Contro i tiranni (Contro Eratostene)

Passano i secoli, trascorrono i millenni, ma quell’idea di democrazia che è stata, prima di tutto, una invenzione ellenica, una particolarità originalissima di una politica comune, comunitaria, ancorché dai...
Parc de Versailles - "Lisia", opera di Jean Dedieu

Passano i secoli, trascorrono i millenni, ma quell’idea di democrazia che è stata, prima di tutto, una invenzione ellenica, una particolarità originalissima di una politica comune, comunitaria, ancorché dai tratti piuttosto oligarchici, tranne in alcuni felici intermezzi un po’ in tutta la storia del cammino umano, rinasce ogni volta come l’Araba fenice dalle proprie ceneri.

Non c’è nessun mistero da invocare, nessun mito da richiamare alla mente e nessun sortilegio apotropaico da inventarsi per cercare di interpretare le tante inumazioni e le altrettante esumazioni di una gestione del potere che, nel corso dell’evoluzione (dis)umana, è stata esaltata, affossata, elogiata e vilipesa al tempo stesso da quegli stessi interpreti della volontà popolare che si sono fatti tribuni e al tempo stesso despoti, salvatori della patria e padri e padroni della stessa.

Ci insegnano Marx ed Engels che la storia che abbiamo imparato a conoscere fino ad oggi – sì, si può ancora dire fino ad oggi, nonostante siano trascorsi quasi 200 anni dalla pubblicazione del “Manifesto del partito comunista” – è lotta di classi sociali che hanno, in quanto tali, interessi diametralmente opposti o, comunque, apertamente confliggenti. E questi opponimenti e conflitti si manifestano vieppiù nella rappresentazione del potere come ente statale, come comunità che si governa e, in certi casi, prova un autogoverno che privilegi il bene comune e non l’interesse esclusivo del singolo.

Per questo, quando parliamo di democrazia, sappiamo che, quasi mai, possiamo intenderla, proprio nelle diverse declinazioni e nei differentissimi aspetti che ha assunto nelle migliaia di anni in cui è stata tentata ed anche messa alla prova di sé stessa, nel senso letteralmente etimologico che le deriva dall’unione dei tue termini δῆμος (“demos“, ossia “popolo“) e κράτος (“kratos“, ossia “potere“).

Il potere popolare è un binomio politico che ancora oggi si ricerca in tanti tentativi che sono, in un certo qual modo, eredi delle rivoluzioni illuministe settecentesche e di quelle proletarie di fine ‘800 e del lungo corso novecentesco. Tuttavia, sebbene non si sia mai giunti ad un vero e proprio “autogoverno“, delle classi pre-proletarie prima dell’industrialismo e di quelle operaie negli ultimi secoli, questa tensione non viene messa del tutto a tacere dalla preponderanza del mercato, dalla globalizzazione dei disvalori egoistici che dominano quasi ovunque.

C’è sempre, anche sottotraccia, un richiamo che indissolubilmente unisce la libertà con la democrazia e, ovviamente, viceversa. Ma, proprio con l’accrescersi della massa degli sfruttati, con la nascita del movimento dei lavoratori, la democrazia cui faceva riferimento Lisia nella sua orazione “Contro i tiranni” (altrimenti conosciuta anche come “Contro Eratostene“) nel 403 a.C., aumenta di valore nell’essere la più adeguabile forma di gestione della res publica da parte anche della classe degli sfruttati.

In fondo, si tratta di una condivisione del potere e, quindi, di una aperta negazione di tutte quelle forme autocratiche, oligarchiche e dispotiche che hanno rifuggito la democrazia come la peste nera. Il viaggio della democrazia lungo i millenni della storia umana può essere utile cominciarlo, nella sua comprensione non ultima ma certamente moderna, proprio dalla culla in cui nacque e stette per centinaia di anni.

Intendiamoci: le città-stato elleniche non erano delle comuni di Parigi del 1871 ma, a ben vedere, non erano nemmeno quei regimi sovranisti che conosciamo oggi, in un rigurgito di autoritarismo che prende le distanze soprattutto da ciò che considera una doppia minaccia: l’idea che i diritti possano essere universali nelle differenze e che queste, in quanto tali, siano in parte da stigmatizzare nel nome di una primazia ora razziale, ora religiosa, ora culturale e pseudo-etica.

Lisia, la cui prosa viene universalmente riconosciuta come una delle più fervide rappresentazioni letterali di vere e proprie scene della vita ateniese dell’epoca e, quindi, di riflesso anche del mondo acheo, nell’accusare i Trenta Tiranni di aver soffocato le libertà findamentali della polis, rimodula la sua orazione accusatoria, inizialmente contro il solo Eratostene, facendone un atto di condanna collettiva verso qualunque proponimento di mostrarsi alla città e ai cittadini come magistrati probi e retti e, in realtà, trasformare il tutto in un vero e proprio regime del terrore.

Nel proporre la lettura di uno dei testi maggiormente tradotti dagli studenti classici di ogni tempo, preme mettere l’accento sul disvelamento della doppiezza del potere che, proprio servendosi della democrazia, quando ha altri scopi rispetto a quello del mantenimento del pubblico interesse, utilizza ogni strumento di libertà per negare agli altri la libertà medesima.

Se facciamo riferimento al secolo scorso, abbiamo putroppo fulgidissimi esempi di tutto ciò: il nazismo, la dittatura omicida di massa per antonomasia, quella che è sinomimo di terrore sistemico, quotidiano e pervasivo di ogni ambito della vita di qualunque persona, arriva al potere in Germania nel 1933 per via democratica, attraverso la modernità delle elezioni parlamentari, con il consenso quindi di un popolo convinto attraverso promesse di risoluzione della grave crisi economica post-bellica.

Nell’Atene decadente del 400 avanti Cristo, dopo la sconfitta della guerra con Sparta, il vecchio mondo forgiato da Pericle e dai legislatori degli areopaghi, rovina nell’ignoto di un futuro che appare sempre più buio, sempre meno certo di poter mantenere le πάτριος πολιτεία (“patrios politeia“), quindi quella che noi oggi potremmo definire la “costituzione” stilata dagli antichi padri della città che era, in allora, assimilabile al nostro attuale concetto di “paese“, di “nazione“.

Il discorso che Lisia pronuncia davanti ai magistrati, chiamati a giudicare le arbitriarietà dei τριάκοντα (“triakonta“, ossia “I Trenta“), non è soltanto un’atto di disvelamento della trasformazione della democrazia ateniese in un regime dispotico e oppressivo che gli ha ucciso il fratello Polemarco, che ha costretto lui stesso e gli amici all’esilio, che ha tiranneggiato ogni settore della vita cittadina, compreso quello della cultura, dell’amore per la sapienza (la φιλοσοφία (“filosofia“)); siamo innanzia ad una prima grande denuncia storica della gragilità della libertà della collettività e del singolo.

Paradossalmente, più si richiamano alla mente e alla lettura i fatti, i costumi e le leggi del passato, più ci rende conto che l’ostinata tendenza tutta umana a considerare le diversità come problemi da affrontare con repressioni, atteggiamenti fobici e quindi cercando il dovuto evitamento irrazionale, ma tanto conveniente alle forze politiche conservatrici di ogni tempo, è una infelicissima costante che si ritrova persino nell’Atene dove muore lo splendore della Grecia grande (la “magna” italica cultura ellenica) e la lotta fra oligarchi ed democratici si fa serrata.

I Trenta Tiranni non solo impongono agli ateniesi un sistema di governo che nega la costituzione dei padri, ma addirittura perseguitano gli abitanti distinguendoli tra cittadini propriamente tali, perché nati in quella che sarà la capitale della Grecia moderna, e μέτοικος (“metoikos“, quindi “meteco“) quindi stranieri che risiedono per un certo tempo nella polis.

La lotta tra il partito che punta al rovesciamento della dittatura e quello che vuole invece farne un nuovo, stabile sistema di governo, si gioca – al pari di oggi – su una intersezionalità di piani che vanno dal dominio economico, dai privilegi che ne derivano, fino alla subordinazione dei diritti civili a quelli sociali, ottenibili solo mediante l’acquisizione della cittadinanza atenise.

La democrazia, ieri come allora, non garantiva un uguale trattamento sociale a tutte e tutti: ci troviamo infatti davanti ad una società divisa in classi, ma strutturata secondo princìpi per cui – come nella Roma repubblicana – anche il più povero e ramengo dei cittadini aveva diritto al riconoscimento della giustizia per sé e per la sua famiglia qualora gli fosse stato fatto un torto.

Ma, quanto meno, la democrazia permetteva di mantenere viva una speranza di poter agganciare la giustizia sociale a quella formale ed evolvere così in un modello sociale nuovo, in cui non venisse salvaguardata soltanto l’apparenza del godimento dei pari diritti da parte di tutti, ma la sua concreta, fattiva sostanzialità.

Leggere Lisia oggi è, sotto tutti questi punti di vista, molto utile. Soprattutto in questo momento, in cui l’Italia somiglia sempre più all’Atene di Crizia ed Eratostene e sempre meno a quella di Pericle.

CONTRO I TIRANNI (CONTRO ERATOSTENE)
LISIA
EDIZIONI MARSILIO
€ 11,00

MARCO SFERINI

12 ottobre 2022

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