I quaderni e i resoconti di Bruno Trentin

Scaffale. Il volume tratto dai diari 1995-2006 edito da Castelvecchi. La composita curatela del libro è a firma di Andrea Ranieri e Ilaria Romeo
Bruno Trentin

C’era attesa per il secondo volume dei diari di Bruno Trentin (1926-2007), autorevole sindacalista fin dal 1950, già collaboratore del mitico Giuseppe Di Vittorio e di Vittorio Foa, segretario della Fiom dal 1962 al 1977, deputato comunista nel 1963, segretario della Cgil dal 1982 al 1994, deputato europeo dei Ds dal 1999 per una legislatura. Il primo volume, curato da Iginio Ariemma (edizioni Ediesse), abbracciava il periodo 1988-1994. Il secondo contiene stralci dei diari che vanno dal 1995 al 2006: Bruno Trentin e l’eclisse della sinistra (Castelvecchi, pp. 186, euro 18, 50). Una nota introduttiva, a scanso di equivoci, avverte: «Si è scelto, a differenza che per il periodo della segreteria generale, di non pubblicare i quaderni nella loro interezza».

Trentin aveva l’abitudine di tenere sempre con sé dei quadernetti dove scriveva annotazioni sulle sue letture e su quello che gli avveniva intorno non riguardante solo il dibattito politico/sindacale (purtroppo perse la borsa che conteneva le note sull’esperienza di deputato europeo a Bruxelles). Si trattava della consuetudine di un dialogo, quasi psicoanalitico, con se stesso: una buona abitudine a cui i dirigenti politici e sindacali sono poco abituati.

Nel primo volume, c’erano giudizi aspri su alcuni protagonisti della sinistra italiana (Pierre Carniti, Luciano Lama, Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Achille Occhetto, Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, il manifesto). Questa volta a prevalere sono le preoccupazioni per i destini di Cgil e Democratici di sinistra dopo eventi epocali come il crollo del Muro di Berlino, le crisi di fordismo e taylorismo, la rivoluzione tecnologica (da ricordare a questo proposito il libro di Trentin edito da Feltrinelli nel 1997 dal titolo La città del lavoro, dove declina la sua idea di «sindacato dei diritti»). Nel retro di copertina di questo secondo volume con stralci dei diari campeggia un secco giudizio che riassume le sue riflessioni: «La sinistra o quello che ne rimane ha registrato un distacco dalle tensioni del paese reale».

Il libro – introdotto da un prezioso saggio di Andrea Ranieri, che periodizza e contestualizza gli appunti di Trentin, e da una altrettanto utilissima biografia critica di Ilaria Romeo – non delude le aspettative. Gli spunti critici e autocritici dell’autore sono molteplici. In una nota del 13 settembre 1995, riferendosi a un dibattito con Ingrao, Rossanda, Reichlin svoltosi a Reggio Emilia, scrive ad esempio: «Il nostro è stato un dialogo cordiale tra sordi totali». Trentin era convinto che le antiche categorie non bastassero a fare i conti con la realtà nuova. L’ex segretario della Cgil non è inoltre tenero con sé: «Ripiego anche sul mio lavoro. Tra angosce e perfezionismo non riesco a venirne a capo. Ogni giorno sento il bisogno di aggiungere, di correggere e di completare un ragionamento».

Non mancano considerazioni sulla congiuntura politica: dissente dal «grande accordo fra D’Alema e Berlusconi che ha distrutto Prodi e frammentato l’Ulivo»; apprezza il coraggio politico con cui Sergio Cofferati (suo successore in Cgil) prese le distanze dal politicismo del Pds. Per Trentin, occorreva ricostruire politiche e iniziative della sinistra consapevoli che il nodo non stesse nell’inadeguatezza dei gruppi dirigenti ma nel «processo di decomposizione-ricomposizione delle élite, anche sociali, che la crisi del Pci e la scomparsa del Psi hanno lasciato in eredità al popolo della sinistra». L’autore non intravede tuttavia nel futuro immediato antidoti «a tutte le intemperie dell’estremismo verbale e opportunistico, del trasformismo, del cinismo della governabilità scambiata per etica della responsabilità, dell’avventurismo populista». Sul passato rivaluta il ruolo di Luigi Longo, segretario del Pci prima di Enrico Berlinguer. Nelle sue diffuse annotazioni si scorge – questa è l’impressione – un ritorno di Trentin alle tematiche proprie del gruppo di Giustizia e libertà di cui suo padre Silvio fu esponente di spicco e in cui lo stesso Bruno militò giovanissimo: libertà e diritti sono il fulcro.

Gli ultimi anni della sua vita videro Trentin, nominato presidente della Commissione programma del suo partito, impegnarsi a stilare – con Giorgio Ruffolo, Alfredo Reichlin e altri – una sorta di «programma fondamentale» del Pds-Ds per dare orientamento culturale e spessore programmatico alla nuova forza politica. Pure in questo caso le delusioni superarono le soddisfazioni. Il programma che fu steso venne considerato un orpello. Commenta giustamente Ranieri nell’introduzione: «La Commissione pur tra mille difficoltà produsse un testo condiviso… ma il suo effetto sulle dinamiche reali del partito, sulle scelte di ogni giorno della sua dirigenza fu irrilevante».

A chi scrive, infine, capitò di salutare Trentin per l’ultima volta nel 2004. Lui, fumatore di pipa, si riforniva di tabacco presso Fincato, Casa del Habano, in via Colonna Antonina a Roma nei pressi della redazione dove lavoravo. Gli chiesi se si sarebbe ricandidato alle elezioni europee di quell’anno. Rispose con un sorriso: «Non me l’hanno neppure chiesto».

ALDO GARZIA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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