Tutta la libertà dei “social network”: quella di negarci la vita vera

Le abbiamo viste tutte e tutti le immagini della testata più famosa della tv dopo quella di Zidane ai mondiali di calcio di alcuni anni fa… Immagini che hanno...

Le abbiamo viste tutte e tutti le immagini della testata più famosa della tv dopo quella di Zidane ai mondiali di calcio di alcuni anni fa… Immagini che hanno fatto indignare, richiamare alla legalità, alla Legge, all’ordine, alla sovranità dello Stato in un territorio – si dice – dove proprio la Repubblica non avrebbe alcun valore, dove sarebbe stata espulsa da disvalori che sono alla base del controllo esercitato da chi Stato non è.
La rivolta contro comportamenti di questo genere non si autoalimenta nella società, nelle vie e nelle piazze di Ostia. Non si genera spontaneamente sulla scia di quella ribellione che dovrebbe nascere da un forte senso civico di appartenenza ad una comunità coesa, unita, forte di valori come l’uguaglianza sociale e civile e tutte le libertà proclamate dalla nostra Costituzione.
No, la rivolta corre su Internet, sulle reti sociali, su Facebook e su Twitter. Ed ormai, anche belle trasmissioni televisive come “Propaganda Live” di Diego Bianchi, fanno non la rassegna stampa delle lettere inviate ai giornali ma quella dei cinguettii delle persone che replicano, controreplicano in poco meno di trecento caratteri.
Eh sì, perché anche Twitter ha deciso che 140 fossero pochi come caratteri per poter esprimere un minimo di opinione in forma più che altro duplice: freddura sarcastica oppure breve spiegazione di un atto, di un gesto, dell’approvazione magari di un provvedimento parlamentare.
Così si raddoppiano i caratteri con la speranza che si raddoppino anche i tweet e le risposte conseguenti. Ma nelle vie e nelle piazze d’Italia restano solo gli operai dell’Ilva di Cornigliano a presidiare la fabbrica occupata, di scioperi generali per rimettere in sesto il lavoro non se ne vede nemmeno uno all’orizzonte se si parla delle “grandi” sigle sindacali e va elogiato il comportamento dell’USB che, coraggiosamente, porta avanti una lotta in questi giorni che persino alcuni grandi canali televisivi di sole notizie non possono fare a meno di ignorare.
Ma dalle testate che rompono i nasi alle testate nazionali dell’informazione c’è un bel solco che separa ancora l’eclatante dal consueto: il primo fa per forza notizia ma tuttavia non riesce a far nascere un moto di organizzazione spontanea di un dissenso che deve manifestarsi permanentemente ad Ostia. E non solo in quel municipio di Roma ma nell’intero Paese: per questo è giusto richiamare i cittadini all’abitudine dello stare insieme nei cortei, nei presìdi organizzati tanto dalle forze antifasciste quanto da altre associazioni, magari anche dai tanto vituperati partiti politici.
E’ necessario perché abbiamo perso la cultura sociale e civile del riunirci in grandi piazze al di fuori della venuta nelle nostre città dei grandi nomi nel corso delle campagne elettorali. Non basta radunarsi e ascoltare il leader di turno: per respingere l’incultura neofascista che prepotentemente si fa largo nello spazio lasciato aperto dalla sempre più comune ignoranza dilagante, serve una rialfabetizzazione di massa. Una ricostruzione della consapevolezza che il vivere civile è esercizio quotidiano di rapporti interpersonali che non possono essere delegati allo stare su Facebook o al tenere in mano un cellulare usando Twitter o pubblicando centinaia di foto su Instagram.
Dobbiamo spostare l’asse di interesse da tutto ciò che noi stessi facciamo a tutto ciò che potremmo fare insieme in molti ambiti della nostra giornata e allontanarci dall’isolamento volontario che produciamo in noi stessi quando fotografiamo il piatto di pasta che stiamo per mangiare e lo pubblichiamo su Facebook. Per condividerlo, si dirà. Certo, ma con chi? Nessuno lo sa fino in fondo.
Noi pensiamo così di far parte della società e di una nuova umanità che voglia cambiare il mondo? Davvero vuole cambiarlo il mondo? Magari si accontenta di una timida elemosina internettiana fatta di qualche “click” su petizioni lanciate qui e là da disparati autori più o meno consapevoli di ciò che stanno facendo.
L’individualismo protagonistico uccide la socialità e la solidarietà che ne deriva: uccide il dialogo e annienta senza troppi complimenti le relazioni umane. In sostanza degrada la nostra umanità singola e, pertanto, annichilisce il senso comune dei beni comuni. E tra questi beni c’è proprio l’antifascismo come valore portante della Repubblica.
Ammesso che “repubblica”, oggi, per il popolo che la dovrebbe rappresentare nella costruzione giornaliera della vita nazionale, sia ancora un concetto che esprima l’intima essenza di un patto antico preservato un anno fa con la sconfitta di un referendum che avrebbe dato campo libero anche alla riduzione degli spazi di partecipazione formalmente parlando.
Non si tratta, quindi, di usare meno Facebook ma di essere consapevoli che esiste ma che non può dominarci anche se è nato con quello scopo: farci apparire più liberi riducendoci proprio la libertà, iniziando dai nostri stili di vita.
Del resto è ciò che fa il capitalismo da secoli: ci dice che viviamo grazie al nostro lavoro, invece viviamo – quando ci riusciamo – perché sopravviviamo allo sfruttamento del padrone.

MARCO SFERINI

11 novembre 2017

foto tratta da Pixabay

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