Il duello interno al (supposto) «campo largo» si ingarbuglia. Giuseppe Conte si smarca dalle posizioni progressiste e recalcitra di fronte alle richieste di agire in comune con le altre opposizioni sulla Rai.

La prima esternazione risale a domenica sera. Dopo le affermazioni oggettivamente di destra su ius soli e migranti («Il Pd vuole l’accoglienza indiscriminata»), il leader M5S è ospite di Che tempo che fa e viene colto in fallo da Fabio Fazio a proposito delle presidenziali statunitensi.

Incalzato dal conduttore, l’ex premier evita di prendere posizione sul duello per la Casa bianca, suscitando le critiche di Renzi e Calenda e alimentando i motivi di tensione con il Partito democratico di Elly Schlein, che pure aveva giurato che avrebbe fatto di tutto per evitare scontri fratricidi all’interno del campo alternativo alla destra.

«Trump e Biden hanno due approcci ideologici completamente diversi – sono le parole di Conte – Uno potrebbe essere più vicino alla sfera progressista e l’altro no. Però per esempio sulla guerra potrebbero invertirsi le cose, quindi non ha senso che mi metta a fare il tifo per l’uno o per l’altro».

Poi rievoca i tempi del governo gialloverde e dei buoni uffici con il presidente repubblicano: «Con Trump ho cercato di coltivare un rapporto per tutelare l’interesse nazionale» E l’assalto a Capitol Hill? «Ho preso le distanze – cerca di districarsi l’avvocato – Quella chiaramente è una pagina nera della democrazia americana».

Solo che, in nome di un insolito garantismo, concede il beneficio d’inventario: «Lasciamo che i giudici facciano i loro accertamenti».

La posizione di Conte si basa su due presupposti. Il primo è legato a una narrazione che proviene dalla grancassa mediatica della destra trumpiana statunitense. Da tempo Tucker Carlson, anchorman reazionario espulso persino da Fox News, diffonde la storia secondo la quale Trump sarebbe osteggiato dal deep state e dall’establishment perché ostile alle guerre.

Tuttavia, per smentire questa leggenda non bisogna essere esperti di geopolitica. Basterebbe ricordare le sue provocazioni all’Iran (ha rotto senza ragioni l’accordo sul nucleare, aumentato le truppe di stanza nel Golfo Persico, ordinato l’uccisione del generale Qasem Soleimani), il fatto di aver gettato benzina tra Israele e Palestina spostando l’ambasciata Usa a Gerusalemme e tagliando i fondi ai palestinesi.

Oppure tenere presenti le azioni aggressive verso il «cortile di casa» dell’America latina. Insomma, la storiella che piace tanto ai propagandisti del tycoon che descrive Trump come un «pacifista» non regge. Eppure Conte la raccoglie, perché stuzzica una parte del M5S (non furono pochi i parlamentari pentastellati che esultarono quando, nel 2016, Trump vinse contro Hillary Clinton) e perché questo genere di posizioni gli serve per smarcarsi dallo schieramento di centrosinistra e inseguire i voti dei delusi di destra.

Per ora dai suoi non emergono voci di dissenso.

È vero che una dichiarazione del genere potrebbe rendere ancora più difficoltoso il complesso itinerario di avvicinamento al gruppo al parlamento europeo dei Verdi, che Conte vorrebbe agganciare già alla prossima legislatura.

Ieri ha rinforzato i sospetti di trasversalismo parlando di Rai e sfilandosi dalla proposta di Schlein di manifestare il prossimo 7 febbraio davanti ai cancelli di viale Mazzini. L’idea viene prima bocciata da Barbara Floridia, presidente della commissione vigilanza Rai, e poi rigettata direttamente da Conte: «Il 7 febbraio noi non ci saremo».

Il leader 5S considera «un’ipocrisia» che il Pd indigni sulla Rai «fingendo di non sapere quello che tutti sanno da anni, e cioè che la governance Rai è assoggettata al controllo del governo oltreché della maggioranza di turno grazie alla riforma imposta dal Pd renziano nel 2015».

Conte cita pure il caso del Teatro di Roma e prende a prestito una definizione usata da poco da Giorgia Meloni: «L’amichettismo di destra vale quanto l’amichettismo di sinistra. I cittadini non sono sciocchi», afferma.

La replica del Pd, non a caso, tiene insieme l’uscita su Trump e quella sulla Rai, il che appare come un modo per escludere casi isolati e sottolineare l’atteggiamento complessivo del M5S: «Dopo l’incertezza su chi scegliere tra Biden e Trump, sorprende questa presa di posizione invece molto chiara sulla Rai e sulla nostra proposta di riformarla insieme», dicono dal Nazareno.

GIULIANO SANTORO

da il manifesto.it

foto: screenshot da Wikipedia