Emiliano, D’Alema e Bersani: i “fuori tempo massimo” contro Renzi

L’attacco alla fortezza renziana è iniziato e l’assedio prosegue. Michele Emiliano, con una accurata argomentazione, mette sul tappeto delle energiche critiche nei confronti dell’ex presidente del consiglio e attuale...

L’attacco alla fortezza renziana è iniziato e l’assedio prosegue. Michele Emiliano, con una accurata argomentazione, mette sul tappeto delle energiche critiche nei confronti dell’ex presidente del consiglio e attuale segretario nazionale del Partito democratico.
Sostiene Emiliano che il PD “è diventato il partito dei banchieri, dei finanzieri, dell’establishment. Un partito interessato solo ai potenti e non al popolo“. Ipse dixit dalle colonne de “La Stampa”. Dunque non si tratta di una malevola interpretazione di qualche facinoroso bolscevico d’annata o di giovanile speranza nel futuro del comunismo.
Uno dei più grandi quotidiani italiani raccoglie una intervista del presidente della Regione Puglia che, a tutto spiano, attacca il segretario nazionale del partito di maggioranza per eccellenza, quello che esprime ancora il capo del governo di questo Paese.
E’ un fatto non da poco e che merita una riflessione, perché siamo ancora una volta in presenza di un sommovimento interno al PD che ha ripercussioni ovvie sull’intera politica italiana.
E la prima riflessione che viene da fare è questa: belle parole, molto giuste, condivisibili quelle di Emiliano, ma tardive. Molti dirigenti nazionali del PD hanno aspettato che Renzi fosse sconfitto al referendum del 4 dicembre scorso per levare la loro protesta contro una gestione del partito monocratica, autoreferenziale e protesa tutta ad un dualismo di tenuta tra maggioranza parlamentare e rapporti con l’esecutivo.
L’equilibrio tra partito e governo ha retto fino a quando Renzi è riuscito a gestirlo attraverso la sua presenza unica e duale al contempo: presidente del consiglio e segretario nazionale del PD.
Quando il completo affidamento della sua sorte politica al risultato referendario ha rotto questo incantesimo autoprodotto, sono emerse tutte le contraddizioni che, obiettivamente, non potevano non diventare uno stimolo di forte critica nei confronti della dirigenza di un partito che aveva come ricordo ormai lontano quel consenso da 40% ricevuto alle europee e sulla cui pelle bruciavano invece le sconfitte patite nelle elezioni amministrative e, successivamente, nelle tante azioni di governo contrastate dalla pubblica opinione, dai sindacati, dalle opposizioni.
La tarda unione dei grandi critici di Renzi, dalla sinistra interna fino ai battitori liberi come Emiliano, rischia di non ottenere i risultati che si prefigge, proprio per la corsa contro il tempo che ha ingaggiato in questi giorni, in queste settimane.
Una corsa per ottenere un congresso che si svolga con regole chiare e con una discussione apertamente franca, senza sotto intesi, senza mezze parole: D’Alema si è espresso con lucidità da vecchio statista in questo frangente e, dal suo punto di vista, ha mosso le pedine giuste, al tempo giusto.
Ha anticipato Bersani nel “NO” al referendum e ora sta costruendo dei comitati di “ConSenso” per costruire la barca su cui salire da nocchiero. Abile, persino audace.
Tutta questa telluricità politica mette in fibrillazione la nascente Sinistra Italiana che si spacca e che è prossima da una scissione guidata dal capogruppo alla Camera Scotto. Un’altra divisione in nome dell’unità non tanto della sinistra, perché saremmo davvero al ridicolo, ma semmai nel sacro nome di un nuovo e moderno “centrosinistra”.
La resurrezione dell’impossibile perché da un lato permarrebbe la presenza non eludibile del PD renziano e, dall’altro, si proverebbe a formare un polo di sinistra di alternativa che – almeno nelle intenzioni dimostrate – non dovrebbe puntare più a scendere a compromessi con forze politiche non dichiaratamente antiliberiste.
Checché se ne dica, D’Alema non vuole certo mettere nel programma di un anche ipotetico PDS 2.0 un paletto semi-ideologico come quello dell’antiliberismo…
Ridare corpo al centrosinistra significa far incontrare una timida sinistra riformatrice con un centro altrettanto riformatore: partendo da prospettive certamente differenti, ma trovando una sintesi anzitutto nella necessità della governabilità, del governismo magari richiamandosi al vecchio adagio del “salvare il Paese dalle destre”.
Non si sa bene quali: quella economica renziana? Quella qualunquista grillina? Quella xenofoba che resta tra tutte quella più visivamente becera?
Difficile poter pensare ad una forza dalemiana che non scelga come interlocutore di governo il PD di Renzi, soprattutto se il sistema elettorale – come ci auguriamo vivamente – sarà proporzionale e costringerà, nel pieno della costituzionalità, i partiti ad un confronto obbligato per la formazione di un governo di coalizione.
Il tutto, quindi, ha un sapore vago, ma nemmeno tanto, di gattopardismo, di un cambiamento per evitare il rullo compressore del ritorno renziano sulle scene politiche.
E la velocità è la protagonista della fase che stiamo attraversando: Renzi ha fretta di andare al voto, Emiliano, D’Alema e Bersani puntano prima al congresso. Prima i rapporti di forza e poi le elezioni.
E se saranno sconfitti il bivio sarà: opposizione interna unitaria col rischio di non trovare posto nelle liste per le politiche del 2018 (o prima…) oppure scissione.
Molti sono scettici su questa ultima ipotesi. Personalmente non la escludo a priori: non penso che sarebbe un male per il mondo politico italiano. Muoverebbe un po’ quella stagnazione degli schemi consolidati, quelle idee putrefatte e quelle ideologie dimenticate volutamente in nome di una modernità mai stata moderna.
Ma, sia che la scissione avvenga sia che non prenda piede, ciò non può influenzare la costruzione di quel “quarto polo” della sinistra di alternativa che invece noi comunisti dobbiamo puntare ad edificare.
Perché essere alternativi vuol dire rifiutare ogni errore commesso sino ad oggi anche da noi stessi: ripetere gli inciampi del passato, quelli fatti in buona fede per dare il proprio contributo a fermare le forze più reazionarie del Paese, non ci aiuterà a ridefinire chiaramente i confini politici, programmatici ed ideologici di una vera sinistra antiliberista.
Ripeto sempre che “anticapitalista” sarebbe meglio, ma, in assenza di un collante così forte, possiamo pensare di essere anticapitalisti e comunisti dentro un progetto antiliberista. Del resto, la forza si costruisce sommando prima di tutto le idee comuni e facendole evolvere e non forzando i tempi con egemonie che apparirebbero anche tali ma che finirebbero con l’essere soltanto sterili settarismi e, pertanto, esclusivi invece che inclusivi.
Il tempo scorre… E ne resta poco per tutti a sinistra. Ma meno ancora ne resta per chi oggi è, nel PD, avversario del renzismo e, soprattutto, di Matteo Renzi in persona.

MARCO SFERINI

8 febbraio 2017

foto tratta da Pixabay

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