Ipotizziamo… Dialogare o no con un nuovo PDS?

Con i se e con i ma non si fa la storia e non la si analizza nemmeno, figuriamoci se può essere possibile e accettabile fare il presente: soprattutto...

Con i se e con i ma non si fa la storia e non la si analizza nemmeno, figuriamoci se può essere possibile e accettabile fare il presente: soprattutto non si può analizzarlo attraverso calcoli ipotetici.
Giganteggia il dinamismo a sinistra o in quella che in senso ampiamente lato viene ancora definita tale sulla base di vecchi e nuovi presupposti sia ideologici sia tecnici: il Partito Democratico, un partito quanto meno di centro, è diviso tra la maggioranza renziana che vuole proseguire il suo cammino monarchico, dove un solo uomo è al comando di tutto un apparato politico e amministrativo, di partito e di governo, e la minoranza cosiddetta “di sinistra” rappresentata da Enrico Rossi, Roberto Speranza, Massimo D’Alema e Michele Emiliano.
Verso questa minoranza guarda una parte di Sinistra Italiana rappresentata dal capogruppo alla Camera Arturo Scotto. E lo sta facendo proprio mentre Sinistra Italiana, con un certo qual coraggio, sta scegliendo di essere finalmente alternativa al PD senza se e senza ma. Due linee diverse, quindi, anche qui di concezione ed interpretazione delle problematiche sociali, delle prospettive di soluzione nell’ambito delle mancanze dei diritti del lavoro, dell’ormai quasi dimenticato stato-sociale: scuola, sanità, pensioni, protezione delle classi più disagiate della popolazione.
In mezzo a questa disarticolazione penetra il movimento di Giuliano Pisapia, Campo progressista: per un nuovo centrosinistra, per una specie di nuovo Ulivo, veleggiando verso quei comitati del NO referendario trasformati in “ConSenso” da D’Alema.
E poi ci siamo noi, i comunisti, la sinistra anticapitalista, quella che esclude categoricamente ogni possibilità di approccio e dialogo con Renzi, che lo considera ciò che è: un avversario, da destra, sul piano dell’intervento politico in economia e dell’intervento economico in politica, a difesa dei privilegi del liberismo e del grande capitale bancario e finanziario.
E questa sinistra comunista, anticapitalista e anche antiliberista è piccina, bistrattata, derisa, trattata come un ferro vecchio del passato, un anacronismo delebile, consumato ma non ancora del tutto cancellato: un pezzo di programma su carta raggrinzita dal caldo delle tante stagioni e dalle piogge che le sono scosciate addosso. Tante sconfitte, poca possibilità di chiarire le proprie idee e ideologie: la visione di una società e d’un mondo che sembra superata da ciò che voleva superare e che oggi si mostra ancora come società ideale, nonostante impoverisca ogni giorni milioni di persone nel mondo.
La storia non si fa con i se e con i ma e, dicevo all’inizio di queste righe, tanto meno si può sperare di fare il presente scolpendolo a suon di ipotesi. Ma per un momento proviamoci.
Poniamo il caso che la minoranza “di sinistra” del PD si scinda dal PD medesimo e vada, con Campo progressista e Arturo Scotto a formare un movimento che diventerà un partito, un Partito Democratico della Sinistra di nuova generazione (qui la battuta per un comico sarebbe persino troppo scontata: di vecchia generazione, visti i neofondatori probabili…). Poniamo che il PD non cessi di esistere e rimanga nel PD tutto il settore che fa capo a Matteo Renzi e si proponga agli elettori anch’esso come forza progressista e che punti ancora, ovviamente, a governare il Paese.
Con un sistema elettorale proporzionale, o quanto meno tendente ad una rappresentanza espressa con questo metodo, e con una ripartizione quatripolare come quella che ne verrebbe fuori, difficilmente vi sarebbe in Parlamento una maggioranza prestabilita, ma bisognerebbe, anche qui giustamente, ricercarla come natura costituzionale vuole dentro alle Camere, col dialogo tra i partiti rappresentati attraverso il voto popolare.
Supponiamo che dentro questo Parlamento ci siano anche i comunisti, ritornati in qualche modo a sedere tra i banchi più a sinistra degli emicicli romani.
Che cosa dovremmo fare? Partecipare ad una maggioranza di governo? Magari ad un asse tra PDSdinuovagenerazione e PD renziano?
Difficile ipotizzare un dialogo tra Movimento 5 Stelle e Renzi. Così altrettanto con le altre forze politiche: destre berlusconiano-leghiste e centristi di vario tipo.
Il punto si risolverebbe, sempre in campo ipotetico (ma leggermente meno ipotetico delle ipotesi prima esposte), a monte: stabilire o no una alleanza, un dialogo preventivo con il nuovo centrosinistra di D’Alema, Scotto e Pisapia?
Questo è il dilemma vero cui saremmo chiamati ancora una volta a rispondere, in una turbolenta ripetizione della storia in forma di tragedia e farsa allo stesso tempo, se si andasse al voto con quattro poli e noi fossimo, per disgrazia, il quanto polo, quello anticapitalista, antiliberista, antirenzi e anticentrosinistra, così come antipopulista e antirenziano. Un antitutto come ai bei tempi in cui i comunisti e le comuniste si riconoscevano proprio dall’essere l’esatto opposto rispetto a tutto quello che d’altro la politica e la società offriva in termini di proposta di cambiamento ipocrita e falso del reale con una semplice mescolanza di carte da tressette col morto.
E il morto finiva con l’essere sempre la classe degli sfruttati.
Ha ragione Maurizio Landini quando, dal palco del congresso di Sinistra Italiana, tuona ammonimenti sull’unità del lavoro, dei lavoratori tutti: senza questa unità nessuna sinistra di alternativa può ritrovare un consenso da tradurre in cambiamento del politico e del sociale. Di tutti e due i piani intersecati e inscindibili.
La domanda, però, resta. Sempre molto leninista: che fare? 
Dialogare, allearsi con una sinistra moderata, dichiaratamente amica del liberalismo, del mercato, delle dinamiche capitaliste anche se decisa a rappresentarle provando a far incontrare, in una impossibilità che è una contraddizione ripetibilissima, interessi del capitale e interessi del lavoro dipendente, del non-lavoro e del precariato?
Non azzardo una risposta, non gioco a nessuna sciarada. Vi dico come la penso, senza alcun infingimento: noi ci troveremo, in quel caso, ad un bivio.
Se riapriamo al mondo della sinistra moderata per battere il renzismo e le destre, se ci inchiniamo ancora una volta davanti alla tirannia del “voto utile”, finiremo con lo smarrire le ragioni del nostro esistere come comunisti: nessuna alternativa sarà più tale. Nemmeno concepibile. A cosa servirebbe la sinistra di alternativa, propriamente detta, traduzione moderna del “comunismo”, se non a proporre qualcosa di “altro” da ciò che oggi esiste?
Se la strada fosse ancora quella del riavvicinamento e del confronto con moderni omologatori fintamente progressisti, allora potremmo anche fare questa scelta ma, per favore, cominciamo già da ora a sceglierci un nome diverso: non più “comunisti” e nemmeno “sinistra di alternativa”. Chiamiamoci “sinistra”, anche noi, senza alcun aggettivo. Si adatta, come ogni liquidità, ad ogni contenitore, prende benissimo la forma che nel momento le viene offerta o imposta.
Esiste un’altra via. E’ quella dell’indipendenza senza apriorismi, senza dogmatismi, senza preconfezionamenti di isolazionismi. E’ la via dell’indipendenza che rimane tale ma che sceglie di incidere politicamente laddove è possibile facendo tesoro delle proprie ragioni e unendole al pragmatismo del “di volta in volta”.
Il nostro progetto di rilancio della “rifondazione comunista” e della costruzione dell’alternativa di sinistra non può contemplare alcuna alleanza con chi si propone di ricomporre il consenso borghese e popolare (proletario) in una moderna riedizione di centrosinistra che faccia finta di essere sociale e che pratichi politiche governative simili a quelle renziane. Che cosa lo differenzierebbe da Renzi se non una propensione ad una gestione “democratica” del nuovo partito? Si possono fare politiche liberiste anche senza l’uomo solo al comando della “ditta”.
Non si può per ipotesi ragionare nel millimetrico politico, non si può scendere così nello specifico, ma si può ipotizzare di conservare la propria autonomia di quinto polo anticapitalista e di essere nel Paese e nel Parlamento quella sinistra sempre di alternativa che mostra le debolezze del moderatismo neoulivista proprio nel momento in cui c’è da difendere il lavoro, la scuola, i diritti civili, la previdenza sociale: rifacendosi alla Costituzione e alla Legge 300 come seconda costituzione del Paese.
Le contraddizioni del capitalismo costringeranno qualunque governo di più o meno centrosinistra a cedere a compromissioni con le esigenze del profitto: lì gli anticapitalisti devono essere presenti ed agire per scoperchiare la pentola e smascherare l’ipocrisia anche dei populismi falsamente schierati con il generico concetto di “popolo”.
Che vuol dire “popolo”? Popolo è interclassismo: classe è parzialità.
Stiamo ad osservare ciò che accade, senza pregiudizi: sapendo chi abbiamo davanti; sapendo che la storia si potrà ripetere in forme che abbiamo già vissuto e nelle quali abbiamo consumato molte delle nostre forze. Impariamo dai nostri errori e non cediamo né alle lusinghe del governismo (che è sempre governo dei padroni e per i padroni) e tanto meno alle tentazioni isolazioniste.
Proviamo, da piccoli, a crescere e a tornare, per quel che potremo, a dare fastidio, ad essere pruriginosi. Ecco: noi siamo una sinistra pruriginosa, dell’allergia. L’allergia dell’alternativa.

MARCO SFERINI

18 febbraio 2017

foto tratta da Wikimedia Commons

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