Cinismo e ferocia

Cinismo e ferocia rappresentano le due caratteristiche principali con le quali il governo italiano sta affrontando la questione dei migranti provenienti dall’Africa. Di seguito si troveranno soltanto una serie...

Cinismo e ferocia rappresentano le due caratteristiche principali con le quali il governo italiano sta affrontando la questione dei migranti provenienti dall’Africa.

Di seguito si troveranno soltanto una serie di titoli presi letteralmente da un ampio servizio di Fabrizio Gatti pubblicato dall’Espresso sotto il titolo: “Le rotte della morte”.

Se ne evince, senza alcuna difficoltà di lettura, cosa stia avvenendo sulle “rotte del deserto” e quale prezzo stiano pagando come al solito i “dannati della terra” alla diminuzione degli sbarchi.

Non c’è bisogno di commenti, come non può essere commentata la frase pronunciata qualche giorno fa dal ministro Minniti “Costruiremo scuole, ospedali e centri sportivi in Africa”.

Una frase vera e propria dimostrazione di una vera e propria cultura della mistificazione che rappresenta, appunto, con il cinismo e la ferocia il dato rilevante di espressione culturale di questa classe dirigente.

Stupisce, ma non troppo, il basso tono delle reazioni: una situazione di questo genere meriterebbe l’apertura di un conflitto permanente nel Paese e in Parlamento.

Questi modelli di comportamento tenuti dal governo, queste scelte non soltanto sono indicative di per sé ma anche evidenti prodromi di comportamenti futuri in caso di scelte complessive di gravità assoluta come quelle tra la pace e la guerra che potrebbero certamente presentarsi presto sulla scena della storia.

Un governo di guerra, come è già avvenuto tante volte nella storia d’Italia: il cinismo e la ferocia dimostrati, ancora una volta, rispetto ai migranti in Africa vale quelli dimostrati nelle varie missioni di guerra in giro per il mondo e nell’occasione, storicamente indimenticabile e politicamente incancellabile, della partecipazione ai bombardamenti in Jugoslavia.

A tutto questo si dovrebbe pensare quando si parla di alleanze elettorali: dal più piccolo comune alle politiche nazionali.

Quella della guerra, dell’uccidere le persone innocenti, dovrebbe rappresentare, nella coscienza collettiva e in quella individuale, la discriminante di fondo dell’azione politica.

Non dovrebbe esserci nessun utilitarismo che tenga e soprattutto nessuna idea di “unità contro la destra” , perché la cosiddetta “destra” è comunque rappresentata, al di là delle auto attribuzioni nella collocazione politica, da chi esercita il potere e la funzione della guerra.

Dall’Espresso del 3 settembre 2017 sotto il titolo “Le rotte della morte”.

Circa 60 capi clan si dividono sei miliardi di euro per catturare i migranti. E’ già iniziato il business dei centri di detenzione”

“Pagati dall’Europa, i militari del Niger inseguono i profughi. Costretti così a cercare altri percorsi. Senza pozzi d’acqua e più pericolosi”

“ In Libia ce ne sono ormai a dozzine. Ufficiali, cioè gestiti da milizie vicine al governo (Serraj, n.d.r.). E segreti, in mano alle bande di trafficanti di armi e droga””

“Le tribù hanno capito che tenere i migranti sotto chiave è un guadagno proprio come farli partire”

Conclude il servizio un colloquio con Mustafa Sanala, presidente della Libian National Oil Company (Noc) che compare sotto il titolo “La mafia del petrolio controlla i traffici”.

Titoli molto istruttivi e non abbisognevoli di commento.

FRANCO ASTENGO

foto tratta da Pixabay

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