fatta largo nella consuetudinaria ascrizione dell’elaborazione concettuale ai soli grandi maestri universitari e poeti dell’impossibile; nonché in un cogitabondo piegarsi su sé stessi per far spazio alla “verità“, non rivelata dalle religioni ma dal confronto dell’essere umano con sé medesimo e col resto che lo compenetra e lo include.

Il Romanticismo è anche idealismo, ma più che altro è una necessità introspettiva che fuoriesce dalle segrete stanze di una incoscienza cui l’essere umano è stato costretto dall’alleanza tra etica e religione, tra morale e fede, tra ragione di Stato e ragione di culto.

Rompere gli schemi è il compito dei romantici, che non negano Dio, non negano la scienza, non vogliono oltrepassare niente e nessuno, ma solo dimostrare che oltre a tutto questo ci sono, anzitutto, le ragioni della mente e del cuore che, nemmeno a dirlo, possono spingersi al di là dei confini pregiudiziali cui sono stati relegati.

Ragione, spirito, mente, cuore, concretezza, fantasia, pragmatismo e voli pindarici possono, devono coesistere. E’ un tributo alla straordinaria bellezza della nostra mente, all’imperscrutabilità che la riguarda, al grande mistero che le svolazza intorno, dispettoso moscerino che, grazie al suo infinitamente piccolo è e rimane imprendibile.

MARCO SFERINI

3 dicembre 2023

foto: elaborazione propria

categorie
Il portico delle idee

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