La debolezza del ruolo pubblico nell’economia

Il Piano del governo. Differenze fra Italia e Europa nei programmi di ripresa

Il Pnr (Piano Nazionale di Riforma), presentato il 6 luglio come allegato tecnico al Def (Documento Economico e Finanza), sarebbe la cornice della politica economica del governo. Sebbene sottovalutato dai più, in qualche caso con ottime ragioni, quest’anno il Pnr è molto importante. Perché mette nero su bianco «le linee essenziali del Programma di Ripresa e Resilienza (Recovery Plan) che il governo metterà a punto».

Finalizzato «alla creazione di un nuovo strumento europeo per la ripresa (Next Generation Eu)». Sostanzialmente, il Pnr dovrebbe delineare le azioni di politica economica nazionale rispetto alle linee di politica economica europee emerse con Next Generation.

Il piano europeo delinea alcune innovazioni di policy di struttura inedite, soprattutto se analizziamo la storia recente delle istituzioni europee.

Next Generation afferma che l’Europa dovrebbe «rafforzare la sua autonomia strategica riducendo l’eccessiva dipendenza dalle importazioni per i beni e i servizi più necessari, come i prodotti medici e i prodotti farmaceutici, i materiali critici e le tecnologie abilitanti fondamentali, il cibo, le infrastrutture digitali strategiche, la sicurezza e altre aree strategiche (ad es. spazio e difesa)»; inoltre, rafforza il ruolo pubblico quando asserisce che «ai fini dell’analisi, si ipotizza che il 93,5% della dimensione totale dello strumento (Next Generation) sia utilizzato a fini di investimento pubblico».

Il così detto Programma di Ripresa e Resilienza del governo delinea gli «interventi per il rilancio di importanti filiere e settori produttivi, quali la sanità e la farmaceutica, il turismo e i trasporti, le costruzioni, la produzione, lo stoccaggio e distribuzione di energia, la meccanica avanzata e la robotica, la siderurgia, l’auto e la componentistica, l’industria culturale».

Più precisamente il governo pensa a:

«1) sostegno agli investimenti pubblici e privati; 2) Green and Innovation New Deal; 3) Codice degli appalti; 4) Fondi Strutturali; 5) Piano per il Sud 2030; Politica Industriale; 6) Youth but Smart».

Tra le altre importanti riforme quella fiscale e in particolare quella relativa al costo del lavoro.

Mi scuso per la pedissequa illustrazione del Piano europeo e nazionale, ma senza sarebbe ingiudicabile la politica economica del governo per uscire dalla crisi.

La prima e imperdonabile differenza tra l’Italia e l’Europa è nell’idea del ruolo e del peso pubblico nel sistema economico. Sebbene Next Generation sottolinei la necessità di presidiare e governare i settori essenziali, non solo non li riconosce tutti, ma proprio nei settori essenziali il governo rimuove il ruolo dello Stato, financo delle società dove potrebbe ancora giocare un ruolo nonostante le privatizzazioni degli anni ’90.

Non mi dilungherò con l’elenco delle partecipate pubbliche, ma il Report del Forum Diseguaglianze Diversità Missioni strategiche per le imprese pubbliche italiane, un’opportunità per guidare lo sviluppo, sottolinea che la presenza pubblica potrebbe diventare un volano potente, e rigenerare settori pubblici che hanno perso ogni tipo di missione. Sarebbe un recupero dell’economia mista e/o un bel passo in avanti rispetto allo Stato innovatore. In fine l’economia pubblica è declinata come riduzione del debito pubblico, nemmeno del rapporto debito-Pil che sottotraccia potrebbe considerare la crescita del denominatore (p. 46 del Pnr).

Sul lavoro credo che si registri la peggiore delle ipotesi di politica economica: «Anche nel campo delle politiche del lavoro, il Governo intende adottare riforme ed interventi per accompagnare la strategia di rilancio. Oltre alla riduzione del costo del lavoro attraverso la riduzione del cuneo fiscale, si opererà per incentivare la produttività del lavoro con il rafforzamento degli incentivi fiscali al welfare contrattuale e la promozione della contrattazione decentrata in un sistema di relazioni industriale multilivello» .

Innanzitutto, non abbiamo un problema di costo del lavoro, che si colloca a un livello sensibilmente inferiore a quello di paesi a noi assimilabili. Semmai vale il contrario, se è vero che bassi salari contribuiscono alla perpetuazione di strutture produttive non dinamiche (R. Artoni). Inoltre, il governo verrebbe meno al compito di presidiare proprio le più elementari conquiste legate ai diritti di II generazione (N. Bobbio). Alla fine, il Pnr consegna delle politiche nemmeno prossime all’orizzonte delineato dall’Europa.

Tuttavia, nel vuoto del Pnr, c’è una buona notizia: «La frammentazione nella governance del sistema sanitario e nel coordinamento tra autorità centrali e regionali ha rallentato l’attuazione di alcune misure di contenimento». Un piccolo passo in avanti.

Rimane il problema del progetto paese, ma alle porte non si intravedono grandi progetti di struttura.

ROBERTO ROMANO

da il manifesto.it

Foto di Emilian Robert Vicol da Pixabay

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Economia e società



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