Draghi, la regola del silenzio

Draghi non rinuncia alla corsa al Colle e per questo non accetta domande sul Quirinale nella conferenza stampa convocata per spiegare le nuove misure anti Covid. Si scusa del ritardo e cerca di non ripetere l'errore della auto candidatura
Mario Draghi e Roberto Speranza

Si scusa per non aver fatto la conferenza stampa la settimana scorsa, ma non risponde «ad alcuna domanda» sul più importante e ormai imminente appuntamento politico, l’elezione del presidente della Repubblica. E chissà che non debba in futuro pentirsi anche di questo, perché la decisione di concedersi ai giornalisti ma con il filtro – di questo non si parla – rivela più di ogni possibile risposta quanto Mario Draghi si consideri in partita per il Quirinale. E stia tentando di non sbagliare (più) alcuna mossa.

Proprio lui, in passato omaggiato per la capacità di districarsi a braccio negli incontri con la stampa, soprattutto nel confronto con gli imbarazzi del predecessore Conte, adesso deve rifugiarsi nei «non posso rispondere» e «non accetto la domanda». Con l’evidente intenzione di porre rimedio non tanto alla conferenza stampa che non ha fatto la settimana scorsa, ma a quella che ha fatto prima di natale quando ha reso esplicite le sue ambizioni. Quando ha detto che il governo aveva già concluso «tutto o molto di quello che è stato chiamato a fare» e che il lavoro poteva proseguire «indipendentemente da chi ci sarà» a palazzo Chigi. Un’auto candidatura al Colle che gli ha procurato più guai che vantaggi, fino al culmine di ieri quando un Berlusconi più che mai intenzionato a giocarsi la partita ha detto che se Draghi va al Quirinale lui lascia la maggioranza.

Draghi di tutto questo non vuole adesso parlare, anche se è stato lui a parlarne per primo quando si è lanciato come «nonno al servizio delle istituzioni». Dunque ieri sera non è stato possibile nemmeno chiedergli conferma delle sue dichiarazioni di venti giorni fa. E quando gli è stata comunque posta la domanda sul suo futuro, se crede cioè di voler restare alla guida del governo, ha risposto nel modo più ovvio: «La maggioranza pur nella diversità di vedute ha ancora voglia di lavorare insieme. Finché c’è questa voglia il governo va avanti bene».

È sotto gli occhi di tutti, però, che questa «diversità di vedute» ha raggiunto i livelli massimi proprio in coincidenza con il mezzo passo tentato da Draghi verso il Quirinale. La mossa del presidente del Consiglio essendo insieme effetto e causa dell’evidente esaurimento della «spinta propulsiva» di questa maggioranza extralarge.

Draghi sa che il principale (quasi unico) ostacolo alle sue ambizioni sta nell’innegabile rischio di elezioni anticipate che il suo addio al governo comporterebbe. Nella conferenza stampa di dicembre aveva provato per questo a presentare il suo «passaggio» al Quirinale come la migliore garanzia di stabilità: «La legislatura deve assolutamente arrivare alla sua scadenza naturale». L’ operazione non gli è però riuscita troppo bene. Tanto che proprio su questo rischio elettorale gioca ancora Berlusconi per mettere sull’avviso i grandi elettori: con Draghi al Colle, Forza Italia si sfila dal governo (immaginatevi la Lega) e si finisce dritti alle elezioni.

Da qui l’operazione recupero tentata ieri dal capo del governo, con quell’imbarazzante «non risponderò ad alcuna domanda che riguarda immediati futuri sviluppi… il Quirinale… e altre cose». Rientrano nell’operazione anche le scuse finali per la mancata conferenza stampa della settimana scorsa: «C’è stata una sottovalutazioni da parte delle attese che tutti avevano». Per cui la conferenza (monca) di ieri dovrebbe essere «un atto riparatorio, spero adeguato».

Ma oltre che cauto, il presidente del Consiglio deve presentarsi anche ancora saldo e nel pieno delle sue capacità di governo. «Si dice che Draghi non decide più, beh insomma», puntualizza, «stiamo dimostrando che la scuola aperta è una priorità e non era il modo in cui questo problema era affrontato in passato». Una critica molto forte al governo Conte due che costringe Enrico Letta alla più difficile difesa d’ufficio: «Si riferiva al fatto che all’epoca non c’erano i vaccini». Ma anche una chiara mossa tattica: con l’avanzata impetuosa di Omicron e le regole che lo stesso governo ha dato, infatti, molto presto tantissime classi finiranno comunque in Dad. Anche senza una chiusura ufficiale.

ANDREA FABOZZI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Politica e società

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