Al-Mawasi si affaccia sul Mediterraneo, a ovest di Khan Yunis. A sette km in linea d’aria da Rafah, è qui che decine di migliaia di sfollati si sono rifugiati dopo l’inizio dell’offensiva via terra israeliana a sud e l’escalation di quella aerea su Khan Yunis. Israele la ritiene «zona sicura», ma non è che una piccola cittadina, priva di tutto. Gli sfollati montano qualche tenda ma posto non c’è.

«Non ci sono bagni. Non c’è acqua. Le persone si contendono l’acqua. Non è una questione di Hamas o Abu Mazen, di Israele o Egitto. Si tratta dei nostri bambini. Paghiamo il prezzo di qualcosa fatto da altri».

È la testimonianza, affidata ad al Jazeera, di Yaser Abu Asi. Fa l’ingegnere, è arrivato ad al-Mawasi da Khan Yunis. I giornalisti che lo intervistano raccontano di una folla di persone che si accalca intorno alla loro auto: pensavano portasse aiuti umanitari. Non mangiano da due giorni.

La fame è ormai insostenibile. Lo dice l’Onu da giorni, lo dicono le altre ong presenti sul campo e prive di aiuti da distribuire. A nord la fame si concentra nei rifugi improvvisati, come l’ospedale al-Awda, circondato da tank e cecchini.

Dentro ci sono ancora 250 persone, tra pazienti e medici. Stanno finendo il cibo e non hanno idea di come procurarselo, con i cecchini che sparano a chi entra o esce. Due giorni fa la Mezzaluna rossa ha interrotto le attività nelle regioni settentrionali di Gaza. In contemporanea l’Onu ha detto di non aver più alcun piano di gestione della crisi a sud.

Ieri alla Reuters Carl Skau, vice direttore esecutivo del World Food Programme, ha annunciato un nuovo procedimento per l’ingresso di camion al valico di Kerem Shalom (Karem Abu Salem), a sud-ovest della Striscia. Si stanno testando le procedure di ispezione dei container in ingresso non più solo dall’Egitto ma anche dalla Giordania. Ma va tutto a rilento, dice Skau. E finché non verrà aperto anche Kerem Shalom, la quantità di aiuti sarà sempre ampiamente insufficiente: metà della popolazione è denutrita, ha aggiunto, e il 90% non mangia ogni giorno.

Alla Bbc ieri il portavoce delle forze armate israeliane, Richard Hecht, ha detto che «ogni morte di un civile è dolorosa, ma non abbiamo alternativa». Secondo Israele, sarebbero 7mila i miliziani di Hamas uccisi dal 7 ottobre.

Hamas da parte sua risponde con messaggi su Telegram in cui rivendica le azioni contro i soldati israeliani: oltre a veicoli distrutti, le Brigate al-Qassam ieri dicevano di aver «preso di mira comandi militari del nemico» nel sud di Gaza con colpi di mortaio. I combattimenti crescono al sud dove Hamas è riuscita a spostare buona parte delle proprie forze, più a dimostrare di esistere ancora. È in tale clima che ieri si sono moltiplicate le reazioni al veto con cui gli Stati uniti hanno bloccato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva il cessate il fuoco immediato.

Quando il vice ambasciatore statunitense all’Onu, Robert Wood, ha alzato la mano alla conta dei contrari, nessuno si è sorpreso. Nemmeno alla luce del lunghissimo negoziato che andava avanti da giorni, da quando il segretario generale Guterres aveva attivato, con una mossa storica, l’articolo 99 della Carta dell’Onu.

Su Washington piovono critiche e condanne, accuse di complicità con il massacro in corso a Gaza. Quella risoluzione era stata co-firmata da ben cento paesi, mezzo mondo. La sola speranza – ricordavano ieri svariati analisti – è che l’intervento di Guterres abbia comunque smosso le acque: le pressioni su Tel Aviv sono globali, quelle su Washington pure. Potrebbero accorciare i tempi dell’offensiva, che Israele sperava di trascinare fino a fine gennaio.

Ieri a N12News il capo del consiglio di sicurezza israeliano, Tzachi Hanegbi, ha detto che la guerra proseguirà per mesi e che gli Usa non hanno dato a Tel Aviv una data di scadenza. Ma Netanyahu due mesi non li ha. Di sicuro non li ha la gente di Gaza. Ieri sotto le bombe c’era di nuovo tutta la Striscia, da Deir al-Balah al centro a Khan Yunis a sud. A Deir al-Balah sono stati centrati alcuni edifici residenziali, un’area che sembrava «libera» a guardare le mappe delle forze israeliane.

Le stesse mappe che ieri sono cadute a Gaza city, per dire ai civili di spostarsi a ovest della città, e che sono piovute su Khan Yunis, per dirgli di lasciare i quartieri di Al-Katiba e Al-Mahatta «verso i rifugi conosciuti». Che cambiano di continuo, che vengono comunque colpiti o che sono talmente tanto affollati da non poter accogliere più nessuno.

CHIARA CRUCIATI

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria