Contro le diseguaglianze, per un “New deal” europeo

La logica che ha permeato tutti i governi che si sono succeduti nella storia d’Italia (dell’Italia in quanto Stato unitario) è interna al liberalismo prima, al corporativismo fascista permeato...

La logica che ha permeato tutti i governi che si sono succeduti nella storia d’Italia (dell’Italia in quanto Stato unitario) è interna al liberalismo prima, al corporativismo fascista permeato comunque dalla logica imprenditoriale (tanto da abbandonare l’originario programma sociale del PNF) durante il ventennio mussoliniano e, infine, dal liberismo temperato prima e sfrenato poi nei decenni ultimi della Repubblica.

Dunque, sebbene sia stato più che logico e politicamente sensato provare ad influenzare certe scelte di governo stando al governo o in forma di “desistenza”, di “appoggio esterno” in sede parlamentare, per la sinistra comunista, ciò non ha prodotto, e non poteva non produrre, risultati di cambiamento in termini di riforme sociali, strutturali.

Nel suo discorso di accettazione della candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt, affermava: “Esistono due modi con cui guardare al compito del governo sui problemi che toccano la vita economica e sociale. Il primo fa sì che alcuni privilegiati vengano aiutati e spera che parte della loro prosperità scivoli, scenda giù sino all’operaio, al contadino, al piccolo uomo d’affari. Questa teoria appartiene al partito tory. Ma questa non è non sarà mai la nostra teoria.
Questo non è il momento della paura, della reazione o della pavidità. [—] Io ho favorito l’utilizzo di alcuni tipi di lavori pubblici come mezzi di emergenza per stimolare l’occupazione e l’emissione di titoli per pagare questi lavori, ma ho sottolineato che nessun fine economico viene servito se noi costruiamo senza un necessario disegno.”.

Roosevelt si preoccupava, dunque di dare una visione di insieme ad un progetto riformista: di incasellarlo nella complessità della società americana per farne un asse portante di una nuova strategia non solo sociale ma anche economica. Legare l’economia capitalista ad un progetto di riconversione delle ricchezze prodotte in chiave sociale non era uno scherzo, ma quell’esperimento riuscirà e imprimerà una svolta decisiva anche sul piano di una dinamica industriale che sarà molto utile durante il periodo bellico.

Oggi, almeno in Europa (per non parlare proprio degli Stati Uniti d’America di Trump…), non c’è traccia nei governi dei singoli paesi di una propensione ad un neoriformismo di stampo “socialisteggiante”, anche soltanto timidamente socialdemocratico. Non lo si ritrova nemmeno nell’esperienza spagnola che deve prendere ancora forma e quindi trovare la sua sostanza; lo si è percepito nella fase iniziale dell’avventura ellenica di SYRIZA: tuttavia, l’accettazione dei dettami della Commissione europea ha spento la fiammata iniziale di rivendicazioni popolari e ha mostrato al mondo che il cambiamento sociale attraverso la presa del potere senza un capovolgimento rivoluzionario, alla fine è una chimera.

Il capitalismo, con tutti i suoi strumenti di controllo, riesce a dominare le sovrastrutture politiche e a piegarle alla “normalità” dell’esistente. Quindi ci troviamo ancora una volta in una fase di rinnovamento del potere dei mercati, di adeguamento dei tentativi socialisti e socialdemocratici ai medesimi.

La mancanza di un asse riformista e di un partito rivoluzionario è la principale delle cause di penetrazione politica delle destre nei sentimenti popolari e, quindi, generatrice di un consenso mai visto in Italia ed in Europa dopo la Seconda guerra mondiale per forze reazionarie, xenofobe, razziste e, al contempo, liberiste.

L’ansia, la frenesia di una ricomposizione a sinistra di una serie di forze minoritarie oggi, dimenticate largamente dalla popolazione, dai lavoratori, non aiuta un progetto che deve essere di lungo termine e che non può avere come mero riferimento “culturale” il fattore elettorale. Noi dobbiamo necessariamente guardare alle elezioni della prossima primavera e riuscire ad eleggere al Parlamento di Strasburgo una rappresentanza di sinistra di alternativa in quell’assise, che ingrossi le fila del GUE.

Ma allo stesso tempo dobbiamo intendere il progetto che prenderà il via il 1° dicembre, “Oltre le disuguaglianze, per una nuova coalizione dei popoli”, lanciato dall’appello di Luigi de Magistris, davvero come un cantiere, anche povero di mezzi, ma che sia aperto veramente a tutti coloro che fondano l’azione sociale, politica, morale e civile sulla Costituzione e sui valori dell’egualitarismo e, quindi, sull’anticapitalismo e l’antiliberismo. Dobbiamo evitare dispersioni di consensi a sinistra, eliminare qualunque propensione settaria e ridurre la proposta politica elettorale, almeno quella, ad una sola proposta di sinistra di alternativa. Perché, davvero, “divisi siam canaglia”: finiremmo per favorire quei presunti esperimenti di “sinistra” che vogliono rieditare ancora una volta il centrosinistra e dare fiato alla propaganda non tanto del “meno peggio”, quanto del “più utile” contro Salvini e Di Maio, contro le destre.

E’ necessaria invece una concentrazione massima per recuperare una disposizione al cambiamento che nella popolazione esiste ma che si traduce troppo spesso in istinti primordiali prestati alla politica, in turbinose elaborazioni tutte “di pancia” e quindi in istintualità pericolosissime tanto per la stabilità democratica quanto per la tenuta dei diritti sociali.

Forse un “New deal” oggi in Europa non è possibile, ma se non si inizia mai a ricostruire da capo ciò che è crollato, non si arriverà nemmeno al primo, apparentemente insufficiente, gradino della risalita.

MARCO SFERINI

17 novembre 2018

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