David, Alina e le stragi compiute nel nome dell’odio disperante

Non occorre essere degli psicanalisti, degli studiosi dell’animo e della mente umani (riuniti, se vogliamo, nell’espressione più felicemente sintetica che risponde al concetto di “psiche“, di soffio quasi primordiale...
David Kozak

Non occorre essere degli psicanalisti, degli studiosi dell’animo e della mente umani (riuniti, se vogliamo, nell’espressione più felicemente sintetica che risponde al concetto di “psiche“, di soffio quasi primordiale che ci abita) per trarre, tra le altre conclusioni, anche quella che può attribuire a David Kozak una certa forma di idiosincrasia nei confronti della società e, in senso lato, del mondo.

Il giovane ventiquattrenne che ha fatto una strage all’Università di Praga, causando quindici morti e quasi il doppio dei feriti, si racconta proprio così nei messaggi su Telegram. Aveva aperto un canale sul social russo solo da qualche giorno e vi aveva pubblicato alcuni video in cui affermava di odiare praticamente tutto e tutti, di voler uccidere, di sentire il bisogno di doverlo fare. Volere e dovere. Un binomio omicidiario, un istinto ormai quasi ancestrale per lui.

David non era il solito pazzo nazista che sogna la supremazia bianca nei confronti delle altre etnie; il suo gesto, quindi, sembra tutto tranne quello di un fanatico razzista, ispirato anche lontanamente da motivazioni pseudo-politiche. L’odio è il sentimento umanoide che lo avrebbe ispirato e spinto ad uccidere prima il padre e poi i suoi coetanei all’università.

In uno dei messaggi che ha lasciato, dice testualmente: «Il mio nome è David, voglio sparare in una scuola e magari uccidermi». Si era messo, da qualche tempo, a seguire le notizie di ragazzi che avevano portato la morte in scuola di mezzo mondo. Troppo facile pensare soltanto agli Stati Uniti d’America, la patria vera di questi inquietanti fenomeni di emulazione di carneficine da studente a studente, da coetaneo a coetaneo.

La sua ossessione si era concentrata, per espandersi, su esempi più vicini a lui: in Europa, in Russia. Da una strage avvenuta a Kazan nel maggio del 2021 a quella di Alina Afanaskina, una quattordicenne che aveva imbracciato un fucile a Bryansk e fatto fuoco sui propri compagni di scuola. Risultato: un morto, cinque feriti e lei stessa suicidatasi poco dopo. Ma per David era troppo poco. Lui considerava quel gesto insufficiente. Forse l’odio che covava era talmente sovrabbondante da non poter stare solo in numeri ad una cifra.

Ed infatti, ieri, nella centralissima università di Praga ha ammazzato ben quindici ragazzi e ne ha feriti ventiquattro. Tanti quanti la sua età. Le prime testimonianze su di lui ricamano su un giovane molto introverso, avulso dalla realtà o, quanto meno, molto “nerd“. Di sicuro amava le armi, anche di grosso calibro. E aveva un carattere ombroso, scostante. Il ritratto sembra quello tipico dell’odiatore che si separa dal resto del mondo perché non trova punti di contatto con i propri coetanei, con gli amici, con i parenti.

Finisce per esistere soltanto lui. Lui contro tutto quello che lo circonda e che sembra assediarlo. Questa sindrome da accerchiamento, che se non è paranoia pura ci va senz’altro molto vicino, è una caratteristica sempre più presente nelle molte solitudini che viviamo oggi. Questa ipocrita società dei consumi non fa che mostrarci quanto sia splendido tutto quello che produce: dai social induce tutti a ritenere la felicità una costante comune, qualcosa che si deve per forza raggiungere attraverso il possesso.

Delle cose e delle persone. Lo si vede molto bene dal drammatico problema del rapporto tra uomini e donne, tra maschi e femmine, da quello che si vorrebbe evitare di chiamare “patriarcalismo” e che, invece, è una vera e propria pestilenza dei nostri tempi: sottovalutata, minimizzata, perché è una buona fetta di cattiva coscienza che abita in tanti di noi. Possiamo davvero dirci non parte di tutto questo? Possiamo pensare di essere scampati alla seduzione dell’egoismo a tutto tondo?

Siamo certi di poter dire che a noi certe cose non potranno capitare mai? Quando è stata l’ultima volta che ci siamo arrabbiati per qualcosa ci accadeva e che avremmo voluto spazzare via con un colpo di mano, con un gesto violento, annullando l’altro da noi, oppure mettendo fine ad una situazione in un modo tale che avrebbe coinvolto certamente altre esistenze, prescindendo da valori, etica, morale, disciplina autoregolatrice dei nostri istinti?

Probabilmente non ce lo ricordiamo nemmeno più, perché durante le giornate frenetiche che interpretiamo quotidianamente, facendo finta che ci rappresentino quanto meno nella nostra routine, che diviene un po’ la sola cosa cui ci sentiamo legati e dalla qualche ci riteniamo compresi ed espressi al tempo stesso, l’alienazione non la percepiamo così enorme quanto invece è. La chiave volontaristica, che dovrebbe aprire le porte che solo noi vogliamo aprire, ci permette di avere una specie di alibi in merito.

Noi pensiamo di fare scelte assolutamente libere che, in realtà, sono scelte fatte da altri: dal nostro datore di lavoro (sarebbe meglio dire: “di sfruttamento“), dal mercato, dal rapporto di forza tra domanda e offerta, dalle mode che si prendono gioco tanto del singolo quanto della collettività; dalla pubblicità, dal consumismo che, crisi o non crisi, domina l’istinto dell’acquisto senza senso, solo per il fatto di avere qualcosa all’ultima moda o per sentirsi parte dei tempi alienanti.

Prova ne è il fatto che, se Chiara Ferragni indossa una tuta grigia che pare sgualcita sotto il peso di incipienti occhiaie marcate dal mancato trucco del giorno, un indumento che a qualcuno è parso improvvidamente simile a quello indossato da qualche ostaggio di Hamas a Gaza, e che invece costa la bellezza di seicento euro, questa tuta viene esaurita nel giro di poche ore. Perché l’influencer influenza anche quando sembra non volerlo fare.

Perché la soverchiante potenza del confronto fra noi e loro ha la meglio nel momento in cui noi siamo spersonalizzati nell’altro. Se la nostra identità è tale soltanto se somigliamo ad altri, allora la nostra essenza è già cambiata alla radice. Non abbiamo più una personalità, ma viviamo di altre personalità che non sono dei semplici esempi per noi, come sarebbe salutare che potessero anche essere: sono qualcosa di esiziale, un gravame che pesa sulle incoscienze che ci siamo dati.

Noi esistiamo soltanto nel confronto con i modelli che questa società mercatista e del profitto, del successo a tutti i costi, mette davanti ogni giorno a miliardi di persone. Chi ci guadagna pensa, magari, di fare anche qualcosa di buono, dimostrando che ogni tanto fa una sorta di beneficenza che sottostà alla legge della percentuale senza se e senza ma. Ma, in realtà, trasmette dei messaggi induttivi, perché costringe – seppure non direttamente, e per questo con maggiore pericolosità – ad una emulazione senza possibilità di critica alcuna.

La similitudine diventa perfetta aderenza con ciò che pensiamo di essere e che, invece, è la proiezione di una nostra mancanza nella altrui dimensione. Il giovane David non imita solamente dei gesti criminali, ma si riconosce in quegli atti perché oltre quegli atti non vede nulla di accettabile per sé stesso. La distruzione assume così la cifra del confronto tra lui e il mondo. L’unico rapporto che concepisce, possibile, col resto che lo circonda è un rapporto di conflitto permanente.

Un rapporto in cui lui non perdona nulla agli altri: li vede come se non fossero uguali a lui, perché cosiddetti “normali”, perché percepiti come “assolutamente felici“. Tanta normalità quotidiana, tanti sorrisi e tanta felicità nell’esistere, David non la interpreta come qualcosa di cui può anche lui entrare a far parte. Se ne tira fuori, perché la sofferenza in lui è senza confine, non ha un limite. E’ esponenziale.

Se viene descritto come introverso, cupo, singolarmente abituato a stare solo con sé stesso, ciò risponde anche al cliché un po’ datato del maniaco omicida che si isola completamente dal consesso umano e civile e si nutre esclusivamente delle proprie inquietudini, costruendosi un perimetro di sopravvivenza, una trincea difensiva che, un attimo dopo, è pronta ad esplodere in una strage come quella di Praga; ma risponde pure ad una sottovalutazione della complessità umana.

Le uniche avvisaglie del disturbo sociopatico non possono essere queste. Tutto intorno c’è un ventiquattrore di incessante riversamento di aspettative che vengono gettate addosso ai più giovani che, se non si sentono a quell’altezza che la società richiede loro, subiscono una frustrazione indicibile. Mettiamo insieme l’istillazione patriarcale del senso proprietario della persona con cui si ha una relazione amorosa e l’interpretazione concorrenziale del corso di laurea che aveva Filippo Turetta, ed ecco che abbiamo creato una bomba pronta ad esplodere.

Certo che la responsabilità penale è personale. Non lo dice solo il nostro diritto. Lo dice il buon senso, lo dovrebbe dire una relazione condivisa di sentimenti e di emozioni che prescinda persino dalle leggi e che indirizzi ciascuno non alla competizione costante su tutto e verso tutti, ma alla riaffermazione delle differenze come elemento costituente della nuova umanità.

Avanti o indietro, sopra o sotto, prima o dopo sono limiti temporali, di luogo o di spazio mentale e fisico che dovrebbero cedere il passo alla vera valutazione delle proprie specificità in relazione alle altrui.

Invece di combinare questi insieme complessi ma non complicati, l’atomizzazione delle coscienze, suggerita dal confronto senza soluzione di continuità, ha esacerbato i peggiori istinti individualisti e ha fatto in modo che, insieme al carattere proprietario praticamente di ogni cosa e persona, la punta estrema della modernità fosse l’invisibilità delle nostre essenze.

Ci siamo lasciati depersonalizzare nel nome dell’arrivismo di pochi che sovrastano i moti. Ci siamo lasciati coinvolgere in un gioco perverso in cui pensiamo di avere un ruolo, magari più piccolo di quello di un Musk o di un Zuckerberg, di un qualunque noto influencer o grande manager delle comunicazioni, ma pur sempre un posticino nel grande circo del liberismo moderno.

Il risultato è la disumanizzazione, l’alienazione di quel poco che ci rimaneva: la nostra vita intesa come lotta, come dialettica incessante nei confronti anzitutto delle empatie e delle antipatie che proviamo. Per calibrarle al meglio, per non esagerare le emozioni, per non alterarne il significato, per non sovradimensionarle o, ugualmente peggio, sottostimarle non meno pericolosamente.

David Kozak ora verrà liquidato con la comoda formula del pazzo scatenato, dell’incosciente armato, del fanatico di non si sa bene cosa. Invece era per prima cosa vittima di un sé stesso che non trovava un posto in questo mondo in cui sembri avere tu un significato solamente se ti uniformi alle sue preponderanti leggi di mercato, di visibilità, di eccellenza, di successo. Se inizi a sentirti escluso e, giorno dopo giorno, la società non fa nulla per recuperarti all’inclusione, la colpa sarà sempre e soltanto tua.

Troppo semplicistico trattare questo ragazzo come uno scriteriato assassino. Gli ha dato di volta il cervello? Indubbiamente. Ma qui il punto è come mai un giovane universitario di ventiquattro anni, biondo, persino bello e che, quindi, aveva tutte le caratteristiche per piacere esteticamente e per non avere la sindrome da Elephant man, sia diventato nel giro di poche ore uno spietato omicida.

Ha scritto sui social: «Ho sempre voluto uccidere, pensavo che sarei diventato pazzo in futuro. Mi sono reso conto che era molto più proficuo fare una strage piuttosto che omicidi seriali. Mi sono seduto. Ho aspettato. Sognato. Volevo… Ma a un certo punto è arrivata Alina, è stato come se fosse venuta in mio aiuto dal cielo appena in tempo. Odio tutti, tutti mi odiano, voglio causare il maggior dolore possibile».

L’allucinazione è evidente. Il problema sta in quell’ambivalenza dell'”odio tutti, tutti mi odiano“. Al centro ci sono gli altri, agli estremi soltanto l’odio. Sentito dentro sé stesso e sentito verso sé medesimo. La molla scatenante è questa: liberarsi dall’odio restituendo quella moneta falsa e avvelenata che lui sentiva di aver ricevuto come pagamento della sua esistenza. Il prezzo è “il maggior dolore possibile“. Un circolo vizioso da cui non si esce e che causa, oltre che a tanti ragazzi impazziti, anche tanti suicidi e tante fughe dalla vita.

Difficile poter giudicare. Difficile perché anche noi siamo parte del problema.

MARCO SFERINI

22 dicembre 2023

foto: screenshot ed elaborazione propria

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