Il governo liberista che vuole mostrarsi sociale

Se non fosse che drammatica è la situazione che involve di giorno in giorno, a vedere il Partito democratico “difendere la democrazia” nel e del Parlamento verrebbe un poco...

Se non fosse che drammatica è la situazione che involve di giorno in giorno, a vedere il Partito democratico “difendere la democrazia” nel e del Parlamento verrebbe un poco da sorridere. Quanto meno. Perché non è troppo lontano il giorno in cui, nel dicembre 2016, un referendum conosciuto da tutti come la “riforma Renzi-Boschi” tentò di fare proprio di questo nostro Parlamento, cuore della Repubblica Italiana, una depandance del governo trasformando la Costituzione a tal punto da unire tutte le opposizioni in una lotta trasversale eppure così unitaria.

Fu anche un referendum pro e contro Renzi. Ma, del resto, la riforma rispecchiava le intenzioni politiche del gruppo dirigente del PD e quelle del governo a guida democratica.

Dunque, se i Cinquestelle non fossero quell’ibrido politico che sono, se non evitassero accuratamente ogni accostamento al progressismo, all’antifascismo, alla democrazia e se, soprattutto, non governassero con la Lega, si potrebbe persino simpatizzare per un tentativo di cambiamento del Paese che, in realtà, non esiste, che si dimostra essere un saldo contratto che riduce le libertà civili, che ridimensiona i diritti dei lavoratori e che promette misure che vorrebbero apparire quasi keynesiane in campo economico e che invece sono in perfetto accordo con Bruxelles, dopo tutta la pantomima recitata nelle settimane scorse circa l’indipendenza nazionale, la grande crociata contro la BCE e la sovranità italica in materia di debito.

Niente di tutto questo. Il Parlamento della Repubblica è ormai diventato ostaggio di una maggioranza di governo da principato augusteo: mantiene formalmente il rispetto delle regole per agire a proprio piacere nelle modalità di presentazione di una manovra di bilancio che viene sostanzialmente blindata, privata della discussione particolare sugli emendamenti e portata ad un ennesimo voto di fiducia per contingentare i tempi ed evitare lo spauracchio dell’esercizio provvisorio.

E’ evidente che un Parlamento che lavora in questo modo (o meglio “non lavora” perché gli vengono sottratte le sue prerogative specifiche) è trasformato in una sede legislativa peggiore di quella prevista dalla riforma di Renzi e Boschi.

L’informalità delle trasformazioni istituzionali mediante consuetudini che si consolidano proprio con la ripetitiva e passiva accettazione di violazioni di procedure stabilite dalla Costituzione e dai regolamenti parlamentari è nettamente peggiore di un tentativo di controriforma che avrebbe eliminato sostanzialmente una Camera e avrebbe fatto dell’altra un luogo di mera approvazione dei dettami dell’esecutivo.

C’è quindi un architrave istituzionale che si va modificando sotto i nostri occhi e che viene colto soltanto superficialmente anche da molti cronisti come fenomeno da baraccone, come rissa permanente tra opposizione e maggioranza, con lanci di leggi di bilancio in faccia ai sottosegretari del governo, strepiti, urla, minacce reciproche ma, sotto tutto questo emerso, sta un logoramento della figura complessa e complessiva del Parlamento repubblicano.

A ciò si aggiunge una comunicazione politica pressoché totale sulle reti televisive, dove le forze governative occupano circa il 45% del tempo nei notiziari Rai e Mediaset, mentre, assoluta novità, anche su La7 e Sky il tempo concesso al governo è rilevantissimo: bel il 50%.

Il keynesismo del tutto apparente del movimento grillino lo si vede dai numeri sul taglio pensionistico: colpire le pensioni superiori a tre volte il minimo, vuol dire andare ad intervenire in risparmio su assegni che oscillano sui 1.500 euro mensili. Non si tratta proprio di pensioni d’oro… Ma forse anche questo è un “cambiamento”: considerare d’oro le pensioni accumulate da una vita da lavoratori che avevano contratti nazionali di lavoro stabili e che hanno contribuito all’economia di questo Stato senza mai evadere. Magari perché costretti dalle normative, ma magari anche perché i lavoratori dipendenti avevano una coscienza sociale netta, distinguibile da tante altre coscienze di tanti altri mestieri e professioni di tipo autonomo.

Il corto circuito quindi è bene innescato: produzione di leggi che mortificano i ceti più deboli ma appaiono come “sociali” e convinzione dei cittadini attraverso i media che tutto ciò è reale, concreto, vero. Che questo, in sostanza è il “governo del cambiamento” con l'”avvocato del popolo” alla sua guida.

Proprio Keynes, nella sua “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ci parla di un ruolo dello Stato nell’economia che deve avere un valore di distinguibilità rispetto al privato in base all’individualità e al collettivo: questo ultimo inteso come insieme di elementi non esprimibili dal singolo ma necessariamente producibili dalla rappresentanza generale delle istituzioni in quanto punto di crescita e formazione del pubblico interesse.

Dice il grande economista britannico: “Dobbiamo tendere a separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali. L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto.“.

Invece abbiamo innanzi, ancora una volta, un comitato d’affari della borghesia (marxianamente parlando) che fa politiche liberiste, esiziali per il moderno proletariato, che accompagna alla dimostrazione della protesta contro i grandi poteri borghesi e del capitalismo continentale una accondiscendenza dettata dalla “ragion di Stato” camuffata da “buonsenso politico” in favore, ovviamente, del popolo.

Così, l’azione più importante dello Stato non è, come auspicava Keynes, l’intervento che, nel bene o nel male, fatto bene o fatto male, affianca e cerca di superare la qualità di quello privato, del singolo: è intervento complementare al privato, surrettiziamente mostrato come la migliore delle leggi di bilancio fatte sino ad oggi. Quota 100 e reddito di cittadinanza restano le due bandiere da sventolare per tutto l’inverno e la primavera dell’anno che si accinge ad arrivare.

Intanto, però, il Parlamento viene mortificato nella generale indifferenza e nell’abulia festaiola di giorni languidi e capitali, borse e grandi finanze possono stare tranquille: il rimpasto di governo già si intravede a gennaio. Tria traballa in quanto voce critica.

E’ tutto un gran cambiamento: sì, in peggio.

MARCO SFERINI

29 dicembre 2018

foto tratta da Pixabay

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