«Lènin anche oggi è un vivo, non un’urna». Così traduceva Angelo Maria Ripellino nel 1967 il diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo verso (come pure gli altri 2999 disposti invariabilmente «a scaletta») del poema Lènin, composto da Vladimir Vladimirovic Majakovskij dall’aprile all’ottobre del 1924, dopo la dipartita del leader bolscevico. Un’impresa cui lo slavista si sottoponeva quantomeno con riluttanza, infilando la propria testa di traduttore nel capestro bellamente approntato per lui da Giulio Einaudi nel cinquantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.

Ripellino non ne faceva mistero: nella sua prefazione per la «collana bianca» tuttora si legge: «…il Lènin (…) è fra tutti i poemi di Majakovskij il meno robusto e il più povero di invenzioni e metafore, e quello in cui più si svela il suo assillo di schiacciare ‘la gola della propria canzone’», vale a dire di accordare la propria voce ai diktat ideologici dell’epoca.

Per di più, lo slavista d’origine palermitana, trapiantato a Roma e autore di traduzioni tuttora canoniche dalla lirica di Boris Pasternak, doveva sentir gravare su di sé il possibile rimprovero «di esser buono da bosco e da riviera» (come direbbero i fiorentini degli astuti equilibristi), tanto da ammettere, in un’excusatio non petita sempre a proposito del Lènin: «Mi perseguitava la dura frase con la quale Pasternak condanna la poesia politica majakovskiana: ‘Non mi dicono niente queste ricette goffamente rimate, questa ricercata vuotaggine, questi luoghi comuni e le trite verità formulate in maniera così artificiosa’».

Accettando tuttavia di cimentarsi con quell’«oratorio dove persino le palpebre sono rossi vessilli e gli occhi pieni di lacrime si fanno più rossi della felpa dei palchi», e promettendo che, per contrappasso, sarebbe andato a rileggersi «le fragili e fioche elegie di Marina Cvetaeva del ciclo L’accampamento dei bianchi sugli altri», ovvero sui controrivoluzionari sconfitti, che nessun editore all’epoca, tanto meno Einaudi, si sarebbe dato la pena di pubblicare, Ripellino, nel desiderio più che condivisibile di legare con un’assonanza «Tempo, i motti di Lènin riturbina» a «Lènin anche oggi è un vivo, non un’urna», finì per occultare un dato essenziale. Ovvero che Majakovskij in realtà aveva scritto, nientemeno: «Lènin anche oggi è più vivo di tutti i vivi».

Effettuando un rovesciamento fra passato e presente, morte e vita, dato empirico e precetto ideologico, il poeta apriva una via destinata a durare fino ai giorni nostri. A partire da quel momento la «scaletta» dei suoi versi si sarebbe trasformata nei gradini tangibili scesi da incommensurabili folle per salutare Lenin nel suo mausoleo sulla Piazza Rossa. E la letteratura russa si sarebbe posta un interrogativo sempre più pressante: in che modo dimostrare che i vivi erano più vivi di quella mummia? In altri termini: come fare a uccidere Lenin?

A onor del vero, ci aveva già provato Fanny Kaplan. Il 30 agosto 1918 la giovane social-rivoluzionaria aveva esploso tre colpi di pistola contro il padre della Rivoluzione, che era stramazzato a terra di fronte agli operai della fabbrica Michel’son di Mosca. Tuttavia, da lì a una ventina di giorni, Lenin si era già rimesso ed era potuto tornare ad arringare le folle.

Se i due proiettili, estratti dal suo corpo, erano stati esposti a mo’ di reliquie al Museo Lenin, dell’infelice attentatrice non restò invece assolutamente nulla – dopo l’esecuzione (senza processo) il suo cadavere fu infatti bruciato in un fusto di benzina.

Malgrado questa damnatio memoriae, il suo nome passò comunque alla storia; innumerevoli voci la davano per viva e vegeta, rinchiusa alle isole Solovki o in qualche altro campo di lavoro. Col trascorrere del tempo, e il declino altrettanto irresistibile del potere sovietico, Kaplan si trasformò nel simbolo del romanticismo anarchico votato alla sconfitta. Tale, ad esempio, la raffigurò Venedikt Erofeev nel suo ultimo testo, la tragedia incompiuta I dissidenti, o Fanny Kaplan. Qui l’attentatrice diventa la figlia prediletta del gestore alcolizzato di un punto di raccolta di bottiglie vuote e viene descritta come «idiota dalla nascita, ma commovente».

Non si sa come l’autore di Mosca-Petushki avrebbe sviluppato questo spunto se la morte gli avesse concesso di portare a termine la stesura della sua opera; di certo il suo atteggiamento dissacrante verso colui che era stato lì per lì per cadere sotto i colpi di Fanny emerge in modo più che evidente dal geniale «pastiche» La mia piccola Leniniana.

Attingendo a volontà dalle opere complete in 55 volumi di Lenin (non solo dai decreti ufficiali, promulgati all’indomani dell’Ottobre, ma anche dalle corrispondenze private con la moglie Nadezhda Krupskaja e con Inessa Armand), Erofeev contrappone alla spietatezza degli eventi rivoluzionari la prosaicità un po’ vacua della sua vita domestica, con effetti decisamente comici: «L’anno nuovo l’abbiamo accolto in due con Volodja, seduti a mangiare lo yogurt (7 gennaio 1914)». «Alla Commissione di Kiselëv: ‘Sono decisamente contrario a qualsiasi spreco di patate per ottenere dello spirito (prodotto ad altissima gradazione della distillazione, V.P.). Lo spirito si può (è già dimostrato) e si deve ottenere dalla torba (11 settembre 1921)».

Ma il vertice dell’umorismo involontario Lenin lo toccò probabilmente nel 1915, quando per ben due volte, vittima di una amnesia a quanto pare pervicace, domandò a dei compagni se per caso si ricordassero il cognome di Koba (nome di battaglia di Iosif Dziugashvili, alias Stalin).

Uccidere simbolicamente il leader rivoluzionario da morto si rivelerà altrettanto complicato che eliminarlo da vivo. In un romanzo recentissimo, ancora inedito in italiano, Kill Lenin, la giornalista moscovita Anastasija Kurljadskaja (riparata in Francia dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina) s’immagina, fra molte altre cose, Masha, un’infelice emula di Fanny Kaplan che, pur di compiacere l’uomo che ama, tenta di infierire a colpi d’ascia sul vetro infrangibile del sarcofago di Lenin, procurandosi così ferite mortali.

Un’iconoclastia molto più innocua era quella praticata, sin dagli anni Settanta, dagli artisti della sots art che, in una irriverente commistione fra simboli ideologici e repertorio pop, resero Lenin testimonial della Coca Cola (nel famoso poster del 1982 di Aleksandr Kosolapov, in cui la paternità dello slogan «It’s the real thing» veniva ascritta a Vladimir Ilic, in una sferzante allusione al socialismo reale), oppure passante sperduto a New York che – in una tela di Komar e Melamid – tentava di fermare un taxi col medesimo gesto con cui, in tempi migliori, arringava le folle.

Che le sortite della sots art non celassero soltanto uno sghignazzo derisorio nei confronti di cosa o chi era considerato sacro e intoccabile lo dimostra il progetto degli stessi Vitalij Komar e Aleksandr Melamid intitolato Che fare del mausoleo di Lenin?

Nel 1993 al culmine del dibattito se fosse il caso di sfrattare l’occupante del Mausoleo e di seppellirlo insieme a tutta un’epoca, i due artisti, emigrati a New York già nel 1976, proposero di «conservare l’esistenza plastica del monumento dopo la sua morte ideologica» e di collocare sulla sua facciata installazioni alle luci Led in stile Jenny Holzer incaricate di trasmettere messaggi squisitamente transeunti: ultime notizie, previsioni del tempo o semplici esclamazioni. Permettendo così a Lenin, malgrado il mutato clima politico, di dire pur sempre la sua.

VALENTINA PARISI

da il manifesto.it

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