Dal G20 a Cop26. Crisi climatica in rotta di collisione

Il G20 di Roma si è concluso con alcune buone intenzioni ma pochi fatti e, del resto, il dialogo negoziale che precede e conduce a questi eventi serve, quando...

Il G20 di Roma si è concluso con alcune buone intenzioni ma pochi fatti e, del resto, il dialogo negoziale che precede e conduce a questi eventi serve, quando va bene, a imprimere una spinta politica sui tavoli dei negoziati specifici. Per vedere se lo sforzo della presidenza italiana darà frutti dovremo aspettare gli esiti della COP26 che si è aperta a Glasgow.

Il documento del G20 condivide il giudizio della comunità scientifica sulla necessità di mantenere entro 1,5°C l’aumento globale della temperatura media. Questo riferimento, va ricordato, c’è già nel testo dell’Accordo di Parigi che è stato già ratificato da 191 Paesi che rappresentano oltre il 97 per cento delle emissioni.
E allora che bisogno c’era di citarlo espressamente? C’era perché dopo l’Accordo di Parigi l’Ipcc (la Commissione Intergovernativa sui Cambiamenti Climatici) aveva presentato nel 2018 un rapporto scientifico dedicato a evidenziare le notevoli differenze negli impatti di uno scenario con un aumento di 2°C rispetto a quello di 1,5°C. Ma nel 2018 i Paesi «presero nota» del rapporto ma non ci fu un consenso tale da assumerlo come riferimento, e in questo senso il documento del G20 «ripara» a un vulnus importante.

Il nuovo rapporto dell’Ipcc pubblicato ad agosto conferma quello del 2018 e ci dice che la «finestra» per poter stare entro 1,5°C di aumento della temperatura esiste ancora ma il tempo stringe. Con gli impegni presi finora, infatti, la tendenza è quella di un aumento della temperatura media globale di 2,7°C entro il secolo, cosa che avrebbe effetti catastrofici. Per mantenere il pianeta dentro quello scenario – che, ricordiamolo, è peggiorativo rispetto alla situazione odierna ma molto meno catastrofico rispetto alla tendenza attuale – è necessario un sostanziale dimezzamento delle emissioni globali di gas a effetto serra entro il 2030 e un azzeramento al 2050 («neutralità climatica» cioè considerando anche gli assorbimenti forestali).

Questo significa accelerare, e di molto, le politiche e le misure per ridurre le emissioni. Cosa certo non semplice di per sé che è resa più complicata anche per i conflitti che sia dentro i singoli Paesi che tra Paesi comporta un abbandono delle fonti fossili.

Un secondo impegno citato nel documento del G20 riguarda la fine dei finanziamenti esteri a progetti basati sul carbone, cosa su cui si è registrata nelle settimane scorse anche una posizione positiva da parte cinese. Ma bisognerà andare avanti e bloccare le iniziative industriali sia in campo petrolifero che del gas fossile.

Sulla finanza per il clima – i 100 miliardi all’anno da destinare ai Paesi più poveri sia per l’adattamento che per gli investimenti in tecnologie pulite – non si è chiuso come si sperava. L’Italia però, almeno questa volta, ha fatto la sua parte cosa di cui dare atto al Presidente Draghi. Manca ancora l’aggiornamento del Piano integrato energia e clima italiano, ancora fermo ai vecchi obiettivi europei, e manca anche il nuovo obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni. Va fatto cercando di non «truccare le carte» basandosi su improbabili sviluppi di tecnologie finora scarsamente affidabili come il sequestro e la cattura della CO2 (CCS) e di «assorbimenti forestali» comprati nei Paesi in via di sviluppo.

Proprio su questo tema c’è una delle possibili trappole della COP26 e cioè la spinta da parte di alcuni settori verso un mercato globale degli assorbimenti per poter continuare a emettere CO2 come fanno già alcune importanti multinazionali (Eni tra queste).

Il rilancio del multilateralismo, di cui il Presidente Draghi ha fatto un punto politico al G20, è importante se, anche in questo caso, si riuscirà ad andare oltre le parole e tradurre in cooperazione internazionale sulle tecnologie rinnovabili e sulle politiche e misure necessarie a ridurre le emissioni anche in un mondo oggi più conflittuale e diviso di quello nel quale l’Accordo di Parigi è stato siglato.

Finora, lo sappiamo, ha prevalso il «bla-bla». Anche quello del Ministro Cingolani che stizzosamente e senza alcun motivo l’ha ribaltato su Greta: quando avremo visto ripartire seriamente le rinnovabili potremo dire che siamo finalmente passati ai fatti.

GIUSEPPE ONUFRIO
Direttore di Greenpeace Italia

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Ecologia

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