Bonomi a Landini: «No alla lotta di classe dei servi contro i padroni»

Il caso. Confindustria definisce «ricatto» la mobilitazione di Cgil, Cisl e Uil che porterebbe allo «sciopero» contro la legge di bilancio di Draghi. Landini: «Adesso assemblee ma se nel mese di novembre non ci sarà un confronto non escludiamo nulla»
Carlo Bonomi, presidente di Confindustria

Lo scontro sulla legge di bilancio che non c’è ancora ieri ha conosciuto una nuova vetta retorica. Da Alba, al Forum della piccola industria. Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha definito «un ricatto» la mobilitazione annunciata dai sindacati confederali Cgil Cisl e Uil, forse diretta a uno sciopero in mancanza di risposte entro novembre da parte dell’esecutivo, contro «Quota 102» delle pensioni e sugli otto miliardi della riforma fiscale da destinare alle buste paga dei lavoratori e non al taglio dell’Irap sulle imprese.

A questo spartito il segretario della Cgil Maurizio Landini ha aggiunto «una seria riforma del fisco», l’«istituzione di una pensione contributiva di garanzia per i giovani» e della legge Fornero sulle pensioni e parla di «combattere la precarietà e i contratti pirata». Non risulta, al momento, la formalizzazione della richiesta di cambiare il Jobs Act del Pd e di Renzi, e dell’intera legislazione che ha creato il regime della precarietà di massa. «Mi auguro che non sia necessario arrivare a uno sciopero generale, sono il primo a sapere che bisogna cercare soluzioni condivise. Ma quello è uno strumento previsto dalla costituzione» ha puntualizzato Landini.

Il taglio dell’IRAP, chiesto a gran voce dagli industriali, insieme a uno schieramento trasversale nella maggioranza Frankenstein che regge il governo, trova contrari i sindacati, a cominciare da Landini. «Molto probabilmente – ha aggiunto Bonomi – il segretario della Cgil «non ha ascoltato quello che Confindustria sta dicendo da mesi. Più che dichiararlo noi che vogliamo mettere più soldi nelle tasche degli Italiani… Mi sembra veramente che si voglia cercare la polemica, e francamente non ci interessa».

«In questa Italia [quella di Draghi, ndr.] le soluzioni si trovano insieme, non scioperando» ha aggiunto. Bonomi ieri ha fatto anche una citazione fuori contesto, ma rivelatrice di una preoccupazione nelle classi dirigenti: la lotta di classe in una società che si concepisce senza classi e dove la politica è solo quella della concertazione tra rappresentanze e il governo. «Bisogna mettere al centro le persone non evocare lo spettro di una lotta di classe servi-padroni». La lotta sarebbe tra la forza lavoro e il capitale, quella a cui allude il capo degli industriali si svolgeva in una società schiavista. I lavoratori non sono «servi», i capitalisti non sono i padroni delle piantagioni. Il linguaggio di Bonomi è indicativo del livello culturale del capitalismo italiano. È anche da vedere a quale «lotta di classe» porterebbe uno sciopero dei confederali. Forse a una rottura della pax draghiana celebrata a reti, e istituzioni, unificate. I sindacati non sembrano interessati alla concertazione allargata con Confindustria e il governo, ma a una mediazione con il governo, e in particolare con Draghi. Il «patto per l’Italia» di Bonomi li ha lasciato indifferenti.

Assistiamo a un gioco di posizionamenti in mancanza dell’oggetto della contesa: la legge di bilancio. Sia i sindacati che Confindustria chiedono di «cambiarla e migliorarla» da punti di vista diversi. Il governo sta cercando la giusta alchimia in un testo di 185 articoli (in bozza) e 30 miliardi di euro approvati in forma non definitiva. Abitudine condivisa con altri esecutivi guidati da personalità meno celebrate di Draghi. Il testo sarebbe atteso in Senato mercoledì per iniziare l’iter parlamentare.

Alla richiesta di una riforma del sistema previdenziale ieri si è aggiunto un nuovo studio della Cgil nazionale e della Fondazione Di Vittorio. Le intenzioni del governo su «Quota 102», sulla proroga dell’Ape sociale con l’ampliamento dei lavori usuranti e gravosi, dimostrano che saranno solo 32.151 le persone coinvolte da queste misure nel 2022, meno di un terzo della platea del 2020. «Sarebbero solo 11.674 le domande di Ape sociale per lavoro gravoso che potranno essere accolte, solo 2.013 le donne che potranno perfezionare il requisito di “Opzione donna” al prossimo 31 dicembre. In molte hanno già maturato il diritto negli anni precedenti quando l’età era più bassa di due anni. Nel 2022 avremo 109.767 uscite in meno su queste tre misure» sostiene Ezio Cigna, responsabile Previdenza pubblica della Cgil nazionale.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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