Anabasi e catabasi del linguaggio: la parola a Wittgenstein

Wittgenstein pone un interessantissimo dubbio sull’univocità delle parole, sull’universalità del linguaggio. Noi siamo, per così dire, abituati a ritenere che, come sostiene Umberto Eco ne “Il nome della rosa“,...

Wittgenstein pone un interessantissimo dubbio sull’univocità delle parole, sull’universalità del linguaggio. Noi siamo, per così dire, abituati a ritenere che, come sostiene Umberto Eco ne “Il nome della rosa“, alla fine della nostra fiera delle vanità conoscitive, delle cose possediamo solamente il nome (“…nomina nuda tenemus…“). Il concetto è, tramite il pensiero, quella che il filosofo austriaco definisce come “raffigurazione logica” dei fatti.

Se questo corrispondesse al vero, se quindi noi non potessimo fare altro che conoscere il mondo, la realtà, l’esistenza nostra stessa attraverso una totalità dei fatti e non mediante l’osservazione e il contatto con le cose, le persone e gli accadimenti che le concretizzano, ne dovremmo concludere che una conoscibilità oggettiva dei fatti stessi, così come dell’essere in quanto tale è praticamente impossibile.

Ma Wittgenstein non intende negare la conoscibilità dei fatti; semmai spostare il punto di vista critico sul come conoscere, sul come apprendere, su come relazionarci con ciò che ci circonda, ci compenetra e ci rende parte del tutto che accade: quindi del mondo. Perché per lui la quotidianità è rappresentata dagli accadimenti e non dalle cose di per sé esistenti. E’ l’azione che rende un oggetto un fatto, quindi che lo fa esistere al di là del suo essere nel mondo.

Di per sé, la rosa di Umberto Eco, vive tanto nelle piante che fioriscono quanto nell’idea che ne abbiamo. Ma la rosa per noi assume un valore estrinseco da sé stessa, che quindi si lega con noi in un rapporto tutto particolare, che varia da soggetto a soggetto, nel momento in cui è sottratta alla sua esistenza in sé e per sé: quando, per esempio, viene colta e messa in un vaso insieme ad altri fiori. In quel preciso istante, la rosa, oltre ad essere, diventa un fatto: rimane parte del mondo, ma entra a far parte di uno “stato di cose“.

Quando analizza il linguaggio, e si diverte con la “teoria dei giochi linguistici“, Ludwig Wittgenstein intende anzitutto indagare fino a dove può estendersi la tanto agognata univocità delle parole, di una comunicazione che è, proprio perché espressa dal singolo nei confronti del resto del mondo, qualcosa di singolare che si va ad incontrare con una universalità fatta di tantissime altre singolarità.

I tentativi di assolutizzare un concetto, ponendo come indagine della filosofia la sostanziazione di un pensiero in una parola, che possa essere quindi valida per tutti, sono vani.

Wittgenstein attribuisce questo atteggiamento speculativo e indagatore, che considera uno sperpero di forze mentali, un vicolo cieco dell’interesse del filosofo che prova a diventare una sorta di scienziato della parola, ad una necessità atavica presente in noi: quella di conoscere il vero e il falso e, quindi, affidandoci alla resa grafica dei fonemi, alla composizione così delle sillabe e poi dei nomi, degli aggettivi, dei verbi, di qualunque parti di una frase, poter trasfondere nella scrittura una sorta di unicità dei concetti, una comprensione universale.

Un comportamento di cui l’essere umano ha bisogno per tentare di dare un senso all’esistenza, non solo assegnando ad ogni cosa un nome e, quindi, stabilendo una convenzione di per sé universalistica; ma, soprattutto, la creazione di un proprio mondo in cui vivere al sicuro dal rovesciamento della realtà che si tenta di conoscere e, quindi, di capire per provare il minor numero di sofferenze possibili derivanti dall’oggettività della finitudine umana, dalla trasformazione continua dell’esistente nel ciclo vita-morte.

L’indefinibilità della parola è per Wittgenstein lampante: ogni volta che noi usiamo un termine, lo facciamo ponendolo in relazione ad altri termini e, quindi, non possiamo mai veramente affermare che esiste un significato soltanto per quel termine stesso.

E non tanto in riferimento al passato del nostro linguaggio, all’origine etimologica delle parole. Qui si tratta di ricercare se esiste o meno una atavicità dei lemmi che, prescindendo dalla composizione delle frasi e dall’interpretazione dei concetti che introitano ed esprimono, ne fa quasi degli apriori di sé stessi.

Il significato delle parole sta nell’uso che ne facciamo e i fatti, quindi, sono la traduzione logica di ciò che mettiamo in pratica: prendendo un fiore e riponendolo in un vaso. Quel fiore è, oltre a sé stesso, il fiore che sta nel contenitore con l’acqua. Quest’ultima non è solo più l’acqua che usciva dalla fonte o dal rubinetto, ma è l’acqua di quel vaso e di quel fiore. E potremmo andare avanti, se non all’infinito, ancora molto.

Il legame, quindi, che si viene a creare tra le cose è l’oggettività della soggettività del linguaggio: cio che noi pensiamo e che proviamo a concretizzare è la logicità dei fatti. L’essenza del mondo risiede quindi nell’assemblaggio delle lettere in sillabe, di queste in parole, di queste in frasi, di queste nelle frasi complesse, nel linguaggio, nella comunicazione e nelle azioni che ne derivano.

Limiti ed eccessi del linguaggio, dunque, sono fondamentali per la comprensione, seppure parziale e soggettiva, di quanto noi siamo e proviamo ad essere durante il corso dell’esistenze nell’esistente che ci include. Ciò che è dicibile ha, pertanto, un valore. Vero o falso. Ma ha un valore, ha quindi delle qualità che gli derivano tanto dalla parola quanto dalla sua espressione in comunità, così come dalla sua relazione con le cose e le persone che danno seguito ad azioni e costruiscono la storia.

Ciò che non è esprimibile, ciò di cui non si può parlare – sostiene Wittgenstein – è anche ciò di cui si deve tacere, perché privo di valore, compreso in una indicibilità che non deve essere spiegata, visto che è ineffabile, visto che è il limite del linguaggio e, quindi, anche il limite del mondo. Là dove all’essere umano risulta impossibile arrivare mediante la parola, la spiegazione della stessa e la traduzione di ciò che si dice in logicità e in fatti, proprio là è il confine con il principio dell’etica e della religiosità.

Nel momento in cui non siamo più in grado di dare delle spiegazioni, facciamo ricorso alla morale che, molto spesso e volentieri, facciamo discendere, oltre che da una condivisione di regole comuni e per il bene di ciascuno e di tutti, da predeterminazioni divine, da volontà quindi extrasensoriali. Le parole non sono delle etichette da apporre sopra ogni cosa, ogni fenomeno, ogni persona. Nemmeno Dio è un essere (o un concetto) a cui dare una etichetta lemmatica.

Nelle “Ricerche filosofiche” c’è una domanda che Wittgenstein mette a corollario della sua indagine sulla nuova interpretazione del linguaggio come qualcosa di estremamente mobile e dinamico:

«Si pensa che l’apprendere il linguaggio consista nel denominare oggetti. E cioè: uomini, forme, colori, dolori, stati d’animo, numeri, ecc. Come s’è detto, il denominare è simile all’attaccare a una cosa un cartellino con un nome. Si può dire che questa è una preparazione all’uso della parola. Ma a che cosa ci prepara?».

Marx sostiene che è il bisogno dell’essere umano ad aver sviluppato il linguaggio stesso: la necessità di quella catalogazione universale di concetti che potessero permetterci, quindi, di riconoscere in una data cosa un elemento comune per tutti. Abbiamo chiamato pietra la pietra, tavolo il tavolo, rosa la rosa, non perché il tavolo la pietra avesse in sé quel nome, e così il tavolo e così la rosa. Lo abbiamo fatto per creare un fondamento comune attraverso cui entrare in contatto col mondo.

E lo abbiamo fatto sviluppando linguaggi diversi a seconda del tipo di evoluzione che i singoli popoli hanno conosciuto nel corso della storia.

La nostra capacità di interpretazione dell’esistente è – e qui ritorna Wittgenstein – fortemente legata alla nostra soggettività, al campo dell’esperienza singolare di questa o quella comunità. A volte anche di piccolissime tribù primitive che, pur vivendo in un ambito territoriale ristretto, si sono rapportate differentemente con gli eventi naturali, tra loro stessi e, quindi, hanno dato luogo a molto diverse visioni dell’esistente.

Chi ha avuto la capacità di comprendere meglio il potere del linguaggio ha avuto, ovviamente, la capacità di dominare sugli altri e di ispirare quella che si sarebbe chiamata la “cultura“: tanto dal villaggio indio in America centrale e meridonale, quanto nei deserti arabici o nel tribalismo africano. Così come nei primi, rudimentali esperimenti di Stati antichi: dalle civiltà italiche preromane allo stadio, per allora ipermoderno, delle città-Stato elleniche.

La capacità del linguaggio di cambiare nel rapporto tra raffigurazione dei concetti e denominazione degli stessi, non è esaustiva del compito delle parole. I concetti che in merito esprime nella sua opere più nota, il “Tractatus logico-philosophicus“, non vengono smentiti, ma certamente oltrepassati da una diversa impronta del pensiero di Wittgenstein che cambia mentre l’osservazione tra logos in quanto pensiero e logos in quanto parola si avvicina alla sua trasposizione concreta.

Così, il linguaggio esce dal suo schema di mezzo esclusivamente nominalistico, di strumento per la classificazione comune nel rapporto cartesiano tra res cogitans e res extensa, e si fa protesi dell’essere stesso, dell’umano in quanto fenomeno non soltanto individuale ma sociale, nella complessa connettività tanto del primo Novecento quanto dell’oggi. La pluralità è una qualità dei suoni che, accostati fra loro, con le parole ci offrono diversi modi di comunicare e di comprendere, con la sonorità musicale di ascoltare inebrianti melodie.

Nella musica, che è una forma di comunicazione, in quanto è una espressione artistica che, a sua volta, risponde ad una armonia interiore che associa suoni e immagini della mente, armonie come metafore dell’esistente, come descrizioni di emozioni, in quanto vibrazioni interiori che ci pervadono e ci attraversano quasi istintivamente, forse è possibile ritrovare un pizzico di universalismo linguistico.

Atipico, certo, ma non del tutto separabile dal modo in cui possiamo trasmettere empatia o antipatia, assenso o dissenso, gioia o dolore da noi ad altri e viceversa.

Schopenhauer, del resto, considerava la musica la più alta forma artistica rintracciabile nell’esperienza umana: qualcosa di inesauribile, di continuamente rinnovabile e inventabile. Quasi non avesse un confine, ma col fine di lenire per qualche istante delle nostre giornate prive di un senso (così come la vita di per sé), l’angoscia e le sofferenze, i turbamenti e le ansie dell’animo, della psiche, del rapporto dialettico tra inconscio e conscio, tra pulsione a-razionale e razionalità pragmatica.

Dal “Libro blu” a quello “marrone, Wittgenstein persevererà nella contestazione dell’univocità del linguaggio, della parola, della trasmissione della stessa. Nemmeno l’argomento del “confronto” tra esperienze simili, tratte da una osservazione meramente empirica, lo persuade del fatto che si possa oltrepassare il confine della “somiglianza” tra i concetti per arrivare al limite ultimo, alla meta dell’oggettività universale, dell’unicità concettuale, quindi, di un lemma.

Nella comunicazione umana – sostiene il Nostro – non si può ricavare la prova dell’univocità, perché a parola uguale non corrisponde sempre uguale interpretazione e uguale contesto in cui viene espressa. Un soggettivismo linguistico che, però, non nega la forza e la potenza del nostro modo di esprimerci.

L’esempio che Wittgenstein fa è quello di una corda fatta di molti fili. Ognuno è indispensabile per dare la totalità della potenza resistente a quello che può essere un semplice spago oppure un più rigido cappio o una fune. Ma ciascun filo è e rimane distinto dagli altri in quella unità. Il giro ottovolantistico del filosofo e logico austriaco somiglia ad un saliscendi dentro le proprietà della parola che è, come il tono delle note, scritta per essere musicata dalla nostra voce.

Voce che diviene protesi del linguaggio, amplificazione e riduzione, anabasi e catabasi dell’estensione alta o della compressione minimale delle onde sonore che echeggiano intorno a noi e diventano comunicazione diretta o indiretta. Se si grida nella meravigliosa beata solitudo di un bosco oppure in mezzo ad una folla, l’urlo sarà sempre un urlo ma si distinguerà dall’altro apparente sé stesso per l’azione che, risolvendosi nel motivo per cui viene eseguita, lo trasforma in un fatto, in un atto specifico.

Il fatto è anche rappresentato dal contenuto dell’urlo, dal concetto che veicola e riporta all’esterno rispetto a noi. Ma il fatto in fieri è l’urlo stesso che, però, ugualmente al mazzo di fiori messo nel vaso, assume i connotati di qualcosa che si crea e che esiste dopo una modificazione e che, pertanto esiste nel mondo proprio grazie a questa connessione tra intenzioni, movimenti, concetti, voglia, desiderio.

Molto semplicemente, i fatti di cui si è parlato sono il prodotto delle azioni singole e collettive, pensate e tradotte in pratica mediante la comunicazione. Non le si può prescindere. Non si può pensare di fare qualcosa insieme senza alcun tipo di comunicazione.

Possiamo anche escludere il linguaggio. Ma cercheremo di farci capire con i gesti, con gli sguardi. Con tutti i sensi che ci rimarrebbero. Le parole, dunque, e il modo in cui le scegliamo (quando le vogliamo e le possiamo scegliere fermandoci a ragionare), sono delle leve di straordinaria forza e possono, unite alla volontà, produrre il cambiamento nel mondo.

MARCO SFERINI

3 marzo 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

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Il portico delle idee

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