Il cinismo istituzionale dentro la campagna vaccinale

Bisognerebbe espellere dal confronto delle idee la dicotomia tra “pro-vax” e “no-vax“, togliere qualunque alibi alla tentazione di strumentalizzare ogni singolo caso di morte avvenuto durante la campagna vaccinale...

Bisognerebbe espellere dal confronto delle idee la dicotomia tra “pro-vax” e “no-vax, togliere qualunque alibi alla tentazione di strumentalizzare ogni singolo caso di morte avvenuto durante la campagna vaccinale in corso in (quasi) tutto il mondo. Bisognerebbe sforzarsi di pensare al di là degli steccati eretti dal pensiero magico e dalle fantasie di complotto, immergersi nella concretezza della realtà, divenire sufficientemente umili per esprimere ovviamente le giuste e democraticissime critiche, ma farlo in una cornice di dubbio, lasciando alla scienza le valutazioni del caso.

Alla gestione tutta politica della scelta, della distribuzione e dell’inoculamento dei vaccini, invece si deve riservare la massima severità, perché gli errori non sono tutti uguali: soprattutto se, pure senza una volontà diretta ed esplicita, rischiano di essere decisioni che hanno conseguenze impreviste, letali e, proprio per questo, più gravi di una scelta consapevolmente presa. Non è ammessa leggerezza alcuna quando in ballo c’è la salute di tutti e di ognuno.

La morte della diciottenne Camilla Canepa è un ennesimo campanello di allarme contro l’approssimazione tanto nelle decisioni quanto nelle comunicazioni. Ma prima di tutto è un atto di denuncia contro quel “balbettio istituzionale” di cui si parlava ieri, che vede contrapposte le Regioni allo Stato, le giunte al governo: rimpalli continui di responsabilità sia nell’adozione dei protocolli, sia nelle responsabilità successive quando accade quello che si giudica un “imprevisto“. Forse per minimizzarlo già un poco, per farne un caso isolato. Ma iniziano ad essere veramente tanti, troppi, insostenibili.

Qualcuno dovrà dare delle risposte, evitando magari la finzione delle scuse ipocrite aggrappate a giustificazionismi non da meno. Verità e giustizia per i morti a causa dei vaccini dovranno essere reclamate a gran voce, prima di tutto dalla magistratura. Questo non significa mettere sotto attacco la scienza medica, la validità complessiva dei preparati per immunizzarci dal Covid; significa invece sfuggire a qualunque tentazione dogmatica, farla finita con la cieca fiducia.

Bisogna collaborare alla realizzazione delle migliori condizioni per la realizzazione del benessere comune. E’ fuori discussione. Ma qualunque comportamento civicamente responsabile viene pervertito, viene rivolto contro noi stessi se, solo per il fatto di essere dei “buoni cittadini“, come era Camilla, ci si getta inconsapevolmente nelle maglie di una rete di contraddizioni evidenti, apparentemente innoque e distinte le une dalle altre, ma in realtà fatali. Fidarsi dello Stato, del governo e dei provvedimenti presi da chi dovrebbe sapere come proteggere i cittadini al meglio, è giusto e lo sarebbe nel caso in cui l’esatta, uguale disposizione di intenti nostra la avesse proprio l’ente istituzionale.

Se le cause della morte di Camilla Canepa saranno quelle ipotizzate, ossia una correlazione diretta tra vaccino e trombosi sarà la farmacovigilanza a dircelo. Sarà l’AIFA. Ma sul banco degli imputati non potrà, comunque, non finire quel balbettio istituzionale che caratterizza negativamente una campagna vaccinale cui, nonostante tutto, è stata mpressa una accelerazione numerica positiva. Non si tratta di una questione di causa ed effetto solamente legati a fattori medico-scentifici. Non hanno torto i professori del CTS quando avvertono e stigmatizzano la vicenda, parlando di “scelta politica“.

La quantità e la qualità certe volte sono speculari, certe altre sono nemiche-amiche. E quest’ultimo è proprio il caso in questione, quello dei giovani vaccinati nei cosiddetti “open day“: 500.000 ragazze e ragazzi che hanno ricevuto la prima dose di un vaccino che era invece stato – dopo varie traversie – destinato solamente agli ultrasessantenni.

I pasticci politici e il dibattito scientifico si sono sommati e hanno generato una gran confusione sia nel metodo sia nel merito: prescrizioni al posto di direttive perentorie non interpretabili; una specie di “autonomia differenziata sanitaria” da regione a regione, che ha alterato spesso il senso dei provvedimenti nazionali; le scelte politiche differenti rispetto alle raccomandazioni (un passo ancora indietro nella scala valoriale stabilita con prescrizioni e ordini) degli scienziati.

Il destino di ognuno di noi trova il suo punto di arrivo non nella fatalità, non nel caso affidato ai grandi numeri snocciolatici con piglio rassicurante: meno di 1 decesso ogni 100.000 persone. No, non si tratta di fare ricorso a questo già abbastanza becero cinismo statistico. E’ qualcosa di più sottinteso che, paradossalmente, nel nascondersi sovraintende un pò a tutto questo groviglio di responsabilità rimpallate vicendevolmente: è il considerare il rischio accettabile, perché riguarda altri, perché si perde nella moltitudine che risulta, anche nel mondo delle idee, anonima perché molteplice, non riducibile e riconducibile ad una unica identità.

Persino i vaccini hanno nome e cognome e una sigla che li identifica. Le persone sembrano invece avere diritto ad una identità soltanto quando emergono dalla massa per un accidente, per quello che viene chiamato un “evento raro“. Che però capita e si ripete. E nonostante si ripeta e confermi che ai giovani è meglio non dare un certo tipo di vaccino, si fanno le giornate aperte per evitare di buttare via delle dosi: sembrerebbe una lodevole iniziativa; peccato che contraddica quelle “quasi-evidenze-scientifiche” che si conoscono. Poche ma sempre più certe.

Non si può trattare la salute dei cittadini come se fosse una variabile di bilancio aziendale dentro la corsa e la rincorsa tra le regioni per attribuirsi il merito di aver vaccinato di più, per aprire la stagione turistica prima di altri, per ottenere magari una medaglia dal governo in finanziamenti. Questa competizione istituzionale è fuorviante, proprio per i rapporti tra gli enti che dovrebbero invece collaborare alla costruzione di una visione unitaria del problema, rispettando anche il sentire sempre più diffuso dei cittadini che non hanno paura di AstraZeneca in sé e per sé, ma hanno introiettato un senso di disagio che proviene da una incertezza che vivono quotidianamente.

L’altalena nauseante delle dichiarazioni di certezza su questo o quel vaccino, su questo o quell’effetto, non è più sopportabile. Viviamo in tempi eccezionali e proprio per questo vanno affrontati con una doppia dose di serietà politica, di responsabilità civile e morale. Come si può pretendere il rispetto delle regole e l’accettazione del “fattore di rischio” scritto sui fogli che ti fanno firmare nei centri vaccinali, se non si hanno almeno a monte le garanzie che tutto sia stato approntato per ridurre a zero le incertezze e le volute incomprensioni sul metodo, prima ancora che sul merito?

Le tabelle dell’EMA (l’Agenzia Europea del Farmaco) non tutti le hanno lette a dovere. O forse le hanno anche lette, ma hanno fatto spallucce. Che volete che sia “meno di un 1 decesso ogni 100.000 persone“? Siamo pezzi di un puzzle statistico e il ritratto che ne viene fuori è veramente molto desolante.

MARCO SFERINI

11 giugno 2021

Foto di LuAnn Hunt da Pixabay

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