Salario minimo, se ne parla da tre anni solo per rinviarlo

Diritti. E nel «Piano di ripresa e resilienza» la misura a tutela dei lavoratori non c’è. Il ministro del lavoro Orlando attende l’approvazione della direttiva Ue. L'ex ministra Catalfo (Cinque Stelle) sollecita l'approvazione senza ulteriori attese. In parlamento esistono altre proposte di legge che non sono mai state realmente discusse. I partiti della maggioranza Frankenstein hanno idee diverse

Non c’è traccia del salario minimo legale orario nel piano dei miracoli «Pnrr» licenziato il 30 aprile scorso dal governo Draghi, quello che aspira a rendere «resiliente» il capitalismo europeo e adattarlo alle pandemie che verranno e ad altri disastri.

Nella bozza licenziata dal precedente governo «Conte 2», contestata dai renziani, c’era un paragrafo in cui si auspicava – per la milionesima volta, e nonostante in parlamento esistano almeno tre proposte di legge – un «salario minimo» per i «lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva nazionale, a garanzia di una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e idonea ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa».

In quel caso, come anche nell’attuale, ciò sarebbe avvenuto comunque all’interno di una concezione neoliberale del mercato del lavoro in cui si nega ai lavoratori e ai non lavoratori un reddito indipendentemente dalla condizione occupazionale e si vincola chi riceve un sussidio all’obbligo di aderire alle «politiche attive del lavoro».

L’impostazione era, e resta, quella di un social-liberalismo con il quale le autorità europee e nazionali pensano di imbastire una risposta alla crisi, più propagandistica che altro. Nella versione attuale il testo è stato cassato ed è spuntato un altro in cui si auspica il «federalismo fiscale». Un’aggiunta minacciosa dopo il fallimento politico e istituzionale delle autonomie regionali differenziali nella sanità o nella scuola visto nei primi 14 mesi di pandemia del Covid.

Il ministro del lavoro Andrea Orlando resta in attesa dell’approvazione della direttiva varata dalla Commissione Ue il 28 ottobre scorso. Il due aprile scorso, in un question time alla Camera, Orlando ha detto: «Occorre restare dentro il quadro che si sta definendo a livello europeo». Così si potrà inoltre «chiarire e risolvere la questione del rapporto tra rappresentanza sindacale e salario minimo». Il 29 aprile, pensando alle obiezioni al salario minimo dei sindacati confederali, in un question time al Senato ha aggiunto: «Occorre potenziare la contrattazione collettiva attraverso un intervento legislativo in materia di rappresentatività sindacale che credo sia necessaria a salvaguardare il salario minimo da fenomeni distorsivi e tutelare i lavoratori».

In attesa di risolvere le divisioni sulla misura tra i governi che temono di perdere le loro competenze a favore di Bruxelles, la Commissione Ue non può fare nulla di più. Azioni interventiste sono vietate dall’articolo 153 del Trattato Ue. Il problema riguarda tutte le politiche sociali, in realtà.

Il gran parlare, senza fare nulla, sul salario minimo in Italia prosegue almeno dall’inizio della legislatura. Tre anni e tre governi dopo, le divisioni tra i partiti restano le stesse anche nell’attuale maggioranza Frankenstein che regge il governo Draghi. Tra Pd e Cinque Stelle, ad esempio, ci sono idee diverse sulla quantificazione della misura (9,10,11 euro?) o sul rapporto con i contratti nazionali che prevedono anche le ferie, la malattia, gli infortuni, il Tfr. L’ex ministra del lavoro Nunzia Catalfo (Cinque Stelle) ha chiesto al suo successore Orlando (Pd) di non aspettare l’approvazione della direttiva Ue e di discutere il progetto di legge del suo partito. E poi ci sono le obiezioni stile Confindustria: il salario minimo aumenta il costo del lavoro e rallenta la «ripresa».

Non va trascurato il fatto che gli adeguamenti del salario minimo previsti nei paesi europei dov’è in vigore, secondo modelli diversi, possono essere stati dimezzati o concessi in maniera simbolica. La partita resterà in mano ai governi che decidono se e come applicare una direttiva che lascia liberi di gestire la misura. Anche di rinviarla come accade da 36 mesi in Italia. Una volta approvata la direttiva Ue i governi avranno due anni per trasformarla in una legge nazionale. L’attesa potrebbe essere ancora lunga e risolvere solo alcuni dei problemi esistenti.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

Foto di Roland Steinmann da Pixabay

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