Tutti con Zingaretti. Anche i renziani, purché non si voti

Partito democratico. Il segretario del Pd presenta 5 punti facili per il dialogo con i 5S La «discontinuità» che chiede è soprattutto sui nomi: no a Conte
Nicola Zingaretti, Segretario nazionale del Partito democratico

È una riunione-lampo quella della direzione Pd che dà al segretario Nicola Zingaretti «pieno mandato» per salire al Colle stamattina con una proposta concreta per verificare se ci sono le condizioni per un governo Pd-M5s più Leu e cespugli. Sono cinque punti di programma – guai a chiamarlo contratto, stavolta sarebbe un vero patto di governo -, per ora niente più che cinque titoli: lealtà alla Ue, centralità del parlamento, sviluppo sostenibile, cambio delle politiche migratorie, investimenti e politiche di redistribuzione.

I titoli sono generici. Il core business della proposta infatti è un altro: dopo il «fallimento dell’esecutivo giallo-verde» per non andare al voto il Pd pretende «un governo di svolta per salvare l’Italia», «di legislatura» e soprattutto di «discontinuità». È la vera parola chiave. Esclusa dunque l’ipotesi di un Conte bis. In serata Zingaretti lo dirà a chiare lettere: la discontinuità dovrà essere «sui nomi e sui contenuti». Valigie dunque per il sedicente avvocato del popolo. E anche per Luigi Di Maio.

Al Nazareno l’ordine del giorno è accolto con un’ovazione, poi tradotta alle agenzie come un’approvazione all’unanimità. Nel palazzo si sottolinea che sono sei anni che non accade un miracolo simile. Vengono descritti renzianissimi che si spellano le mani. In realtà i giochi però sono stati fatti il giorno prima nei fitti colloqui riservati al secondo piano, nello studio del segretario, la war room del Pd. Sono stati Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, al telefono dagli Usa dove si trova in queste ore, a convincere Zingaretti, contrario a ogni «accozzaglia», a scrivere una proposta meno spigolosa è più potabile di quella che aveva in mente.

Se dai molti contatti di queste ore – con Franceschini, Delrio, Orlando – si ricava l’idea di un M5S all’ultima spiaggia, pronto ad accettare tutto pur di non andare al voto, d’altra parte c’è il busillis dell’unità del Pd. L’applauso scrosciante di ieri mattina non è una garanzia sufficiente, come insegna la vicenda dei 101 che affossarono Prodi al voto dopo aver accolto con un’ovazione la sua candidatura per il Colle nel 2013.

Paradossalmente oggi è anche il «fattore Renzi» a rendere più complicata l’intesa. Proprio lui che, con uno spettacolare salto carpiato, ha lanciato il governo con il M5S (poi mascherato da «governo istituzionale», ipotesi subito archiviata) ora rischia di rendere la proposta Pd meno credibile. I 5 stelle chiedono sul suo conto garanzie di affidabilità che però non possono essere fornite. L’ex premier ieri ha dato ai suoi il via libera per il mandato unitario a Zingaretti: «Meglio impegnare la delegazione al Colle su quella linea», ha spiegato. Ma il sospetto che voglia solo guadagnare tempo per la sua scissione è forte. Ieri, dal resort in Garfagnana dove ha riunito duecento under 30 per un corso di formazione politica, piovevano dichiarazioni di «Pischelli in cammino», traduzione nostrana della giovanile della macroniana En marche, pronti ad aderire al nuovo partito.

L’«inaffidabilità» di Renzi è un sasso, non l’unico, sulla strada dell’accordo fra Pd e 5 stelle. Tanto più che l’ex premier ha già spiegato che terrà le mani libere, cioè non vuole entrare nel governo. Altrettanto ha fatto Maria Elena Boschi: «Posso votare la fiducia», «darò una mano sui contenuti, ma al governo con i 5 stelle anche no».

Ma per i renziani lealisti, la minoranza di Guerini, il problema dell’inaffidabilità di Renzi non si porrà. Se un governo si farà «noi non ne rimarremo fuori, sarebbe come dire che facciamo un governo per finta», spiegano. Sarebbe difficile, per il senatore fiorentino, staccare la spina a un governo, più che amico, con dentro tanti «amici». « Tutti si facciano carico della necessità di avviare un nuovo governo», avverte Zingaretti. In realtà anche il segretario non vuole entrare nell’eventuale esecutivo: «Faccio il presidente della regione Lazio e il segretario del Pd e sono già due impegni molto gravosi», ha spiegato ieri in serata al Tg2. Fra i maggiorenti Pd è in corso un pressing per fargli cambiare idea.

Ma i problemi irrisolti sono tanti. Oggi la delegazione al Colle (con il leader, il presidente Gentiloni e i capigruppo Delrio e Marcucci) non farà il nome di un possibile premier, anche se Mattarella ha fatto sapere che questo nome sarà un test di serietà per ogni proposta. Se ne parlerà alla prossima direzione, che resta convocata in via permanente, e che si riunirà ad horas, prima della probabile seconda consultazione al Colle. A insistere sull’alleanza con il Movimento 5 Stelle anche i democratici emiliani, umbri e calabresi: le tre regioni che vanno al voto che vedono come insperato miraggio l’alleanza con i 5 stelle anche a livello locale.

DANIELA PREZIOSI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Politica e società





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