Una pietra miliare, eccola finalmente, solida nella sostanza, precisa nella forma campeggerà nelle librerie in bella evidenza, ora scrigno da cui tirar fuori sorprese ora rifugio, specchio in cui apparire alla Madonna o in cui vedersi appassire nella propria imbecillità. Si intitola Si può solo dire nulla ed è un libro di oltre 1700 pagine, in uscita in questi giorni per Il Saggiatore, che raccoglie una miriade di interviste a Carmelo Bene rilasciate tra il 1963 e il 2001.

Divise in quattro macro-insiemi che corrispondono ad altrettanti decenni («1963-1973 Gli anni della galera – Le cantine e il cinema»; «1973-1982 Il grande teatro – Dal grande attore alla stagione concertistica»; «1983-1993 Il teatro senza spettacolo – La phoné, la macchina attoriale e la Biennale» e «1994-2001 Le suite impossibili – Il ritorno e il classico») le conversazioni raccolte nel volume ripercorrono più che le opere di Carmelo Bene la sua opera scomunicante, il corpo a corpo con i media portato avanti con infaticabile costanza per quaranta anni.

Il libro si «limita» alla stampa cartacea, ci sono le interviste con i quotidiani (un po’ tutti, da «Il manifesto» due di Maurizio Grande, forse il maggiore «benologo» italiano, realizzate tra il ’78 e il ’79, di cui una insieme a Doriano Fasoli, una di Franco Quadri sempre del 1979, più altre quattro firmate ancora da Fasoli, Taormina, Capitta e Di Genova tra gli anni ’90 e il 2000), ci sono i settimanali (da «L’espresso» a «Vogue» e «Men») e le riviste di settore (tra queste anche i «Cahiers du Cinéma», «Bianco e Nero», «Cinema&Film», «Quartaparete»).

Non sono «tutte le interviste», probabilmente, ma l’eccezionalità della pubblicazione non è l’enciclopedismo o la collezione, sono più che abbastanza per disorientarsi in un conflitto che ha attraversato quattro decenni molto diversi, una guerriglia combattuta colpo su colpo, sempre in attacco, tesa a creare un cortocircuito all’interno della macchina della comunicazione, mettersi alla guida e schiantarla come in Capricci.

C.B. ha ogni volta scomunicato il linguaggio e fatto saltare il banco della vendita di informazioni, ha continuamente attaccato, à corps perdu, critici e gazzettieri, pubblico, registi, attori, politici, ha azzerato cinema e teatro, letteratura e musica, tutte le arti, ma obiettivo principale è annullare il «mezzo» svelando l’impossibilità della comunicazione, il fatto che Si può solo dire nulla.

Attraverso l’iperbole e l’insulto, la provocazione e il proclama, alternati a pensieri profondi e lampi di genio, Bene fa cadere i veli dell’ipocrisia, del perbenismo, della prostituzione intellettuale lasciando il re nudo e costretto a vagare nell’inferno (proprio un oltretomba) desertico e infuocato in cui viene trascinato. È un cavaliere generoso quello che nelle interviste si dona pienamente ed elargisce titoli ai suoi più o meno malcapitati sfidanti.

Nell’era della comunicazione di massa, dopo il 1945 non c’è stato nessuno in Italia che sia riuscito come Carmelo a sfidare continuamente il potere mediatico non solo senza farsi massacrare ma riuscendo a farne un punto di forza della propria icona. Nella nostra parte di mondo sono pochissimi quelli come lui, Elvis (con cui non a caso si chiude il libro), John Lennon, Godard, Burroughs, Bowie e soprattutto Warhol, ma Bene è riuscito ad essere un’icona pop senza avere un popolo, questo lo differenzia anche dagli altri mostri sacri citati.

Curatori dell’impresa sono due innamorati di Carmelo Bene, che arrivano a lui da sentieri molto diversi, tanto quanto lo sono i due testi introduttivi, Luca Buoncristiano e Federico Primosig. Il primo si ritrova a vagare ventenne nella casa di Bene appena morto e col compito arduo di provare a mettere ordine nel lascito dell’artista.

Questo libro è una tappa della deriva di Luca Buoncristiano tra le cose di Carmelo, un’altra è In ginocchio da te, raccolta degli articoli sullo sport per «Il Messaggero» più alcuni interventi nella trasmissione Zona, pubblicata da Gog Edizioni poche settimane fa, prima ancora c’era stato il numero di Panta pubblicato da Bompiani nel 2012. Accanto c’è Federico Primosig, indefesso attivista, mente e motore dell’associazione L’orecchio mancante a cui si deve, tra l’altro, Il congedo impossibile, l’evento organizzato insieme a Luisa Viglietti lo scorso marzo al Teatro Argentina per il ventennale della morte.

Si può solo dire nulla ha il suo corollario nelle due serate «Uno contro tutti» al Maurizio Costanzo Show, nel già citato Panta, in tutti gli interventi in tv, dal Processo del lunedì alle partecipazioni a Domenica In, Blitz e le tante altre trasmissioni, nelle conferenze stampa e le interviste filmate, a partire da quello mitica di Acquario, sempre con Costanzo. Ancora più vicina (e lettura necessaria) è la Vita di Carmelo Bene, che di questo libro è a suo modo principio e fine, lo racchiude tutto perché quella di Giancarlo Dotto è la più lunga, profonda e giocata delle interviste, un atto unico tra amicizia e amore.

Questa raccolta segna un momento importante per arrivare a comprendere che l’opera d’arte di Carmelo Bene è Carmelo Bene stesso, che ogni momento della sua vita diventa un tassello di quest’opera/vita che si pretende sublime. I confronti con i media di massa sono la parte più dialettica dell’arte di Bene, quella in cui affronta l’(im)mondo, scende sulla terra, si fa fanciullo che predica e sbraita, nel suo spazio non c’è alto o basso ma solo la sua altezza, lui è il medium.

È anche il libro degli aforismi di CB, di sicuro Si può solo dire nulla diventerà ben presto fonte inesauribile di citazioni, di frasi estrapolate a sproposito per farne vano sapere e vanto, c’è da prendere a piene mani in ogni pagina, da «Mi piacciono morte (le donne)» a «Continuerò a disoccuparmi di me», «Di crescita estetica, come di crescita civile, si può morire», «Il dire è ascoltare» e via sdicendo.

FULVIO BAGLIVI

da il manifesto.it

foto: screenshot Wikipedia