Da Mimmo Lucano all’Italia e al mondo

Davvero oggettivamente, senza commentare una sentenza le cui motivazioni – peraltro – si conosceranno tra qualche mese, si può e si deve dire che la situazione è altamente kafkiana....
Mimmo Lucano in tribunale durante la lettura della sentenza di primo grado

Davvero oggettivamente, senza commentare una sentenza le cui motivazioni – peraltro – si conosceranno tra qualche mese, si può e si deve dire che la situazione è altamente kafkiana.

Non si offende nessuno così, ma forse si fa sentire Mimmo Lucano prigioniero, prima ancora della Legge (con la elle rigorosamente maiuscola), di un sistema antivaloriale che erige a suprema lex non l’interpretazione della medesima secondo canoni costituzionali ed etici di umanità e di socialità condivisa, ma attraverso una rigidità muscolare dell’apparato statale che impressiona.

Ed impressiona perché non si scappa da due semplici osservazioni che veramente chiunque può fare, prescindendo dalla conoscenza del diritto, ma magari essendo a conoscenza – anche superficialmente – del lavoro fatto dall’ex sindaco di Riace nel corso della sua vita per tutta una serie di categorie fragili, deboli e abusate non solo dallo Stato italiano con le sue normative imprescindibili, ma pure da tanti altri sistemi politico – giuridici che determinano icasticamente, con una algidità tanto serafica quanto glaciale, il determinismo meccanicistico dell’assolutezza della norma.

La prima osservazione riguarda gli errori: qualcuno ha sbagliato. O la pubblica accusa nel richiedere “solo” 7 anni di carcere per Mimmo Lucano, oppure la Corte che gliene ha comminati quasi il doppio: davanti a cosa siamo? Ad una sottovalutazione degli eventi che costituiscono l’impianto probatorio del PM o ad una sopravvalutazione dei medesimi da parte dei giudici? Al momento queste rimangono domande inevase: capiremo di più leggendo le motivazioni della sentenza. Ma porsi dei dubbi, esprimere dei quesiti in merito è, per fortuna, ancora lecito.

La seconda osservazione concerne il più complicato ambito istituzionale e l’agone politico che lo riguarda: che Paese è questo? Un Paese che tollera le ingerenze demoralizzanti e l’invasività antidemocratica dell’odio sovranista in ogni ambito della sfera democratica, della costituzionalità espressa dal ruolo del Parlamento – il cuore pulsante della delega popolare, della creazione delle regole comuni con cui vivere e cercare di evolvere.

Un Paese dove una certa politica e un suo becero, e purtroppo non trascurabile, riflesso su larga parte della popolazione prevarica ogni buonsenso e ogni razionalità,  esaltando esponenzialmente il malpancismo modaiolo delle classi più disagiate e sottoproletarie di questa società ineguale, utilizzando il dolore e la sofferenza per aggirare la verità nascosta dei fatti: troppo difficile da riassumere in poche righe, in qualche slogan che sembri una immagina piuttosto che un titolo.

Una velocità di apprendimento disfunzionale di quanto accade: non sono solamente le sentenze a capovolgere l’intera vita regalata alla propria passione per gli ultimi della Terra. Sono anche le bestie telematiche a sminuzzare le reti cui ci teniamo aggrappati tutti, quelle fatte di indagine, di attenzione, di studio, di comprensione articolata di fatti e fenomeni altrettanto articolati e non riducibili ad una banalizzazione estremizzata da un avanzamento di un analfabetismo antisociale di ritorno che sta progressivamente conquistando ampi settori della popolazione.

Il pressapochismo regna nel sovranismo, lo ingigantisce e ne fa la teoria dell’oggettività, contro ogni attenzione per il particolare, contro ogni dogmatismo indotto dal superficialismo che riesce ad emergere come ogni escremento abbandonato dal mare a sé stesso, in balia di onde che lo consumeranno. Prima o poi.

Mimmo Lucano è dentro questo incredibile mondo che ha una paura folle degli esempi. Soprattutto se si dimostrano realizzabili e nemmeno troppo difficilmente. Questa società economica che influenza quella socio-politica, che asservisce pure una parte dell‘intellighenzia e la rincitrullisce al punto da farle dire che, per sfuggire alla cosiddetta narrazione del “mainstream“, bisogna sposare le fantasie di complotto, unirsi alla galassia forsennata della demagogia e del populismo depensante, del vuoto cerebrale dei “no-vax” e di tanti “no-pass“, è una società disposta a tollerare tutto in nome di una pace interclassista che avvantaggi gli interessi dei più forti, benestanti e possidenti.

Creare spazi di umanità e di umanizzazione dei propri simili, elevando il concetto di uguaglianza a qualcosa che vada oltre l’umano stesso, che comprenda tutti gli esseri viventi, è un atto altamente eversivo: prima di tutto nei confronti della necessità di una stabilizzazione psicologico-sociologica di un popolo indotto a ritenere migliorabile il disastro in cui sopravviviamo con tutta l’incoscienza di chi è anestetizzato da buonismi ipocriti, fuorviato dall’elemosina del cuore nero e di latta di troppi filantropi dell’ultima ora; poi, anche nei confronti dello Stato, che deve mantenere la forma e la sostanza della Legge.

A commento della sentenza che lo condannava a 13 anni di carcere, con un sfilza di imputazioni che getterebbero nello sconforto qualunque persona onesta che ne fosse ingiustamente accusata, Mimmo Lucano ha detto: «Per me è tutto finito». E’ una frase che racchiude tutta l’amarezza per una vicenda che non termina qui, che andrà avanti e che deve riguardare milioni e milioni di italiani che non restano indifferenti davanti ad una contraddizione (chiamiamola eufemisticamente così) del nostro sistema, del nostro Stato, della nostra Repubblica.

Non lasceremo solo Mimmo. Nemmeno per un istante. Ognuno di noi farà quello che può per sostenerne la lotta per verità e giustizia, per dire a chiare lettere che si può violare la legge se questa è di ostacolo alla realizzazione del bene collettivo, del miglioramento vero delle condizioni di vita delle persone, dei cittadini, degli esseri umani (e non umani). Si chiamava “disobbedienza civile” un tempo e ha permesso alla legge di migliorarsi, di aprirsi nuovi varchi nell’emancipazione sociale, civile e morale di intere nazioni, di interi continenti.

Rispettando la legge morale dentro di noi si può disobbedire alla Legge fuori di noi. Non è una contraddizione personale o collettiva: è il principio di uno sviluppo di quella parte della coscienza critica che riguarda la dissacrazione del diritto, che non è immutabile, perché esclusivamente umano e quindi perfettibile.

Da Riace all’Italia intera, questa coscienza non rimarrà silenziosa.

MARCO SFERINI

1° ottobre 2021

foto: screenshot YouTube

categorie
Marco Sferini

altri articoli