La “quinta opzione” che non deve guardare solo al voto

Scriveva Edoardo Sanguineti, nell’ormai lontano 2008, in occasione del suo sostegno alle liste de “la Sinistra l’Arcobaleno”, che il vero problema per una forza di alternativa era la sua...

Scriveva Edoardo Sanguineti, nell’ormai lontano 2008, in occasione del suo sostegno alle liste de “la Sinistra l’Arcobaleno”, che il vero problema per una forza di alternativa era la sua riconoscibilità “di classe”.
A tal proposito richiamava anche però una diffusa mancanza di coscienza di classe nella società italiana e, più in generale, nel contesto europeo, marcando le differenze tra Alpe e Oltralpe per via, diceva, che in Italia il logoramento dei cosiddetti “corpi intermedi” si è manifestato con più marcata evidenza.
E’ una evidenza più che una analisi di quasi dieci anni fa. Ed è una evidenza che si manifesta maggiormente oggi, mentre ci apprestiamo a riprendere una iniziativa di carattere elettorale nazionale con un progetto politico tutto da scrivere e organizzare a sinistra, nella vera e unica sinistra anticapitalista e antiliberista che si possa offrire al Paese.
Risulta altresì vero, come ha ben scritto Maurizio Landini nel suo libro “Forza lavoro” (ed. Feltrinelli, 2013) che esiste da tempo un “uso strumentale del voto e della partecipazione politica” in una sorta di democrazia rappresentativa e in uno Stato di diritto dove tutto risulta comunque funzionale al mercato, ai suoi “valori” e, per questo, ancora oggi assistiamo all’organizzazione del processo elettorale mediante regole che sono funzionali esclusivamente alle forze che intendono rappresentare gli interessi del grande capitale, della finanza, delle banche e di ogni istituto atto a proteggere i profitti a scapito dei salari e del complesso e atomizzato mondo del lavoro.
Per terminare i citazionismi utili di queste righe, è poi vero che da sole sia la mancata coscienza di classe, sia i trucchi inseriti nelle leggi elettorali non bastano a spostare a destra l’asse del Paese.
Lo richiama consapevolmente Paolo Ferrero quando scrive, nel suo libro “Quel che il futuro dirà di noi” (ed. Derive e approdi, 2010), quando pone un problema di sintonia tra mondo del lavoro e mondo della rappresentanza politica del lavoro stesso.
La crisi economica, di per sé, non è determinante nell’allontanare i lavoratori e le lavoratrici dalla sinistra, dai comunisti. Lo diventa, o contribuisce a realizzare queste condizioni, quando la linea politica espressa non viene percepita come giusta, credibile, concretizzabile.
E giustizia, credibilità e concretizzazione sono costanti virtuose di una ritrovata connessione con la vasta platea degli sfruttati moderni se si ricollegano a comportamenti che uniscano temi della trasformazione sociale con una coerenza di posizioni intese come “posizionamenti” nell’arco della proposta politica che si avanza sia prima del momento elettorale sia successivamente dopo, al di là del risultato che si ottiene, che pure è importante ma che se viene vissuto come fondamentale, quindi come unico scopo di vita di un progetto, lega tutta la struttura ad un unico evento: vivere o morire in base ad un solo attimo, all’asticella del 3% da superare secondo il Rosatellum.
Per questo abbiamo oggi raggiunto un limite che deve diventare un nuovo punto di osservazione tanto del presente quanto degli errori del passato recente: stabilire che le comuniste e i comunisti devono lavorare ad un progetto politico che unisca la rifondazione del comunismo al coinvolgimento nei conflitti sociali propriamente detti e che non si debbano limitare ad osservarli o a studiarne le dinamiche ma che provino a parteciparvi, rompendo quel pregiudizio di espulsione dei partiti politici dalle lotte quando si tratta di scendere in piazza, di fare picchetti, di unirsi alla collera delle donne che vedono una loro collega licenziata perché, avendo un figlio disabile, non può rispettare a volte con elvetica precisione l’orario di lavoro.
E, accanto a tutto ciò, va rialfabetizzato il nostro popolo, la nostra ridotta ma non insignificante schiera di generosi, e brechtianamente definibili “gli indispensabili”, per far rinascere la coscienza di classe nella consapevolezza del ruolo del Partito in tutto questo scenario di potenziale deprimente annichilimento del progressismo politico e sociale italiano.
Il progetto politico che oggi passa sotto il nome (come ripeto anche qui, per me un po’ enfatico…) di “Potere al popolo”, quella che io definisco ostinatamente la “quinta opzione” o il “quinto polo”, deve avere un respiro lungo, passare attraverso un lavoro di lunghissima lena per uno sguardo altrettanto lungo, che guardi la luna ancora una volta e che non smetta, per questo, di guardare se il dito che la indica, indica ancora – con coerenza – ciò che si prefiggeva originariamente di indicare.

MARCO SFERINI

29 novembre 2017

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