Quando entriamo in un locale o in un negozio, ormai ci sembra ovvio avere a che fare con qualche agente della security. Una scritta minacciosa sui muri, fatto banale fino a qualche decennio fa, può oggi facilmente assurgere agli onori della cronaca, finendo sulle pagine dei giornali o divenendo oggetto di interrogazione parlamentare. Scendere in piazza, fare un blocco stradale o anche un’azione simbolica significa non solo rischiare reazioni violente da parte delle forze dell’ordine ma anche esporsi a denunce di ogni tipo, per fattispecie per le quali spesso sono stati introdotti inasprimenti di pena, che hanno buone probabilità di tradursi in condanne dispensate dai tribunali con crescente generosità.

In Germania o in Francia, come si è visto in questi mesi, le autorità si riservano addirittura di stabilire quali siano le «cause» per le quali è lecito manifestare. L’elenco potrebbe continuare, chiamando in causa, per esempio, l’attacco al diritto di sciopero, che in Italia recentemente si colloca all’insegna del «precetto la qualunque» o dell’intimidazione padronale negli scenari spazialmente periferici ma strategicamente centrali di grandi e piccoli hub della logistica.

Si mostra così in maniera sempre più evidente il volto oscuro del neoliberismo, spesso rimosso anche nelle narrazioni critiche, talvolta inclini ad accogliere, mutandone di senso, la narrazione fatta di uno stato minimo e assenteista che apre al trionfo dei meccanismi anonimi dell’economia di mercato.

La relazione fra autoritarismo e liberismo è al centro di La scelta della guerra civile (Meltemi, pp. 314, euro 20). Gli autori sono ben quattro. Due di loro, Pierre Dardot e Christian Laval sono noti, a partire dal fortunato volume La nuova ragione del mondo (Derive&Approdi), per le analisi critiche condotte sull’abusata nozione di neoliberismo. A loro si sono aggiunti, in questo caso, Haud Guénguan e Pierre Sauvêtre per orientare l’indagine sulla vocazione non episodica del neoliberismo a una politica repressiva e autoritaria descritta nei termini della «guerra civile» mossa nei confronti di popolazioni e soggetti politici recalcitranti all’ordine del mercato.

Anche alle nostre latitudini, del resto, l’espressione «guerra ai poveri» ritorna spesso quando si parla dell’operato del governo Meloni. In tal senso, l’ipotesi del libro è quella non di una svolta autoritaria indotta in tempi recenti dalle battute d’arresto della globalizzazione o dall’avvento di governi di destra ma di una vocazione originaria del neoliberismo.

Il neoliberismo non è una mera riproposizione del liberismo ma un progetto politico-culturale che si delinea a partire dagli anni Trenta in rottura con precedenti tradizioni. La proprietà privata e il libero mercato non sono considerati dati naturali ma un costrutto artificiale. Di conseguenza, a essere invocato non è uno stato minimo, che si limiti a «lasciare fare», ma uno «stato forte», in grado di imporre l’austerità di bilancio e la stabilità della moneta sottraendosi alle pressioni redistributive dei gruppi di interesse organizzati. In sintesi, a salvaguardare la proprietà e i profitti dalle istanze di socializzazione che potevano essere introdotte dalla politica democratica.

Il libro analizza i vari filoni neoliberisti, evidenziando le differenze che intercorrono, per esempio, fra un orientamento modernista, alla Walter Lippmann, e le fantasie reazionarie dell’ordoliberalismo tedesco, che affidava al meccanismo della concorrenza il compito di contrastare gli effetti massificanti della società industriale ristabilendo i valori tradizionali della austerità, della religione e della famiglia.

Al di là di ciò, comune al progetto neoliberista è il proposito di stabilire una costituzione economica incentrata sul diritto privato e di porla al riparo dalla decisione politica, con tutti i mezzi necessari. Il nemico, di volta in volta sarà il socialismo, il new deal rooseveltiano, la pianificazione statale, le politiche redistributive del welfare, il potere dei sindacati e del movimento operaio, in tempi più recenti, si potrebbe aggiungere, la sensibilità ecologista. Se questo è quanto richiesto allo stato forte, non stupisce che i «padri nobili» del neoliberismo, come ricostruito nel libro, abbiano manifestato simpatie non episodiche per un ampio spettro di fascismi, prima e dopo la Seconda guerra mondiale, o per il Sudafrica dell’apartheid.

Il neoliberismo ha vinto la sua battaglia politica e culturale. Da progetto elitista, che scontava l’ostilità delle masse, si è trasformato in qualcosa di diverso, guadagnando il consenso di quelle classi subalterne e popolari contro cui presumeva si dovessero affilare le armi. Ha poi finito per saturare l’intero spazio politico, tanto che a contendersi il campo pressoché ovunque ne sono due varianti, una più universalista (fatta propria dalle ex socialdemocrazie) e l’altra di orientamento reazionario-nazionalista. E tuttavia, in un contesto dove peraltro, come scrivono gli autori, non si profila la minaccia di alcuna alternativa credibile, la spirale autoritaria avanza. I regimi democratici si riducono a strutture sempre più formali, mentre i meccanismi securitari si espandono e gli spazi per l’azione collettiva si restringono.

Il neoliberismo di cui si parla nel libro, incentrato su mercati aperti, libera concorrenza, è quello dei testi sacri di quella specifica religione. Ma una tale caratterizzazione può valere per le dinamiche che caratterizzano il capitalismo contemporaneo? In uno dei suoi ultimi testi, Burocrazia (il Saggiatore), David Graeber avanzava un’autocritica. Per anni, da Seattle in poi, diceva, ci siamo scagliati contro la dittatura dei mercati, quando in realtà le reti di estrazione e appropriazione del valore seguono anche e soprattutto altre vie.

In effetti, gli scenari attuali dell’accumulazione sembrano rimandare più alla ricerca e stabilizzazione di posizioni di rendita, di monopoli, di dispositivi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, di meccanismi di appropriazione di risorse pubbliche tramite il «mercato» della legge. Così come la realtà del «socialismo reale» non poteva essere spiegata dal riferimento ai testi del marxismo, allo stesso modo per analizzare il «neoliberismo reale», e le tendenze autoritarie che alimenta, appare forse necessario andare oltre gli schemi proposti dal liberismo dottrinale.

MASSIMILIANO GUARESCHI

da il manifesto.it

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