Sidney Poitier, l’impegno politico nella vita e nel cinema

Cinema. Il celebre attore, morto a 94 anni, è stato in prima linea per i diritti tra ruoli iconici e amicizie «scomode»
Nelson Mandela e Sidney Poitier

Avrebbe compiuto 95 anni il mese prossimo sir Sidney L. Poitier, venuto a mancare il giorno dell’Epifania alle Bahamas, dove ha concluso una vita singolare e significativa. Sin dalla nascita. I suoi genitori, Evelyn Outten e Reginald James Poitier erano contadini di Cat Island, Bahamas, all’epoca colonia britannica. E per vendere i loro prodotti andavano sino alla vicina Miami, dove Sidney nacque, inatteso il 20 febbraio 1927. Era settimino e settimo fratello più piccolo della numerosa famiglia. Rimase a Miami presso dei parenti perché sembrava destinato a non sopravvivere. Invece dopo tre mesi il piccolo aveva superato la situazione critica, trovandosi così nella condizione di essere cittadino statunitense perché nato in Florida.

Tornato a Cat Island coi genitori, a 10 anni si trasferisce di nuovo, con tutti i famigliari, a Nassau perché l’onda lunga della depressione ha sconvolto l’economia e babbo è costretto a cercare un lavoro qualsiasi in città. Qui Sidney per la prima volta scopre una realtà diversa da quella rurale della sua isola. E rimane spiazzato, al punto che rischia spesso di mettersi in guai seri. Così lo spediscono quindicenne a Miami, dove è già andato un suo fratello, la segregazione è dura e l’anno successivo approda a New York. Dove campa facendo diversi lavoretti, non senza problemi perché è quasi analfabeta.

Per sua fortuna facendo il lavapiatti trova un cameriere che ogni sera per diverse settimane gli insegna a leggere il giornale. Nel 1943 si arruola mentendo sull’età, viene inviato in una struttura che dovrebbe assistere i soldati che hanno malattie mentali, ma assiste a situazioni così odiose che dopo un anno mente un’altra volta pur di farsi dimettere. E ci riesce, torna a lavare piatti e fa un’audizione per l’American Negro Theater. Ma non è che le cose funzionino così bene. Il suo accento pare fosse tremendo e soprattutto non gli veniva perdonato di essere un nero stonato. Quindi l’esordio teatrale non è travolgente anche se un po’ alla volta la sua determinazione e il suo aspetto lo portano a ottenere considerazione.

È il 1950 quando il produttore Darryl F. Zanuck lo scrittura per partecipare a un film di Joseph Mankiewicz: Uomo bianco tu vivrai. Sidney interpreta un medico e si deve scontrare con il razzismo bigotto e reazionario del personaggio di Richard Widmark, perché dei due fratelli bianchi feriti, riesce a salvarne solo uno. Ma il tempo del successo è ancora là da venire. Intanto va in Sudafrica al seguito di Canada Lee, pugile, attore, ma soprattutto attivista per i diritti dei neri. Dopo qualche partecipazione senza grandi riscontri, Sidney entra nel cast di un film destinato a fare rumore: Il seme della violenza di Richard Brooks. Storia di un insegnante, Glenn Ford, in una scuola e una classe difficile, con contraddizioni esplosive.

Ma il tratto distintivo sta non solo nella storia, bensì nella colonna sonora dove per la prima volta si affaccia il rock’n’roll con Rock Around the Clock di Bill Haley e Maybellene di Chuck Berry. Il cinema ormai lo ha scoperto, gira molti film, forse il più significativo è La parete di fango (1958) di Stanley Kramer accanto a Tony Curtis, film che lo porta alla prima nomination per l’Oscar come miglior attore non protagonista. Non vince, ma la questione è solo rimandata di qualche anno quando la ottiene per l’interpretazione di I gigli del campo (1963) di Ralph Nelson. Sidney è il primo attore afroamericano a vincere l’Oscar come protagonista, bisognerà aspettare quasi 40 anni perché un altro attore possa ottenere lo stesso riconoscimento (Denzel Washington in Training Day, 2002).

Sidney Poitier e Spencer Tracy in “Indovina chi viene a cena”

Sidney è ormai una superstar hollywoodiana, pagato cifre mai neanche sognate da un attore di colore. Sono gli anni delle lotte per i diritti civili. E quando arriva il 1967 è trionfo. Prima con La calda notte dell’ispettore Tibbs di Norman Jewison, poi con Indovina chi viene a cena? di Stanley Kramer. Al botteghino è record, Sidney è l’attore più pagato, gli invidiosi storcono il naso, le critiche, anche dei fratelli, arrivano, lui tira dritto. Avrà modo di dire che «era sottoposto a un notevole carico di responsabilità perché ai suoi tempi era l’unica persona di colore all’Mgm, forse con l’eccezione del lustrascarpe». E sempre lui sottolinea come non avesse alcuna voce in capitolo sulle scelte, poteva solo accettare o rifiutare di partecipare a un film, e ne ha rifiutati molti, ma non poteva interferire.

Da allora ha fatto e diretto lui stesso molti titoli, ha lavorato intensamente per i diritti degli afroamericani, è stato anche ambasciatore della Bahamas in Giappone, oltre all’essere stato nominato sir dalla Gran Bretagna per meriti artistici e avere ottenuto prestigiosi riconoscimenti in patria, come l’Oscar alla carriera nel 2002. Autobiografia, documentari, interventi televisivi, un’infinità di film e telefilm, compreso un lavoro con Bogdanovich, scomparso il suo stesso giorno.

E la sua dipartita ha scosso molti attori e personaggi afroamericani che hanno voluto omaggiarlo ricordando tutto quello che ha fatto per affrancare i neri statunitensi dalla loro situazione subalterna e quanto la sua figura abbia contribuito a cambiare, seppure lentissimamente, quella realtà. Non sarà gran cosa, ma L’american Film Institute lo ha inserito al ventiduesimo posto delle più grandi star del cinema hollywoodiano. Chissà cosa avrebbe potuto fare se avesse saputo anche cantare.

ANTONELLO CATACCHIO

da il manifesto.it


Dopo la standing ovation per l’oscar alla carriera assegnatogli nel 2002, Sidney Poitier, rivolto alla platea del Kodak Theater, aveva accettato il premio «nel nome di tutti gli attori e le attrici afro americane venuti prima di me negli anni difficili e sulle cui spalle ho il privilegio di stare».

Nella realtà molto più numerosi sarebbero stati quelli che avrebbero tratto beneficio dalla strada che lui stesso aveva spianato cominciando a desegregare gli schermi e l’immaginario nazionale plasmato da Hollywood, compreso Denzel Washington che proprio quella stessa sera divenne il primo afro americano a vincere una statuetta da attore protagonista da quando l’aveva fatto Poitier nel 1964 (per I gigli del campo di Ralph Nelson.)

In quei quasi quarant’anni, Poitier aveva messo il suo mestiere e il suo corpo in prima linea nella lotta che sempre ha considerato l’opera della sua vita. «La storia forse mi considererà un semplice elemento minore in un grande movimento», avrebbe affermato, «un briciolo di piccola ma necessaria energia, ed io rimango grato di essere stato scelto». Come il suo grande amico Harry Belafonte, Poitier non ha mai nascosto il suo impegno, marciando a fianco di Martin Luther King (fino al palco della grande Marcia su Washington del 1963) che lo considerava «un uomo di grande spessore e impegno sociale. Un uomo devoto alla causa della libertà e dei diritti umani».

Ma l’impegno risaliva già ad anni precedenti e più «difficili», per usare il suo termine, anni dell’apartheid americano e del maccartismo, quando la sua amicizia dichiarata col comunista Paul Robeson aveva messo a repentaglio la sua carriera. E oltre alla militanza politica fu proprio il suo cinema l’incommensurabile contributo progressista di Poitier.

Nel sodalizio con registi come Joseph Mankiewitz, Norman Jewison Martin Ritt e Stanley Kramer e nei ruoli in cui per primo – e per molti anni da solo – ha dato visibilità al razzismo ed alla dignità afro americana.

Un lavoro che ha creato immagini indelebili: la fuga ammanettato con il razzista Tony Curtis in La parete di fango, la coppia inter razziale di Indovina chi viene a cena, lo schiaffo sganciato dall’ispettore Tibbs ad Endicott, il bianco razzista del sud – e contemporaneamente alla nazione che voleva scuotere dalla propria colpevole rimozione. «È una scelta, sicuro!» avrebbe dichiarato. «Se la società fosse diversa chiederei a piena voce di interpretare anche ruoli ‘neri’ più complessi e dimensionali, ruoli di cattivi. Ma a questo punto della partita non ci penso nemmeno».

LUCA CELADA

da il manifesto.it

8 gennaio 2021

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Cinema

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