Il cattolicesimo reale

Quinto Settimio Fiorente Tertulliano è forse tra i più noti apologeti del Cristianesimo e la maggior parte degli studenti, almeno liceali, ne ha sentito parlare, lo ha forse pure...

Quinto Settimio Fiorente Tertulliano è forse tra i più noti apologeti del Cristianesimo e la maggior parte degli studenti, almeno liceali, ne ha sentito parlare, lo ha forse pure tradotto e ha potuto iniziare a constatare di quale tasso di vertigine immaginativa, di fantasiosa capacità metaforica si è capaci quando si è completamente avvolti da una sorta di misticismo che ha un retrogusto platonico associato alla nuova fede che, da almeno due secoli, circola in tutto l’Impero del popolo romano.

Per introdurre uno studio veramente encomiabile che tratta de “Il cattolicesimo reale” (Odradek edizioni, 2008) con sottotitolo: “attraverso i testi della Bibbia, dei papi, dei dottori della chiesa, dei concili“, non si può non fare onore al professor Walter Peruzzi che lo ha pazientemente messo insieme, citando appunto uno dei più esimi filosofi e scrittori dell’antica romanità cristiana. E per l’appunto, Tertulliano scrive:

«È un diritto umano e di natura che a ciascuno sia consentito di venerare ciò in cui crede… non è della religiosità costringere alla religione, che deve essere accettata spontaneamente e non con la forza….» (“Ad scapulam“, 212 d.C.).

Il principio parrebbe quasi sacrale: alla fede si giunge non tramite coercizioni, induzioni traverse, intimidazioni del potere, ma per spontaneo abbraccio con una credenza che trascende l’umana ragione, persino i sentimenti comuni e, se vogliamo, li esalta portandoli ad un livello che combacia con quel mistico fervore di cui sono presi i martiri venerati poi come santi. Perché, vale già allora la regola che varrà per millenni, attraverso la sofferenza si espia il peccato originale proprio e si giunge alla grazia divina.

Walter Peruzzi, che conobbi anni e anni fa e con cui conversai davvero piacevolmente, ma più che altro di miseranda politica italiana e non di queste pregevoli dissertazioni sul ruolo della religione nell’esistenza umana, ha davvero speso il massimo delle sue energie, mettendo in questo lavoro una conoscenza meticolosissima dei testi più disparati, antichi e antichissimi. Ci ha così fornito una guida attraverso ciò che la Chiesa cattolica stessa dice di sé, senza tema di smentita.

Non potrebbe esistere migliore base critica nei confronti del cattolicesimo “reale” e non supposto o interpretato, se non quella che ci forniscono i tanti testi che nel corso di duemila anni di storia si sono cumulati formando una vera e propria ricchezza incommensurabile per una esegesi degna di questo nome.

L’articolazione del vasto studio di Peruzzi prende in esame tutti quei macro-ambiti teologici ed anche temporalmente pratici che il papato (con tutte le sue propaggini nel tempo e nello spazio materiale dell’esistente) ha praticamente occupato con una etica nuova, che deriva dal verbum dei, dalla Bibbia stessa e, per lo meno nella primissima affermazione del Cristianesimo come religione dello Stato romano, da un Nuovo Testamento tutto in definizione.

La canonicità di alcuni vangeli rispetto ad altri dichiarati “apocrifi” sarà il frutto di un processo di catalogazione in parte spontanea, parte dell’attività delle primissime comunità cristiane del primo secolo, in parte di una vera e propria organizzazione escatologica dell’esistenza umana secondo i princìpi del nuovo ordine sociale fondato su una moralità diversa da quella suggerita dal politeismo ellenistico e che, per lungo tempo, aveva influenzato la cultura e le credenze della romanità.

Peruzzi indaga le contraddizioni tra il dire e il fare della Chiesa cattolica fin dai primordi, riusciendo così a dimostrare – ripetiamolo: sempre basandosi su un puntiglioso esame dei testi dei padri della Chiesa, dei sommi pontefici e delle ufficialità conciliari universali – come la continuità della dicotomia sia un tratto procrastinabile e adattabile (oggi si direbbe “resiliente“) alle tantissime mutazioni dei tempi.

La complessità del Vecchio Testamento, dove il dio di Abramo e di Mosè è quello che si può definire il “feroce Jahvé“, non si dipana mai nemmeno davanti ad una interpretazione che voglia tendere ad un semplificazionismo pure necessario per comprendere al meglio il confine tra verità storica e invenzione biblica. Alcuni studiosi come Mauro Biglino hanno, a questo proposito, fatto una scommessa un po’ pascaliana con sé stessi: prendiamo per buono tutto quello che la Bibbia afferma e consideriamolo vero. Che se ne potrebbe trarre?

Intanto si dovrebbe rimettere mano alla traduzione stessa interconfessionale del libro più sacro tanto del Cattolicesimo quanto del Cristianesimo più in generale, perché alcune terminologie tradotte con “dio” avrebbero invece potuto essere rese con il termine “Elohim“. Il che ci rimanda a tutta un’altra critica “letterale” della Bibbia, ad una sua conoscenza affidata ad una parafrasi permutante che cambia il significato di un nome ma che lascia, sostanzialmente, intatti i racconti.

Peruzzi è interessato a tutto un altro tipo di approccio: mostrare non tanto le incongruenze lessicali, i difetti di traduzione, le difformità dei testi che si sono avvicendate nei secoli dei secoli. Ciò che gli preme è mostrare l’evidente ambivalenza di una storia del papato e della religione che ha costruito su sé stesso e attraverso sé stesso, fin da Paolo di Tarso e da Simon Pietro.

Mentre parla di amore, uguaglianza, fraternità tra tutti gli esseri umani (tenendo però ben fermo il principio antropocentrico del Vecchio Testamento che esige dall’uomo la dominazione su tutti gli altri esseri viventi…), di gioia e di universalità dei diritti, il Cattolicesimo, declinazione occidentalissima del Cristianesimo, rafforza e non attenua le incongruità tra il dire e il fare, tra il dettame biblico/evengelico e la pratica quotidiana dei nuovi valori che universalizza.

Se il dio dell’Antico Testamento è vendicativo, iracondo, biasimante, incline alla condanna spietata e alla pena di morte per chi non lo onora adeguatamente, la Chiesa cattolica non è da meno nei millenni che attraversa con il suo triregno, dal trono e dall’altare, con un potere che, oltre allo spiritualismo, implica tutta la temporalità che gli viene assegnata da Carlo Magno, da Pipino il Breve, da donazioni imperiali (il celeberrimo “Constitutum Constantini“) ancora più addietro nel tempo e risultate poi delle vere e proprie “fake” dell’antichità.

Sarebbe riduttivo trovare eclatantissime contraddizioni tra la “religione dell’amore e della vita” e le vistose mostruosità disumane dell’Inquisizione medioevale, di quella spagnola, nella caccia alle streghe come nelle persecuzioni degli studiosi metamagici come Bruno e completamente matematico-astrologici come Galileo. Peruzzi mette il dito cento volte nelle piaghe del Cattolicesimo reale: la sua storia è in gran parte storia di credulità popolare, di abuso della stessa su vasta scala e di compiacenza tra il piano politico e il piano religioso, tra Stato e Chiesa.

La damnatio memoriae che si potrebbe produrre dopo la lettura attenta dello studio di Walter Peruzzi sarebbe, sebbene in larga misura giustificata dalla rabbia verso una ipocrisia senza soluzione di continuità tra la dottrina e la pratica della Chiesa di Roma, un errore clamoroso: ci priverebbe di quella fondamentale base di critica su cui è costruibile una nuova stagione della laicità che, a dire il vero, non significa affatto trarre la conclusione della condanna del Cristianesimo in quanto tale.

Bisogna infatti distinguere tra storia di quest’ultimo e storia del papato. Lo studio del “Cattolicesimo reale” è per l’appunto un evisceramento delle recondità contraddittorie di un potere che si ammanta ancora oggi di una vestigia spirituale e che, a differenza di altre declinazioni meno diffuse del Cristianesimo, mantiene una intransigente correlazione con un tradizionalismo antimodernista che, altrimenti detto con le parole di Joseph Ratzinger, si esprime nella condanna del “relativismo“.

La Chiesa cattolica, anche di Jorge Mario Bergoglio, indubbiamente più disponibile, per esigenze di opportunità altamente connessa ad un principio di resilienza clericale non certo riscontrabile da oggi, ad un confronto con chi crede altrimenti, con chi non crede e con chi è molto più che miscredente, per garantirsi una identità nel nuovo millennio ha bisogno di unire la tradizione con l’innovazione.

Le tensioni interne al Vaticano, in merito a questo connubio, sono, più che “eccentriche“, annotabili come “concentriche“: tendono a includere le spinte moderniste e a ricondurre il tutto ad una severa obbedienza, ad una intangibilità dei valori millenari. Non si tratta qui soltanto di temi di scottante attualità che riguardano la vita di milioni e milioni di persone, come l’aborto, la sessualità anatemizzata se omo o trans, la disposizione secondo cui il fine procreativo rimane un po’ l’unico del rapporto intimo tra due persone.

La critica che emerge dallo studio di Peruzzi è ancora più radicale: il Cattolicesimo affonda le sue radici e determina tutta la sua storia in una indefessa e continua migrazione da una contraddizione all’altra e mai aderisce compiutamente ai princìpi del Nuovo Testamento ma, semmai, nel seguire la sua invereconda ostentazione di potenza religiosa, politica, morale e civile proprio ergendosi al di sopra di una laicità che, nonostante tutto, ha fatto i suoi pregevoli progressi dall’epoca dei Lumi in avanti, invera la sua dinamicità e la sua capacità di adattamento alle epoche più diverse.

La Chiesa cattolica per potersi prolungare nel corso dei secoli e riuscire ad essere sempre uno dei fondamentali di vita di interi popoli, ha bisogno di radicalizzare la sua “infallibilità“. Tanto quanto è insindacabile il suo potere, che le deriva da dio, così è indiscutibile il suo precetto, il suo insegnamento: tradizione orale, scritta, familiare o statale che sia, ancora una volta siamo davanti al dualismo tra fede e ragione nella misura in cui distinguiamo tra trascendente e reale, tra distinguibile e immanente, tra separabile e indisgiungibile.

La dogmaticità cattolica è, peraltro, divenuta comune anche su un terreno prettamente secolare e laico: certi poteri statali sono così incensurabili da somigliare a regimi teocratici, ad assolutismi privi di qualunque elemento dialettico dentro, intorno e molto al di fuori di sé stessi.

Walter Peruzzi ha seguito un ragionamento complesso ma lo ha fatto svolgere con grande abilità proprio da coloro che questa critica l’hanno, se così possiamo permetterci di dire, “subita“. Il suo “Cattolicesimo reale” è veramente un raro esempio di raffronto con tutti i protagonisti di un’era cristiana che, secolo dopo secolo, ha dovuto accettare dei compromessi per essere in grado di reggersi sul piano di una moderna concorrenza religiosa: sintomo che i problemi dell’umanità sono tutt’altro che risolti e che la vita è molto al di qua dall’essere intesa oltre la disperazione, oltre la paura, oltre l’inganno, oltre l’affabulazione.

IL CATTOLICESIMO REALE
ATTRAVERSO I TESTI DELLA BIBBIA, DEI PAPI, DEI DOTTORI DELLA CHIESA, DEI CONCILI
WALTER PERUZZI
ODRADEK EDIZIONI
€ 32,00

MARCO SFERINI

10 maggio 2023

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