La lucidità critica persa: un punto per il “sistema”

Quando iniziò l’allerta sulla pandemia generata dal nuovo Coronavirus, nella terza settimana del mese di febbraio dei un 2020 che pare molto lontano, non eravamo probabilmente ancora consapevoli della...

Quando iniziò l’allerta sulla pandemia generata dal nuovo Coronavirus, nella terza settimana del mese di febbraio dei un 2020 che pare molto lontano, non eravamo probabilmente ancora consapevoli della portata storica dell’evento e di quante ipotesi, illazioni, commenti e dibattiti avrebbero preso corpo attorno alla ricerca scientifica, alla frenesia con cui si erano messe in moto due macchine: quella della sperimentazione in laboratorio per cercare una soluzione al Covid-19 che fosse estendibile su scala mondiale (quindi un vaccino) e, allo stesso tempo, quella del mercato, della concorrenza spietata tra le multinazionali del farmaco.

Se fossimo soltanto un pochino più coscienti del mondo in cui ci troviamo a vivere e del regime economico che lo governa, non avremmo dovuto stupirci più di tanto; avremmo invece dovuto attrezzarci fin da subito nel denunciare le speculazioni che sarebbero state al centro dell’interesse farmaceutico.

Invece, presi da una più che giustificata e comprensibile ondata di panico, abbiamo trascurato la connessione tra sviluppo pandemico e sviluppo di nuovi affari: così il vortice petulante del dibattito che si è via via amplificato grazie alle televisioni ma, va detto con grande onestà, soprattutto a causa del malsano rapporto che abbiamo con la pervasività dei social network nelle nostre vite dissestate dal liberismo, quel vortice ha mullinellato tante e tali sciocchezze da relegare in secondo piano il metodo scientifico di ricerca.

Non ha aiutato il portare in televisione il dibattito accademico piegato ai ritmi della comunicazione massiva: la necessità del semplificazionismo catodico ha indotto alla semplicismo ed alla banalizzazione di concetti che sono diventati terreno fertile per la propaganda dei fantasisti di complotto.

Una schiera di negazionisti dell’Olocausto ieri si è riattivata e si è rimessa in moto, eccitata da una nuova grande occasione: ispirare in milioni e milioni di persone ciò che non era stato possibile con il tema dello sterminio sistematico di interi popoli da parte del Terzo Reich. Questa volta moralità e immoralità, legate ad un giudizio dato dalla Storia, erano relativamente importanti: si doveva convincere anche i più razionali, fior fior di laureati e diplomati, di persone che avevano sempre avuto un sagace senso critico, che un capitalismo mai nominato – per evitare di solleticare proprio quel criticismo sensato (e magari anche di classe) – epifenomeno del “nuovo ordine mondiale” dedito al “grande reset“, stesse architettando chissà quali tattiche, dentro una più grande strategia globale, per controllare l’umanità intera.

Ecco, se avessimo avuto un po’ più di tempo, di voglia e di capacità di analisi nell’osservare i fatti e nel vagliarli con un acume critico degno di nota, ci saremmo accorti che il capitalismo liberista non aveva nessun bisogno della pandemia per controllare gli esseri umani.

Lo fa da secoli e, da almeno una cinquantina d’anni, lo fa davvero sui scala mondiale, senza tralasciare il benché minimo angolo del pianeta, provando a condizionare qualunque società: sia quelle che accondiscendono “democraticamente” e “liberalmente” ai piani del FMI, della Banca Mondiale e degli altri agglomerati di potere economico che gestiscono gli affari del mercato e le interazioni finanziarie; sia quelle che sono refrattarie, recalcitranti e che provano ad autoregolamentarsi come l’esempio cubano e altri dell’America Latina ci insegnano anche in questo secondo decennio del nuovo secolo e millennio.

La pandemia ha offerto al capitalismo una possibilità, una opportunità di ridefinizione tanto degli assetti interpolari, da continente a continente, tra le grandi potenze emerse e quelle emergenti sul piano della muscolarità finanziaria: Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea, Giappone, tra le altre; quanto dello sfruttamento di nuove risorse e di nuovi settori dell’industria medica convertita, in larga parte, alla produzione dei vaccini protetti da quella aberrazione proprietaria che chiamasi “brevetto“. Poche voci, nel grande caos dialettico della pandemia, si sono levate nel criticare la non sospensione della proprietà privata su un bene per e dell’umanità.

Il dibattito qui si è allargato, per qualche mese, poco dopo la prima ondata di Covid-19, alla necessità di riconsiderare esattamente il nocciolo della questione che riguarda le scoperte scientifiche di cui deve beneficiare l’intero pianeta e le privatizzazione delle medesime.

Una proprietà privata che è estesa dai mezzi di produzione a ricchezze materiali il cui valore d’uso è la salvezza delle vite e non la semplice godibilità di una merce comune.

Questa speculazione – del tutto naturale nel sistema capitalistico – è stata, ed è, alla base di una accumulazione di ingenti profitti fatti grazie a fondi pubblici, lasciando più di un miliardo e mezzo di abitanti della Terra fuori dal contenimento della pandemia, esclusi dalla protezione sanitaria contro il Coronavirus, oltre che – davvero endemicamente – da tante malattie che decimano le popolazioni delle nazioni più povere, soggette ad altre economie e ricattate continuamente con l’esigibilità di crediti estinguibili attraverso l’appropriazione (indebita) di fette di territori dove costruire siti produttivi con cui colonizzare ad esempio l’Africa, facendola dipendere per l’ennesima volta dal volere di altri grandi paesi, privandola di un suo autonomo sviluppo.

La distrazione che abbiamo subito in questi due anni di cannibalismo mediatico, di bulimia (dis)informativa, di ha condotto a considerare prevalenti aspetti della diffusione del virus che erano invece sotto il controllo della scienza: una scienza medica che avremmo dovuto sapere essere sotto la spada di Damocle della mercificazione liberista ma che non per questo avrebbe meritato meno fiducia da parte dei miliardi di fruitori delle scoperte per contenere e limitare i danni del Covid-19.

Per rendere più fragile la critica in tal senso, il cosiddetto “sistema” – che non ha alcun bisogno di aumentare il livello di controllo su tutte e tutti noi, perché gli andiamo “naturalmente” incontro in questo senso… – ha più che tollerato le fantasie complottiste. Le ha coccolate, le ha lasciate fare indisturbatamente, proprio perché utili ad una distrazione di massa sui contenuti dei vaccini, sull’orditura di una macchinazione nascosta, sotterranea e ipersegreta che, guarda un po’…, tutti conoscono e diffondono aumentandone indubbiamente la segretezza!

Chi ha creduto e crede alle tesi di Qanon e della rete di fantasie e falsificazioni quotidiane, ha inavvertitamente (nella maggioranza dei casi, si spera…) sostenuto la più grande opera di disinformazione nei confronti della scienza, indebolendola proprio sul fianco più utile su cui avrebbe potuto contare: quello del sostegno popolare, critico verso la brevettazione dei vaccini, ma razionalmente fiducioso sui risultati ottenuti. Era ovvio, e rimane ovvio ancora ora, che la sperimentazione è stata fatta a tamburo battente su una scala di popolazione forse mai utilizzata a questo fine: ma l’emergenza era tale da imporlo.

L’argomentazione dei no-vax sulla riduzione a cavie di ognuno di noi è una mistificazione patetica che proviene da una mancanza di conoscenza (voluta o meno, ormai poco importa) delle ragioni del mercato: qualunque merce prodotta, per poter essere fruibile deve avere un valore d’uso concretizzabile. Deve essere, in sostanza, utilizzabile pienamente e rispondere a determinate aspettative della domanda. I vaccini, senza eccezione, ma in un periodo davvero eccezionale, dovevano anch’essi essere utili allo scopo e quindi, per essere acquistati in massa dagli Stati non potevano non essere efficaci.

Il mercato di acqua fresca ne vende già in abbondanza e comunque fa affari ogni giorno con speculazioni sulla salute umana che possono anche prescindere dalle vaccinazioni. Ma la draconiana divisione di opinioni che la pandemia ha suggerito a tante e tanti, ha impedito un lucidità mentale, una disamina oculata di dati, fatti e oggettività che possono essere messi in discussione soltanto se si relativizza tutto ciò che ci circonda nel presente, partendo dal passato e proiettandoci in un futuro che confonde Matrix con lo show di Truman passando per i racconti orwelliani.

La capacità critica è essenziale per essere presenti a sé stessi in questa fase davvero epocale e non può essere lasciata alla singolarità di ciascuno ma deve trovare spazio in una rialfabetizzazione di massa che dalla scuola pubblica si estenda ad ogni settore culturale, sociale e anche politico del nostro Paese. Per cominciare…

MARCO SFERINI

13 novembre 2021

foto tratta da Pixabay

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