Lettera alle mamme di Ventimiglia

Care mamme di Ventimiglia che vi siete mobilitate per impedire che un gruppo di migranti venisse ospitato in una palestra, confesso che mi avete profondamente colpito e turbato. Colpito...

Care mamme di Ventimiglia che vi siete mobilitate per impedire che un gruppo di migranti venisse ospitato in una palestra, confesso che mi avete profondamente colpito e turbato. Colpito e turbato perché sono certo che nessuna di voi corrisponde al cliché del militante xenofobo di estrema destra, e ciò sta lì a dimostrare che, ormai, certe visioni del mondo sono diventate senso comune, così come senso comune è diventata la passione triste della paura del diverso, la quale sola riesce a mobilitare le piazze e i quartieri in questo Paese dai sogni sradicati.

Io non vi conosco personalmente, dunque questa lettera vi potrà sembrare incongruente e risultare fastidiosa, ma conosco ciò che avete fatto, e ciò che si fa, inevitabilmente, tende a trasformarsi in ciò che si è, dato che l’azione, qualunque essa sia, è sempre la traduzione concreta del pensiero. Sicuramente nessuna di voi è razzista nell’accezione letterale del termine; al massimo fra voi c’è qualche “non sono razzista ma”, dal momento che mai vi siete incontrate collettivamente con questioni complesse, globali e drammatiche come i fenomeni migratori del Terzo millennio.

Impreparate a qualcosa che sfugge al vostro quotidiano fatto, come il quotidiano di tutte e tutti, di famiglia, casa, momenti di gioia, di tristezza e momenti “normali”, avete subito, come l’intero Paese, il martellamento mediatico securitario portato avanti dalle classi dominanti che, negli anni della crisi, non potendo più vendere il fumo dell’arricchimento facile in cambio della flessibilità e dello sfruttamento, dal momento che neppure le briciole vengono più distribuite, vi hanno elargito la nebbia del controllo sociale, riempiendo i televisori, ormai divenuti piatti come l’encefalogramma della coscienza civica, le radio, le pagine internet e le reti sociali, di paura a buon mercato, manipolando e amplificando la percezione del mondo al fine di creare un facile capro espiatorio per i disastri economici di un Paese in cui il 10% della popolazione detiene metà della ricchezza nazionale.

Negli ultimi dieci, cinque anni, il vostro reddito di madri con figli piccoli a carico è diminuito vertiginosamente, mentre intorno a voi il costo della vita cresceva, e assieme al costo della vita, cresceva il senso di isolamento ed impotenza, poiché, contemporaneamente, venivano meno quelli che i sociologi chiamano i “corpi intermedi” della società, ossia i partiti, i sindacati, l’associazionismo e la rete di relazioni collettive che dovrebbe contraddistinguere una Repubblica democratica nata da una lotta contro il nazifascismo.

Eravate da sole, voi, i vostri mariti, i vostri figli. Al massimo, incontravate vostri simili nei sabati e nelle domeniche ai centri commerciali, là dove ormai ti vendono a rate anche il telefonino da 100 euro; li incontravate e vi sfioravate senza parlare, perché vi avevano tolto anche le parole e i linguaggi dell’organizzazione e della lotta, sostituiti dal mutismo o da un mugugno fine a se stesso, utile solo a far lievitare la rabbia e l’odio, rabbia e odio che, una volta inoculato il virus della xenofobia, si sono scatenati, invertendo le cause, contro coloro che sono cento volte vittime più di voi, vittime come voi, umani come voi.

Ad un certo punto, il processo di disumanizzazione dei sentimenti umanissimi di empatia e solidarietà ha toccato un punto così avanzato da trasformare quelle persone prima in “extracomunitari” (probabilmente usavate il termine ignorando persino l’esistenza della ex CEE), poi in “clandestini” (parola forte, riesumata dal lessico del mare e trasformata in termine dispregiativo), quindi, nella versione tecnocratica delle destre neoliberali, in “flussi” e in “quote”.

Quando siete andati a fronteggiare il vostro sindaco, determinate a non far passare quelle decine di ragazze e ragazzi che hanno pochi anni più dei vostri figli e pochi anni meno di voi, reduci da deserto, prigionia, tortura, stupro, perdita di amici, parenti, genitori, affetti e rapina a mano armata dei poveri effetti personali, voi non vedevate dall’altra parte delle persone: voi vedevate degli “extracomunitari”, dei “clandestini”, delle “quote” , dei “flussi”, e tutto questo non vedere preservava la vostra coscienza tenendola lontana dal dubbio, anche minimo, di essere mobilitate contro i deboli, contro i poveri, contro gli umili, contro la parte più giovane di un Pianeta che non si rassegna a morire.

Care mamme di Ventimiglia, non pretendo né che leggiate queste parole, né che le capiate, tanto meno che le condividiate. Rivolgendomi metaforicamente a voi, chiedo a tutti, a me compreso, di prendersi un attimo di pausa dal martellamento mediatico, dalla “politica alta”, dalle reti a-sociali, dalla rabbia e dalla frustrazione. Fermarsi un attimo e provare a guardare con occhi semplici, umani, non filtrati, quelle persone contro cui vi siete scagliate. Guardatele e provate a parlare loro, magari mescolando inglese, francese,gesti, condividendo un’ora, una serata, un giorno; scambiando cibo, acqua, sguardi, ascoltando e facendosi ascoltare, come stanno facendo da un anno i ragazzi e le ragazze “no border”,unici, assieme ad una sinistra oscurata e, purtroppo, residuale, e assieme ad una chiesa dei poveri che, dopo tanti anni, pare riprendere lo slancio del Concilio vaticano II, a tentare di ricucire quel rapporto minimo di umanità che solo ci impedisce di trasformarci in una “bestia umana”.

Tanti anni fa, un commediografo latino nato in Africa, scrisse: “Sono umano, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”; ecco: per una volta, almeno per una volta nella nostra vita, proviamo a ripartire da lì.

ENNIO CIRNIGLIARO

redazionale

15 giugno 2016

foto tratta da Pixabay

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