La polemica e il rispetto. Elogio di Gianni Cuperlo

Per una volta, magari anche per altre volte, ho invidiato qualche mio simile per caratteristiche che non avevo io: per carattere, per comportamento, per attitudine. Questa volta mi è...

Per una volta, magari anche per altre volte, ho invidiato qualche mio simile per caratteristiche che non avevo io: per carattere, per comportamento, per attitudine.
Questa volta mi è capitato di invidiare Gianni Cuperlo. Ieri sera, durante la trasmissione “Pizzapulita” di Corrado Formigli, ha dimostrato cosa può tornare ad essere la politica se incasellata anzitutto nel reciproco rispetto, contro l’urlo a tutti i costi, contro l’esacerbazione dei toni che trasformano i concetti in veri e propri attacchi di pessimo gusto.
Accusato di essere uno “sciacallo” per aver detto quanto segue, riportato anche dalla carta stampata: «Comprendo il tratto umano della vicenda, un figlio che dichiara, perché pienamente convinto, l’estraneità del genitore, però Matteo Renzi per primo non interviene con chiarezza nella sua veste di leader politico sulla vicenda Consip».
E’ sciacallaggio questo? E’ una osservazione prettamente politica, fatta con una pacatezza che non si può descrivere.
Ecco, io ho ammirato ieri sera proprio quella pacatezza che, lo si vedeva molto bene, era soffertamente vissuta e mantenuta come tale da Cuperlo stesso.
Non è facile non farsi prendere dalla concitazione quando si viene colpiti sul piano personale e, invece di una obiezione politica, ci si sente rivolgere una stigmatizzazione delle proprie parole in chiave caratteriale.
Elogio, dunque, di Gianni Cuperlo per essere, al di là delle sue posizioni politiche che personalmente molto poco condivido, un vero signore, un galantuomo. E non per finta, per accreditamento televisivo. Cuperlo è proprio tale e quale lo si vede e si sente parlare: ha il pregio di essere sincero.
E oggi la sincerità personale e politica, unite e non scisse, è un binomio che si trova raramente nel legittimo scontro polemico: il linguaggio dei titoli giornalistici (di alcune testate, non di tutte, si badi bene) è lì a dimostrare che c’è uno scivolamento anticulturale e, soprattutto, una accessibilità ad un comportamento sopra le righe del rispetto reciproco che viene vissuto come normale dalla cittadinanza.
Nessuno più si indigna per titoli sprezzanti e offensivi nei confronti tanto dei migranti quanto dei napoletani o per articoli e fondi di giornale dove è lecito scrivere più illazioni che concetti, più malignità e dietrologismi rispetto ad analisi che un tempo era un piacere leggere anche sui quotidiani liberali.
Oggi i commentatori politici o di attualità e cronaca che si esercitano ancora nella nobile arte del giornalismo, quindi dell’inchiesta e del resoconto, dell’espressione delle loro opinioni con il beneficio del sacrosanto dubbio, sono veramente pochi. Ma sono, nonostante tutto, quelli che scrivono sui giornali di una borghesia che non tollera l’arroganza di certi toni, la sprezzanteria di certe espressioni virulente, apertamente offensive.
Conveniamo tutti, spero, che una notizia si può dare in eguale modo con titoli e sottolineature (le vogliamo chiamare “coloriture”) differenti: ma sovente sulle colonne dei quotidiani (ed anche su Internet) si passa il segno di quella educazione che non voglio chiamare “buona”. L’educazione cattiva non esiste. Così come non esiste la “bella calligrafia”.
Basta studiare un po’ di etimologia delle parole per capire che certi errori, banali, possono essere evitati facilmente.
E basterebbe amare di meno odio le proprie crociate contro determinati personaggi per essere ancora determinati nella polemica, nell’asprezza anche del confronto, senza scadere in gratuiti insulti che non fanno che alimentare sentimenti di disprezzo di massa della gente, del popolo verso l’indistinto mondo della “politica”, che tutto comprende, tutto assume in sé quando si tratta di negativismi, intrallazzi seguiti da contumelie d’ogni tipo e che, invece, tutto esclude se fa qualcosa nel pubblico interesse.
Prendiamo la puntata di ieri sera di “Piazzapulita” e guardiamola: traiamo dal savoir-faire di Gianni Cuperlo la lezione morale, politica e civica per fare politica, per essere duri nel non perdere la necessaria lucidità e calma che è prima di tutto parte del nostro essere umani. Ciò ci avvicina alla considerazione dell’altro da noi come uguale a noi.
Tutto il resto ci rende giudicanti, presupponenti e arroganti e, pertanto, ci allontana dalla concezione egualitaria degli individui verso sé stessi.
Non è un punto secondario, da trascurare. E’ l’essenza stessa, pensate un po’, di un patto costituzionale.

MARCO SFERINI

3 febbraio 2017

foto tratta da Pixabay

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