La propaganda sovranista e i cani sciolti dell’odio

Un gesto simile (per l’appunto non proprio uguale) e contrario, quindi speculare: quello di “Paolo”, così chiamato dagli abitanti di San Donato Milanese per aggirare la difficoltà nel pronunciarne...

Un gesto simile (per l’appunto non proprio uguale) e contrario, quindi speculare: quello di “Paolo”, così chiamato dagli abitanti di San Donato Milanese per aggirare la difficoltà nel pronunciarne il nome africano (che dimostra già di per sé una mancata, estesa e comune volontà di semplificare, una attitudine a non interessarsi a culture differenti anche sui nomi rispetto alla nostra), è un crimine, una tentata strage che benzina e fuoco dovevano consumare su un autobus con 51 inermi ragazzini a bordo.

La loro colpa? Somigliare per pelle e per origine a coloro cui “Paolo” attribuisce la responsabilità dell’accanimento razzista verso i migranti che fuggono dall’Africa e dal Medio Oriente per trovare una speranza di vita sulle coste del Vecchio Continente.

Speculare al gesto altrettanto criminale di un “patriota” che sparò nelle Marche qualche tempo fa, a Macerata, il cui nome è anche stato preso a prestito dallo stragista neozelandese che ha lasciato agonizzanti e morti a terra oltre 50 persone ree di essere di fede mussulmana e di pregare quel giorno nelle moschee del paese.

“Semina vento, raccogli tempesta”, mi risuona nella mente questo verso di una canzone che ricalca il vecchio adagio popolare. Il vento dell’odio, della crudeltà, della discriminazione razziale; la xenofobia dilagante, il vero e proprio razzismo generalizzato, alimentato da una cordata di pensiero che tende a sostituire ai valori democratici, considerati deboli e decadenti, altri valori: quelli del primato nazionale, della superiorità della “razza” italica, dell’autoctonismo avanti ad ogni altro elemento di mantenimento e sviluppo dei diritti costituzionali che sono invece ispirati all’uguaglianza, alla solidarietà civile e sociale.

Del resto, le mode del neofascismo sovranista non inventano nulla, semmai riprendono concetti di un infame passato, molto ancora vicino a tutte e tutti noi, seppur nati dopo la fine della Seconda guerra mondiale e dopo un ventennio di dittatura che si vorrebbe riabilitare intitolando piazze a chi firmava articoli sulla “Difesa della razza”, sentenze di morte per i “briganti” partigiani e poi, terminato il conflitto, partecipava alle bastonature e alle aggressioni degli studenti nelle università della capitale e fomentava il ricorso alle italiche virtù del fascio con rigurgiti che arrivavano persino a legislazioni penali contemplanti la pena di morte.

Ma il neofascismo sovranista di oggi, pur non avendo inventato nulla ma avendo adattato vecchie concezioni di un movimento völkisch tutto italianizzato, ispirato da un fervido nazionalismo dai tratti sociali ma dal sostegno ben attento alla moderna borghesia (ceto medio – grande) che contraccambia con grande piacere pur di mantenere intatti i suoi privilegi di classe sfruttatrice del lavoro altrui, ebbene questo sovranismo moderno si definisce anche “conservatore”, laddove invece il fascismo si definiva “rivoluzionario” (la “Marcia su Roma” era la “Rivoluzione fascista” per Mussolini e i Quadriumviri).

Il conservatorismo autoritarista di oggi prende spunto, forse anche poco consapevolmente (perché privo di un retroterra ideologico che farebbe quanto meno sperare in un acculturamento minimale per poter sostenere certe abiette tesi politiche e antisociali), da un disprezzo per l’uguaglianza che è uno dei “disvalori” tipici individuati dai fascisti in ogni epoca: la democrazia prima di tutto.

La democrazia, come scrive Norberto Bobbio tracciando l’interpretazione che ne da la visione di un allora rivoluzionario movimento sia fascista prima sia nazista un decennio dopo l’avvento di Mussolini a capo del governo, “con la sua furia livellatrice, con il suo rimescolamento del basso e dell’alto, con le sue ubbie internazionalistiche, favorisce l’avanzata degli inferiori e minaccia di condurre alla rovina le razze dei dominatori.“.

Un assunto che, a sua volta, ricalca le idee di un razzista storico, il conte di Gobineau che nel suo libro “Saggio sulla ineguaglianza delle razze umane” secondo cui la decadenza di una società è determinata sempre dalla corruzione morale, civile e sociale della razza dominante ad opera di un’altra razza emergente.

La “contaminazione” dunque diventa elemento centrale di una visione complessiva del ruolo dell’essere umano all’interno di un determinato contesto (Weltanschauung) tanto da assurgere a paradigma di una costruzione di una narrazione beceramente falsificata tanto della storia di interi popoli quanto delle loro necessità attuali, concernenti il momento del presente che, diversamente contestualizzato, può essere utile a qualunque neofascismo sovranista per mostrare che i nemici di ieri sono “per contaminazione” i nemici di oggi.

Sono, quindi, sempre le “contaminazioni” ad essere minaccia nei confronti della “purezza della razza”, dell'”origine”, della storia di un determinato popolo su un territorio, quindi della sua “tradizione” che assume connotati di sacralità tali da superare qualunque oggettività storica.

Così accade nel nostro tribolato “oggi”, nella realtà che ci troviamo a vivere immersa nell’odio più conclamato, tangibile anche nell’immateriale afflato delle parole che sono, più che mai, pesantissime pietre.

Evangelicamente “violenza genera violenza”, parafrasiamo noi: “Odio genera odio”. Continua Bobbio: “L’ultimo torto della democrazia è quello di essere pacifista”. La nostra Costituzione è tale: ripudia la guerra, ripudia qualunque metodo di risoluzione delle controversie che si rifaccia alla violenza.

La nostra Costituzione, che ha istituito 71 anni fa una Repubblica democratica e parlamentare, è pacifista. E’ tollerata dai sovranisti perché si tratta di un “pezzo di carta”, la si può tranquillamente aggirare senza troppe conseguenze: basta una maggioranza parlamentare che impedisca ad un potere dello Stato di giudicare l’operato dei ministri attraverso cavillose interpretazioni basate su una propaganda “in difesa dell’interesse nazionale”, ed ecco che la Costituzione può stare lì dove sta. Non dà fastidio.

Ciò che conta è poter agire con decretazioni e disegni di legge che, a poco poco, corrodono quel merito costituzionale su cui l’architrave della Repubblica si fonda: ed allora la Carta del 1948 verrà svuotata dal suo interno, senza bisogno di nuove (contro)riforme sottoposte a referendum e dispendio di energie per campagne elettorali su fronti contrapposti che, queste sì, possono diventare dei boomerang.

Bisogna ritornare ai valori bellici, guerreschi: sono quelli che mostrano e dimostrano la mascolina durezza e forza dell’intransigenza sovranista, dell’attaccamento al “bene della Patria”: questi sono i “valori positivi”. Il pacifismo è debolezza.

Odio che alimenta odio, alla fine della fiera, genera episodi come quello accaduto ai 51 ragazzi scampati ad un rogo che non avrebbe dato loro scampo e che ora verrà usato come pretesto propagandistico per dimostrare che… “vedete, li facciamo entrare in Italia e poi diventano un pericolo per la sicurezza nazionale.”, evitando di dire che “Paolo” era nato in Francia, aveva una moglie italiana e pare si comportasse bene in società e al lavoro pur avendo avuto sospesa la patente per ubriachezza e qualche guaio con la giustizia per tentato stupro. Non proprio cose da niente…

Quindi semmai questi sono gli elementi su cui riflettere, non l’origine o il colore della pelle.

Come Tarrant non ha sterminato cinquanta persone perché cristiano, così “Paolo” non ha tentato una strage perché senegalese.

Il simbolismo conta molto in queste dinamiche mentali e i simboli di oggi sono tutti pregni di razzismo e di xenofobia, di disprezzo delle differenze e di alterazione del rapporto culturale tra le persone in base a distinzioni tutt’altro che rifacentisi alla valorizzazione delle peculiarità di ciascuno.

E’ lo stigma impresso proprio sulle diversità che determina oggi l’anatema continuo, propaganda delle propagande, sul mantenimento integro dei confini, sulla imperturbabilità e inviolabilità delle fondamenta “culturali” del Paese che conducono a patrocinare un “convegno” mondiale della famiglia che riporta le donne al ruolo di “angeli del focolare” e condanna altre diversità (così definite dalla vulgata comune anche “solidale” che dice di voler lottare per i diritti civili) come abominio e degenerazione umana.

Ormai non siamo più innanzi ad una pianificata e strutturata organizzazione del terrore che colpisce sistematicamente le capitali degli “stati crociati”: siamo davanti ad un odio trasversale che ad occhio rispondo con occhio e a dente risponde per dente. Un giorno accade a Macerata, un altro giorno la follia si sposta all’altro capo del mondo in un paese di pastorizia e di integrazione social-culturale compiuta; un altro giorno ancora torna in Europa e si esprime nel “canoscioltismo”, nel singolo che viene preso da un insano furore e si spinge a gesti di sterminio, tentando l’omicidio sempre dei più inermi, dei più deboli, dei più indifesi.

E’ la forza dell’odio e non la si ferma con altro odio ma solo con la fine dell’odio stesso. Se non è proprio possibile pensarla, almeno è d’obbligo morale, civile e sociale provare a metterla in pratica con tutte le pacifiche armi della politica democratica, laica e repubblicana.

MARCO SFERINI

21 marzo 2019

foto: screenshot

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