Il non ultimo innocente

Nonostante certi temi siano temporalmente appartenenti ad ogni epoca, perché riguardano l’universalità di princìpi che ci comprendono tutte e tutti; nonostante coinvolgano ogni paese di questo nostro pianeta; nonostante...
Ledell Lee, innocente giustiziato nel 2017

Nonostante certi temi siano temporalmente appartenenti ad ogni epoca, perché riguardano l’universalità di princìpi che ci comprendono tutte e tutti; nonostante coinvolgano ogni paese di questo nostro pianeta; nonostante tornino di attualità spesso, perché non si risolve mai alla radice il problema che li rende scottantemente vivi; ebbene, nonostante tutto questo, alcune notizie passano inosservate o, forse, si fa finta di niente.

La morte di un cittadino americano, Ledell Lee, avvenuta nel 2017 con iniezione letale in un penitenziario dell’Arkansas, aveva occupato all’epoca le cronache locali: una vendetta di Stato come tante. In fondo il giustificazionismo per l’applicazione della pena di morte era (ed è) sempre il medesimo: chi commette delitti tanto orrendi come lo stupro e l’omicidio deve essere punito col massimo della pena.

Così Lee è stato preso dalla giustizia a stelle e strisce nei primi anni ’90, processato e buttato in carcere fino a quattro anni fa. Nel 2017 arriva l’esecuzione. Quattro anni dopo, pochi giorni fa, dopo ripetuti ricorsi fatti dalla sua famiglia e da associazioni dei diritti civili, si scopre che la giustizia ha commesso il suo ennesimo errore. Irrimediabile. Già è grave quando l’innocente finisce in galera, ci passa una vita intera e ne esce dopo essere stato proclamato innocente con trent’anni di ritardo.

Ma la gravità è oltre ogni limite quando lo Stato, il potere e la sua giustizia scoprono ad esempio che Sacco e Vanzetti sono innocenti… Lo sanno tutti nel mondo. Solo le necessità politiche del momento fanno della verità una menzogna e della giustizia la solita fredda vendetta.

Lee non era accusato di reati di sovversione contro la grande Repubblica stellata. Ma di crimini verso una persona: appunto stupro e omicidio. Un errore giudiziario è la definizione ultima che chiude un caso dove l’innocente viene ucciso e il colpevole è introvabile.

Se spulciate un po’ le cronache dell’epoca e anche quelle dei giorni più vicini a questo presente che sfugge di mano, troverete il triste calendario politico delle uccisioni di Stato programmate dal governatore dell’Arkansans. Otto assassinii in un mese. Così era stato deciso, così doveva essere fatto. Un rinvigorimento del ricorso alle esecuzioni capitali, su cui era calata una moratoria durante la presidenza Obama, sostenuto da Donald Trump con energico vigore politico-propagandistico.

Law and order“, del resto… Sotto l’auspicio protestante: «In God we trust». Spade benedette da ogni divinità, in ogni tempo: un richiamo alla benedizione celeste per i peggiori crimini. Come la pena di morte. Che non restituisce conforto al dolore delle famiglie delle vittime, che soddisfa solo la cecità dell’odio, del pregiudizio e della discriminazione.

Alla morte non c’è mai rimedio. E’ una certezza quasi unica nella vita. Ed è una pena che contraddice lo Stato di diritto, che ne fa un carnefice e non certo un giustiziere né della notte e tanto meno del giorno. Qualunque crimine una persona abbia commesso, la morte non estingue nessuna pena, ma aumenta le sofferenze.

Lee era innocente. Il DNA trovato sull’arma adoperata per compiere il delitto non era suo. Ma ormai Lee è morto. Da quattro anni. Adesso questo debito di Stato verso la famiglia chi lo pagherà? E comunque si potesse anche giustiziare lo Stato, sarebbe giusto invece lasciarlo andare: con vergogna, con mestizia. Così come Victor Hugo chiese a Benito Juárez di lasciar vivere l’ex imperatore Massimiliano d’Asburgo, tronizzatosi nel Messico: «Massimiliano dovrà la vita a Juárez. E la punizione? Chiederanno. La punizione, eccola, Massimiliano vivrà “per grazia della Repubblica”». Da semplice cittadino.

(m.s.)

foto: screenshot

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