Chiusure alle 18, nel Dpcm giro di vite per bar e ristoranti

Stato di emergenza . Il lungo vertice del governo alle prese con le nuove restrizioni. Scontro con le Regioni
Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte

Scuola, lavoro e di fatto ben poco d’altro. Bar e ristoranti aperti solo fino al pomeriggio, palestre e piscine chiuse, come pure cinema e teatri. Didattica a distanza per il 75% nelle medie superiori. Ferma raccomandazione di evitare spostamenti tra comuni, che potrebbe irrigidirsi con limiti agli spostamenti tra Regioni.

Il nuovo DPCM del governo, pronto dal primo pomeriggio, presentato ai capigruppo di maggioranza e opposizione e ai presidenti di Regione rema vigorosamente in direzione opposta a quello varato meno di una settimana scorsa. Allora l’ispirazione era limitare al massimo le chiusure. Ora è allargarle quanto più possibile senza incidere sulla produzione. Conte ha provato fino all’ultimo a rinviare una decisione sofferta. Venerdì si è arreso, piegato dalla piena delle Regioni, che procedevano comunque da sole, e ancor più dalla dittatura ferrea della curva del contagio. Il varo definitivo del testo, che dovrebbe restare in vigore sino a fine novembre, ieri sera era previsto a un’ora indefinita della notte.

La mazzata più dura è per bar, ristoranti e affini. Potranno restare aperti solo dalla 5 alle 18, con chiusura per tutto il giorno nei festivi. Le tavolate non potranno oltrepassare i 4 commensali. L’asporto è possibile sino alle 24, ma senza consumazione di fronte o vicino al locale. È un colpo micidiale che colpisce la categoria più ferita dal primo lockdown. Su questo punto i rappresentanti delle Regioni e Iv provano a insistere, contropropongono l’apertura sino alle 23 ai tavoli, sino alle 20 in piedi senza chiusura nei festivi. Qui però la decisione sembra presa. Il governo considera il limite delle 18 già una mediazione rispetto all’ipotesi della serrata secca.

Per la categoria è un colpo micidiale. Le Regioni, Iv, poi anche i 5S insistono quindi perché l’impegno a un ristoro pesante sia messo nero su bianco già in questo dpcm. La promessa del governo già c’è, il decreto ad hoc dovrebbe arrivare la settimana prossima. La richiesta però è di quantificare l’entità del ristoro da subito. È l’ennesima nota dolente, perché il Mef sa di non poter mettere in campo, per fronteggiare questa seconda crisi, risorse pari a quelle adoperate per la prima. Un ulteriore deficit di 100 miliardi è impraticabile.

Altro fronte molto combattuto è quello della scuola. Elementari e medie inferiori sono fuori discussione: devono restare aperte o l’impatto sulla produzione sarebbe fatale. Le medie superiori, invece, potranno avvalersi della didattica a distanza per il 75% dell’attività e modulare ulteriormente gli orari di ingresso nonché, se necessario, introdurre il turno pomeridiano. Le Regioni chiedono di poter arrivare, a loro discrezionalità, sino al 100% di didattica a distanza.

Non è questione solo di qualche ora in più o in meno. L’intera organizzazione rischia di rivelarsi più che mai caotica e confusionaria. Passare direttamente alla didattica a distanza o ai doppi turni, invece che arretrare cm per cm sulla decisione della didattica in presenza, sarebbe più drastico e probabilmente più utile da ogni punto di vista, incluso quello dell’efficienza didattica. Scuola e trasporti, poi, sono inestricabilmente collegate ma sui trasporti il DPCM non dice praticamente niente e molti, nella raffica di incontri di ieri con il governo, se ne sono lamentati. Di Maio rompe la consegna di dichiarare perfetta la preparazione e la gestione della seconda ondata.

«Sappiamo che ci sono cose che non funzionano ma non ci sto ad aprire il tiro al piccione contro i ministri», afferma. Però una ministra dei Trasporti che attribuisce ogni responsabilità ai passeggeri che si avvicinano troppo per chiacchierare alle fermate (sic) qualche problema lo crea.

Nessuna possibilità di resistere per il ministro dello Sport Spadafora, che aveva tentato sino all’ultimo di evitare la chiusura di palestre e piscine. Ma nel governo e in particolare alla Sanità è convinzione unanime, supportata dalle indagini statistiche, che vada rintracciato proprio lì uno dei principali vettori di contagio. Salvo gli sport professionali, dove i controlli diventeranno comunque più rigidi, chiuderanno.

Le regioni, però, alzano il tiro anche sulle attività di tracciamento, dove la strategia del governo si è rivelata particolarmente fallimentare. La proposta di Zaia, accolta dai colleghi, è di limitare i tamponi ai sintomatici e ai loro conviventi, incrementando i tamponi genetici, quelli rapidi, e coinvolgendo i medici di base nell’attività di tamponatura.

A sera, dunque restavano ancora da sciogliere alcuni nodi, nel rapporto tra Stato e Regioni, per nulla secondari. Il più aggrovigliato, oltre al ristoro, è quello degli spostamenti tra comuni e regioni. Il testo si limita a sconsigliarli. Ma il tema è in campo e il ministro Boccia, dopo il tourbillon di vertici, lo ammette: «Valutiamo se limitare gli spostamenti».

ANDREA COLOMBO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Politica e società



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