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Marco Sferini

Lo strano golpe che ha moltiplicato la forza di Erdogan

Un giorno e mezzo dopo il golpe in Turchia. Trentasei ore in cui ci si interroga sui molti aspetti anomali, quanto meno, che hanno caratterizzato un colpo di stato finito nel giro di poche ore e che ha visto il presidente Erdogan tornare alla testa del paese mediorientale più forte di prima.
Epurazioni nella magistratura, quasi tremila arresti nelle fila dell’esercito e più di duecentocinquanta morti con, in aggiunta, la minaccia tutta presidenziale di ripristinare la pena di morte per i responsabili del colpo di stato.
Ma il “sultano” non si ferma qui. I rapporti con gli Usa si inaspriscono per due ragioni: la prima riguarda la base Nato di Incirlik che è senza corrente elettrica e sembra che le autorità turche stiano temporeggiando nel ripristinare il normale funzionamento del presidio bellico atlantico. La seconda, che probabilmente causa la prima ragione descritta, è la richiesta di estradizione al governo di Washington del religioso – filosofo Gulen, considerato la mente del golpe.
Non vi è nulla di certo, di attendibile al cento per cento in tutti questi movimenti diplomatici, scambi di telefonate tra governi, ministeri e ambasciate.
Ciò che sappiamo è che, dopo il colpo di stato anomalo, il potere di Erdogan è multiplo rispetto a prima, quasi onnipotente. Il sostegno della popolazione, le incertezze dei golpisti, una generazione di soldati ventenni di basso grado che ha partecipato ad una operazione seguendo dei colonnelli che volevano – a quanto è dato sapere ad oggi – ripristinare la laicità dello repubblica turca e riportare il rapporto tra religione e Stato nei confini costituzionali, dentro la tradizione di Mustafà Kemal Ataturk.
Per un attimo, anche chi come me è fermamente antimilitarista e quasi anarchico in questo senso, ha tentennato nel mostrare un sorriso di simpatia verso un’azione che rovesciava un tiranno, un para-fascista che ha utilizzato la democrazia per spazzare via la democrazia stessa.
Ciò che certamente è mancato ai golpisti è stata una guida sicura: tutti quei giovani ventenni soldati di un repubblica che ha da sempre il mito dell’esercito come “Stato nello Stato”, tutti questi ragazzi sono stati mandati a gestire blocchi e occupazioni dei centri del potere senza avere una figura carismatica che si opponesse anzitutto a quella del presidente Erdogan.
Se davvero a quest’ultimo è bastato un collegamento su Facetime per convincere la popolazione a scendere nelle piazze e a sventare un golpe, vuol dire che anzitutto che i golpisti non hanno capito i sentimenti e le volontà della popolazione, non hanno valutato dei rapporti di forza sociali e politici che, anche con le regie estere dei governi che hanno preso posizione due ore e mezza dopo l’inizio del colpo di stato, hanno finito per influire sull’azione facendola fallire.
Restano da chiarire altri misteri: come mai l’aereo di Erdogan, decollato da Smirne, è stato liberamente lasciato volare nei cieli turchi senza essere costretto all’atterraggio dall’aviazione che sorvolava la capitale e Istanbul in quelle ore?
Secondo interrogativo: perché i muezzin hanno lanciato appelli alla popolazione per la preghiera che si sono trasformati in un appoggio ad Erdogan e alle manifestazioni di piazza? E’ stata una iniziativa spontanea casualmente ripetutasi in decine e decine di moschee o invece qualcuno ha dato un ordine preciso, un ordine per difendere il carattere islamista del regime che stava crollando?
E, terza ed ultima domanda: che cosa e chi rappresenta il religioso-filosofo Fethullah Gulen?
Queste domande per ora non fanno che ricalcare la sottolineatura dell’anomalia di un golpe che ha reso Erdogan più forte di prima e che, invece, a sentire le televisioni di mezzo mondo sembrava spacciato e già in fuga verso la Germania, l’Italia, il Regno Unito e infine il Qatar.
Si apre, dunque, una stagione di grande incertezza nel Medio Oriente e tutto ciò si va a sommare al quadro già destabilizzato e destabilizzante della guerra civile siriana, del califfato nero del Daesh, dell’Iraq dilaniato dalle guerre civili – religiose, dalla Palestina in perenne conflitto con Israele e da un Caucaso tutt’altro che tranquillo.
Renzi, Obama, Merkel e Junker si complimentano con Erdogan per la stabilità ritrovata nella repubblica turca. Ma esiste davvero un luogo in Medio Oriente dove si possa dire: ecco, questa zona è zona di pace?

MARCO SFERINI

17 luglio 2016

foto tratta da Pixabay

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