Sanremo, Sorrisi e Canzoni e un sacrosanto “Me ne fotto”

Attenti, perché se siete capitati su questo pezzo per il titolo, potreste ingannarvi. Se mal ve ne incoglierà, sappiate che avrete tutta la mia comprensione. Per una volta, passiamo...
Achille Lauro canta "Me ne frego" a Sanremo 2020

Attenti, perché se siete capitati su questo pezzo per il titolo, potreste ingannarvi. Se mal ve ne incoglierà, sappiate che avrete tutta la mia comprensione.

Per una volta, passiamo una domenica leggera, spensierata, fatta di banalità e anche di quella (presunta) retorica che tanti comunisti, che vogliono essere sempre più comunisti di altri, esecrano.

Ad esempio quelli che non guardano, come il sottoscritto, il Festival di Sanremo o che non comperano “Tv sorrisi e canzoni“. A dire il vero io acquisto sempre (e soprattutto) “Telesette” da ormai 27 anni (questo genera qualche attenuante tra i puristi del comunismo integerrimo e incontaminato dai germi del capitalismo? Ben gentile… se così è), per svariati motivi: primo fra tutti per le recensioni cinematografiche della famiglia Morandini.

A dire una ulteriore verità, compero a volte anche “Film Tv“, un settimanale intellettualmente stimolante. Un po’ di nicchia per questo. Ma, quando economicamente me lo posso permettere, fa parte del mio carnet di letture massmediatiche perché offre davvero una analisi completa sul cinerama delle sale e sui tanti aspetti della settima arte.

Anatema su di me e per sette generazioni sulla famiglia che non avrò dopo la mia morte – perché “Sorrisi” è edito da Mondadori, che è di Berlusconi, salvo poi fare altri mille acquisti, loro, e rimanere prigionieri della vita in cui sono costretti come me a sopravvivere e, quindi, ad immergersi – volenti o nolenti – nella merceologia dei prodotti sociali creati da salariati alle dipendenze di altri padroni, di sicuro non meno innocenti del capo di Forza Italia, per tanti, troppi motivi.

Anatema su me e su tutti i comunisti che osano guardare un film o un telefilm sulle reti Mediaset (che nascono come i funghi): la contaminazione sembra peggiore di quella del coronavirus, di una esposizione ad un pericolo per la salute mentale del rivoluzionario (vero o presunto tale) che deve rimanere integerrimo, risoluto e critico all’ennesima potenza verso qualunque forma di “imborghesimento“.

Imborghesimento che deriverebbe, ad esempio, dall’acquistare giornali televisivi (di cui personalmente faccio anche collezione) o avere in IPhone (tranquillizzatevi, il mio ultimo telefono Apple è defunto, quindi mi sono rivolto al “democratico popolare” Xiaomi – un MI 9T che consiglio (non mi paga nessuno per farlo… tranquillizzo i comunisti puri che iniziano a pensarlo…) con un video comparativo di Andrea Galezzi (grandissimo! …a proposito si può apprezzare l’ingegner Galeazzi o si incorre nella scomunica di anti-comunista da parte dei comunisti duri e puri, degli intransigenti per (generalmente) rossobruna o pseudo-libertaria natura?), di provenienza cinese per l’appunto, socialista quanto basta per far apprezzare a molti anche il capitalismo di stato di Pechino vivendolo come vero nemico del resto capitalistico liberista mondiale.

Sono strani i comunisti che sembrano comunisti e che vogliono fare i comunisti solo perché si tengono lontani da Sanremo, da “Tv sorrisi e canzoni” e dalle reti Mediaset. Sembra quasi che il loro essere rivoluzionari risieda in un ascetismo isolazionista, in una forma-mentis tutta dedita al preservarsi dalle mode, dal “seguire la corrente”, dalle grandi manifestazioni popolari che poco hanno a che vedere e fare con cortei del Primo Maggio, del 25 Aprile o con manifestazioni antimiltariste e ambientalista.

Li rassicuro: si può essere pacifisti (forse i rossobruni storceranno il naso…), tenere una bandiera rossa alta in corte e poi seguire Achille Lauro vestito da Elisabetta I Tudor che dissacra qualunque escrescenza perbenista che viene fuori dalle candide membra di chi si dice “di mente aperta” e poi si scopre bigotto e riccamente pieno di pregiudizi carsicamente nascosti dietro il volto – quello sì per davvero “buonista” – che mette sul viso tutti i giorni.

Sinceramente me ne fotto (domando scusa per il francesismo) della presunta “morale comunista” di certi compagni e di certe compagne che si indignano, si fanno domande in merito alla coniugabilità tra la dottrina marxista e la visione di Sanremo. Me ne fotto come me ne sono fottuto un tempo del giudizio che la gente dava dell’essere gay, di tutte quelle complicanze messe in atto dal tritacervelli e tritacoscienze della buona, giusta e obiettiva “pubblica morale” della terribile “opinione pubblica“.

Guardando Sanremo di cosa sarebbero complici i “comunisti che guardano Sanremo“? Vorrei davvero una risposta sincera. E’ “poco comunista” farlo? Cos’è davvero allora “essere comunisti“? Mi sembra tanto una questione di leggera speculazione ontologica, lontana dalla vera aderenza alle fondamenta marxiste di critica severa allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e su tutta la natura, su tutti gli esseri viventi.

Alla fine, al fondo di questo barile di prevenzioni mentali c’è soltanto una invidia per il potersi confondere con la massa rimanendo comunque distanti da essa in tante occasioni. C’è una patologica rigidità nei confronti di quella parola che va tanto di moda per via di programmi televisivi da cui è meglio stare lontani (questo non per pregiudizio, ma solo per mera constatazione della repulsione che generano nell’essere palesemente qualunquisti, nel diffondere semplificazionismi e luoghi comuni di infima anti-qualità. La parola è: “resilienza“.

Resilienza è la capacità di assorbire gli urti, i colpi anche metaforici che la vita ci riserva ma che comunque ci entrano nelle carni dell’animo e ci lasciano solchi profondi da saltare ogni volta che ce li troviamo innanzi. Ma resilienza è pure la forza di una persona che riesce a superare un momento traumatico: un lutto, una difficoltà magari singolare che gli altri non comprendono pienamente e che ci troviamo a vivere solitariamente. Ve ne sono tante e per queste si soffre grazie ai pregiudizi, alle inibizioni di una “opinione pubblica” veramente piccolo borghese, sempre pronta a puntare il dito e a farti sentire inadeguato, sbagliato, non confacente alla “normalità” di persone, cose, eventi.

Per questo ieri sera ho annotato le parole di una compagna che si è sfogata in tal senso sui grandiosi e tremendi “social network“. La definizione migliore per i “comunisti che guardano Sanremo“, e sono subissati di critiche dai “puristi che non guardano Sanremo“, l’ha data l’ex parlamentare comunista europea Eleonora Forenza ieri sera in un post su Facebook. Una sintesi davvero perfetta, esaltante, in cui mi riconosco. A proposito del mettersi davanti alla tv e seguire la scaletta del festival, “…anche che sentirsi in questo mondo, per chi vive ogni giorno da aliena, in direzione ostinata e contraria, a volte serve. È un bisogno. È un piacere.“.

E’ bene avere sempre presente che la nostra critica al capitalismo, una critica senza appello, è lì e lì rimane come base su cui costruire una nuova sinistra di opposizione, un nuovo slancio per una voglia di conoscere il funzionamento del sistema economico e sociale in cui viviamo: ma proprio per questo non possiamo pensarci come “alieni” dall’alienazione stessa. Se vogliamo capire l’alienazione, dobbiamo anche viverla: conservando una coscienza critica, il che è essenziale se si vuole mantenere quel necessario distacco che permette di “vedere” che si tratta di alienazione e che entrandovi se ne è parte non omogenea e nemmeno complementare, ma soltanto introspettiva.

Un “stare dentro per conoscere“, non per farsi dominare dalla logica del profitto o farsi convertire alla visione felice della crescita liberista che tutto prova a piegare ad una acriticità che si autoriproduce mediante l’adeguamento ad una morale perbenista, che vorrebbe dimostrare la “naturalità” di questo mondo proprio nella contraddizione massima rappresentata dal cannibalismo padronale.

Me ne fotto, dunque, di pregiudizi, di giudizi, di anatemi, di stigmatizzazioni e di presupponenze che vorrebbero classificare la libertà consapevole di vivere criticamente: sono proprio queste specie di comuniste e di comunisti che hanno limitato il comunismo libertario tante, troppe volte, soffocandolo in uno stalinismo senza tempo, resuscitando un patetico senso del dovere verso la “dottrina” (Marx avrebbe rabbrividito innanzi a interpretazioni simili della sua opera scientifica).

Me ne fotto e continuo, così, a provare ad essere comunista, libertario: libero di comperare i giornali che più mi piacciono, di guardare da Rai Storia a Rai YoYo quando c’è qualche straordinario cartone animato che è un capolavoro per l’immaginazione e la riemersione della fantasia; libero di guardare le reti televisive che mandano in onda il film che voglio vedere; libero di leggere tanto i classici del marxismo quanto i peggiori testi del revisionismo storico e dell’anticomunismo proprio per testare, costantemente, la mia coscienza, il mio profondo sentire quegli istinti di giustizia sociale che, fino ad oggi, mi hanno aiutato a sopravvivere in una società di esegeti, parrucconi, ipocriti, saccenti e di grandi odiatori di professione.

Viva l’alienazione dall’alienazione, morte al grigiore e al pallore cadaverico dei santi puristi di un comunismo che non potrà mai essere il mio e che vi lascio come triste epitaffio delle vostre patetiche esistenze.

Scusate se ho scandalizzato tante e tanti di voi: era necessario farlo. Almeno per me. Proprio perché “me ne frego” alla Achille Lauro e non alla Mussolini. Buona libera domenica.

MARCO SFERINI

9 febbraio 2020

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini

altri articoli