Il nuovo patto di stabilità: austeri, ma flessibili. E tagliola per chi sgarra

Presentata la proposta di «riforma» del patto di «stabilità e crescita» da parte della Commissione Europea. Le modifiche prevedono limiti specifici per i paesi più indebitati come l’Italia e saranno discusse dal Consiglio e dal Parlamento europeo

Dal 2024 i governi italiani potrebbero essere obbligati a tagliare fino a 17 miliardi di euro all’anno per i successivi quattro per portare al 3% il rapporto tra il deficit e il Prodotto interno lordo (Pil). In alternativa ci sarebbe anche l’ipotesi di un percorso di sette anni che prevede la possibilità di tagliare nove miliardi all’anno.

Questi scenari sono circolati ieri a Bruxelles alla fine della conferenza stampa tenuta dal vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis con il commissario Ue all’economia Paolo Gentiloni che hanno presentato ufficialmente la proposta di riforma del patto di «stabilità e crescita» sospeso dal 2020 a causa della pandemia.

Le ipotesi sul deficit sarebbero la conseguenza di una norma contenuta nella proposta della Commissione Ue secondo la quale i paesi che hanno accumulato un extra-deficit, dovuto principalmente alla pandemia, dovranno procedere obbligatoriamente alla sua riduzione dello 0,5% all’anno sul Pil fino al raggiungimento della soglia del fatidico 3%.

Fonti europee hanno sottolineato che le stime sono «tecniche» e sono solo «il punto di partenza» delle discussioni che saranno intavolate dai singoli paesi con la Commissione una volta entrata in vigore la riforma del patto di stabilità. Sempre che lo faccia nella forma prospettata ieri.

È stato inoltre detto che si tratterebbe di un aggiustamento inferiore a quello richiesto all’Italia con le regole attuali. Nel Documento di Economia e Finanza (Def) da poco varato dal governo è previsto un aggiustamento del 3,6 per cento nel 2023 e dello 0,9% nel 2024.

Nella proposta della Commissione Ue è stato confermato anche il rapporto tra il Pil e il debito pubblico: il 60%. Con una variazione. Come nel caso del deficit, il percorso di riduzione dell’indebitamento varierà tra i quattro e i sette anni e sarà negoziato dalla Commissione Ue con il governo di turno.

In cambio quest’ultimo dovrà fare le famose «riforme», sul modello del «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (Pnrr) e prendere «impegni di investimento che promuovano una crescita sostenibile e inclusiva». Parole vuote pronunciate nel momento in cui diventa sempre più chiara la difficoltà di spendere i soldi del Sacro Graal del Pnrr, quello che giustificò la nascita del governo di quasi unità nazionale Draghi.

Lo stesso al quale sono collegati i destini dell’esecutivo della destra post-fascista oggi. Nel caso in cui questo o un altro governo non rispettasse queste norme formali, soggette alla discrezionalità dell’interlocuzione che varia al variare delle maggioranze, nella proposta di riforma del patto di stabilità sono state previste procedure di «infrazione per disavanzo eccessivo» che scatterebbero «automaticamente».

Comunque vada, nell’attesa che i fantomatici investimenti del Pnrr siano «messi a terra», e che le trattative dei governi sul nuovo patto di stabilità vadano in buca, il governo Meloni(come quello precedente di Draghi) ha previsto sia il taglio del deficit che del debito pubblico che calerà dal 145% del 2022 al 140,9% nel 2025.

Il commissario UE all’Economia Gentiloni non ha fornito indicazioni precise sullo sforzo di bilancio che dovrà fare l’Italia nei prossimi anni nel caso di un percorso di riduzione dell’indebitamento. «Non posso certo tirar fuori un numero a caso – ha detto – La Commissione non è un organo fatto in tutto da italiani, o tutto da colombe, e neanche tutto da falchi, se vogliamo usare questo linguaggio. È una Commissione che ha trovato un punto di convergenza, di cui sono molto soddisfatto, perché ci ho lavorato molto».

Il ricorso alla frusta metafora ornitologica è servita a Gentiloni a giustificare un compromesso che non è nemmeno sicuro. La Germania in crisi, tenacemente attaccata ai dogmi dell’ordo-socialiberismo, che vorrebbe imporre un taglio annuale al debito addirittura di un punto percentuale di Pil all’anno.

Nelle intenzioni della Commissione il nuovo regolamento dovrà entrare in vigore dal prossimo gennaio 2024, dopo un duplice passaggio al Parlamento europeo e nel Consiglio Europeo dove siedono i governi degli Stati membri. Il dibattito, e l’iter di approvazione, si preannunciano lunghi, tortuosi e non scontati. Se ne inizierà a parlare già in una riunione dei ministri delle Finanze europei venerdì e sabato a Stoccolma.

La proposta di «riforma» non ha soddisfatto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti «È certamente un passo avanti ma noi avevamo chiesto con forza l’esclusione delle spese di investimento, ivi incluse quelle tipiche del Pnrr digitale e green deal, dal calcolo delle spese obiettivo su cui si misura il rispetto dei parametri. Prendiamo atto che così non è. Ogni spesa di investimento poiché è rilevante e produce debito per il nuovo patto deve essere valutato attentamente. Quindi occorre privilegiare solo la spesa che effettivamente produce un significativo impatto positivo sul Pil».

Nell’attesa, non spasmodica, di sapere come andrà a finire, la proposta presentata ieri non è stata accolta con fervore né da Fratelli d’Italia, né dalla Lega. Critici i Cinque Stelle che parlano di un ritorno all’«austerità». Il Pd è sembrato invece soddisfatto della prospettiva di diminuire gradualmente sia il deficit che il debito.

Resta l’impressione che non siano bastate una pandemia, la speculazione sui prezzi delle materie prime energetiche, le crisi sociali multiple, la guerra, la povertà per cambiare l’ordine del discorso neoliberale, e le politiche economiche, in cui ristagna un’Europa conservatrice, impoverita e compromessa.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

Foto di Markus Spiske

categorie
Economia e società

altri articoli