Berlino, Ankara: gli attentati all’Europa dei popoli

Un altro tir si lancia a folle corsa su una folla: stavolta a Berlino, durante un mercatino natalizio. Fa dodici morti e decine di feriti. A qualche migliaio di...

Un altro tir si lancia a folle corsa su una folla: stavolta a Berlino, durante un mercatino natalizio. Fa dodici morti e decine di feriti. A qualche migliaio di chilometri di distanza, un poliziotto ventidueenne turco, agita una pistola in una galleria d’arte dove è presente l’ambasciatore russo ad Ankara.
In un terribile video che sembra la vera e propria scena di un film di azione, di un thriller hollywoodiano, si vede l’uomo esplodere i colpi e l’ambasciatore, sorpreso e dolorante, finire a terra e giacere cadavere in pochi secondi.
Il tutto condito dalle solite grida di giubile verso Allah e con una chiosa finale: “Vendetta per Aleppo”. Il tutto avrebbe la matrice del Daesh, comunque il suo imprimatur.
Davanti a tanta efferatezza, la prima considerazione che mi è passata per la mente è: ma davvero il califfo e il suo sedicente Stato islamico sono convinti con azioni del genere possono aggregare alla loro “causa” nuovi adepti?
Si fa un gran parlare di azioni di “lupi solitari”; quindi questa dovrebbe essere la strategia: mandare in avanscoperta della quinte colonne isolate, perciò irrintracciabili con estrema difficoltà dai tanto celebrati servizi segreti occidentali, e colpire senza alcune differenza. Colpire dei civili, delle vittime innocenti: ammesso che possano esistere delle vittime non innocenti in una guerra.
Le uniche e vere non vittime sono sempre coloro che nei secoli passati guardavano scannarsi gli eserciti dall’alto della groppa di un cavallo sulle colline lontane dai campi di battaglia. Oggi lo sono coloro che azionano droni e altre diavolerie tecnico-belliche con pulsantiere lontane decine di migliaia di chilometri, seduti in qualche stanza dei bottoni dove le guerre si percepiscono come degli “effetti collaterali” di una politica che, altrimenti, faticherebbe ad imporsi come imperialismo di nuovo modello.
Il Daesh rientra perfettamente negli schemi di riassestamento delle politiche egemoniche di riposizionamento economico delle grandi potenze nel mondo e ne è creatura e strumento consapevole (forse meno consapevole nella sua base più strettamente combattente, in tanti giovani che credono di lottare per guadagnarsi davvero quel paradiso per cui invocano un dio).
E, poi, non dimentichiamoci che a breve nella Repubblica federale tedesca si terranno le elezioni politiche, per la successione all’infinito mandato elettorale di Angela Merkel. Questi attentati sono terreno fertilissimo per le forze populiste che vogliono imporre una ventata di autoritarismo che unisca liberismo a protezionismo nazionalistico: a parole contestano l’Europa dei banchieri ma nei fatti non hanno programmi di sovvertimento delle pratiche economiche fino ad oggi portate avanti dai governi conservatori della CDU.
Così in Turchia, ogni attentato che viene messo in atto non fa che dare man forte ad Erdogan per repressioni sempre più vaste, prive di qualunque anche immaginario, illusorio contorno di legalità.
Tutto si muove dentro a cornici di destabilizzazione di altre destabilizzazioni: un’Europa che si muova più a destra, che rivendichi le sacre radici cristiane, che esasperi le coscienze delle persone, che la faccia sentire costantemente minacciate è una Europa dove il liberismo può marciare ancora più trionfalmente che insieme ai rigidi esecutori delle pratiche di Bruxelles.
Il caos serve, insomma, un poco a tutti, anche a quelli a cui sembrerebbe a prima vista nuocere. E non è detto, poi, che sia così destabilizzante e debilitante per i governi uscenti: i populisti di destra grideranno alla chiusura dei confini e all’innalzamento dei muri stile Orbàn; i conservatori ultraliberisti grideranno, apparentemente in opposizione a tutto ciò, alla solidarietà subordinata alle esigenze del mercato, degli scambi finanziari e degli indici di borsa.
Proprio a Berlino pochi giorni fa si è tenuto il congresso dell’European Left (Partito della Sinistra Europea) che aveva sul fondale del palco impresso un bellissimo slogan: “Costruiamo le alleanze”. Alleanze progressiste, tra socialisti veri, comunisti, ambientalisti, comunità solidali, grandi movimenti locali contro altrettanto grandi opere: insomma, una unità di tante libertà che, continentalmente, devono ormai trovare un punto di incontro per proteggere l’Europa da tutto quello che è stato sopra descritto: terrore artificialmente creato dalle centrali del potere mondiale; liberismo selvaggio; dipendenza dei popoli dalle sole politiche economiche e utilizzo dei bisogni più essenziali come arma di ricatto verso intere nazioni.
Gli attentati di Berlino e della Turchia ci dicono, ancora una volta, che senza una alternativa diametralmente opposta in tutto e per tutto alla visione bellica, securitaria, xenofoba, protezionista e militarista degli attuali governi dei paesi dell’Unione Europea non ci può essere un vero sviluppo sociale, una vera Europa popolare.
Per questo occorre abbandonare la visione mediatica di massa, quella che è volutamente priva delle vere ragioni che scatenano il terrorismo nelle capitali del Vecchio Continente, e serve riconsiderare il dubbio, la critica come elemento fondante della sinistra nuova, di alternativa, antiliberista e anticapitalista.
Solo il dubbio è alla base di una coscienza sociale degna di questo nome. La cieca accettazione della spiegazione che ci danno televisioni, Internet, radio e social network è già una sconfitta preliminare per un lungo cammino di ricostruzione di una presenza dei comunisti e delle sinistre nell’Europa che può e deve ancora essere ancorata ai valori antifascisti, antiautoritari e federali usciti da Ventotene.

MARCO SFERINI

20 dicembre 2016

foto tratta da Pixabay

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