Tempi sbagliati e tempi recuperabili della crisi di governo

Le tempistiche a volte si sbagliano. Adolf Hitler inciampò gravemente nell’ipotizzare e poi provare a mettere in campo un colpo di stato in Baviera per archiviare la memoria della...

Le tempistiche a volte si sbagliano. Adolf Hitler inciampò gravemente nell’ipotizzare e poi provare a mettere in campo un colpo di stato in Baviera per archiviare la memoria della “Räterepublik” (la Repubblica rossa dei Consigli), assestare un colpo alla traballante democrazia di Weimar e instaurare un regime nazionalista che si sarebbe dovuto espandere in tutti i Lander della Repubblica tedesca appena uscita dalla guerra.

Fu un tentativo più che fallimentare e lo stesso Hitler non vi rimase ucciso soltanto perché le pallottole dell’esercito regolare colpirono un nazista della prima ora che gli fece scudo col suo corpo. Probabilmente involontariamente, ma tant’è il futuro condottiero assoluto della Germania poté salvarsi.

Finì in carcere per nove e mesi e ne uscì dopo aver scritto un libro mediocre che, proprio per questo, il regime nel 1933 iniziò ad imporre in tutti gli ambiti della vita sociale tedesca. Una “alfabetizzazione di massa” tramite i deliri frutto della megalomania del Führer che sostituì la Bibbia sul comodino della camera da letto per molti milioni di cittadini.

Le tempistiche, dunque, a volte si sbagliano ma non è detto che coloro che le hanno tentate per prendere il potere o, comunque, per accelerare percorsi di acquisizione del consenso governativo sulla scia di un vasto altrettanto consenso di massa, siano per questo da dichiarare definitivamente sconfitti, privati delle loro unghie graffianti e del loro mordente sulla vastità indefinibile e soprattutto interclassista del popolo.

Certamente Salvini ha sbagliato i tempi di formazione di una crisi-lampo per il governo anche da lui sostenuto: ha pensato che le cedevolezze tanto di Conte quanto del Movimento 5 Stelle (indebolito nelle urne e nei sondaggi, luogo di formazione ormai di una percezione comune fittizia sulla forza reale dei partiti) fossero poco più che un impiccio da far cadere con una spallata e ha quindi sparato a zero su entrambi per farli desistere dal mantenersi comunque nel loro posto di governo.

Ma occorre sempre fare i conti col trasformismo quando si gioca nel ruolo di trasformisti: Salvini non aveva evidentemente ritenuto possibile una eventuale convergenza di consensi in Parlamento tra opposizioni e pezzi di maggioranza al fine di ostacolare l’ascesa del suo sovranismo autoritario.

Per risollevarsi agli occhi della gente come forza responsabile e credibile, il M5S ha portato avanti argomentazioni come il taglio dei parlamentari, ha aperto al dialogo col PD e ha attaccato parimenti la Lega su tutto il fronte possibile. La controffensiva ha funzionato e oggi è Salvini a fare retromarcia, spinto anche da Giorgetti che ai giornali ammette che “…il capo ha sbagliato“, che ha preso una cantonata e che ora la Lega si sente isolata.

Le vicende terribili e disumane della nave “Open arms“, su cui persino la Guardia Costiera invoca un celere nulla osta del Viminale per farla approdare in un porto italiano e mettere fine al calvario di un centinaio di migranti, assediano ulteriormente il ministro dell’Interno che rischia una nuova inchiesta per “sequestro di persona“.

Commentatori e giornalisti di svariate tendenze politiche e culturali si affrettano a dire che in fondo i bicipiti del “capitano” non sono poi così resistenti: saranno evidenti, ben gonfiati, ma al primo tentativo di assalto al potere in modo singolare, quasi solitario, si sgonfiano letteralmente.

Cautela e molta calma. Non mi sembra di poter ravvisare in questa battuta di arresto dell’impetuosa avanzata leghista una sconfitta ma solo un provvisorio e molto instabile argine di contenimento costituito da tanti fattori però importanti: una saldatura tra opposizioni e Cinquestelle; il ricorso tanto alla sostanza quanto alle forme del dettato costituzionale in caso di crisi di governo, così da stigmatizzare l’arrogante pretesa della consegna dei “pieni poteri” da parte popolare al nuovo conducator della nazione; la regia imprescindibile del Quirinale per gestire una crisi di governo ormai aperta e difficilmente recuperabile.

Le seconde file della dirigenza leghista lo sconsigliano, perché sarebbe perseverare nell’errore, smitizzare la figura del “capitano” infallibile, di colui che le azzecca tutte e che ha sempre ragione (lo diceva di sé stesso qualcun altro di triste, ventennale memoria), ma se, dunque, proseguire con l’accelerazione della crisi è ormai tema consegnato all’archivio della brevità della memoria di questi giorni velocissimi per la politica italiana, è altrettanto vero che anche il tentativo di recupero del rapporto con Di Maio è al limite del parossistico, persino del patetico.

Ma tant’è accade e questo deve indurci a pensare che, pure in una situazione di isolamento come quella attuale, che certamente evolverà a breve il 20 agosto con l’arrivo in Parlamento di ciò che rimane del governo per tastare la fiducia delle Aule, un risorgimento leghista è possibile: anzi, è molto probabile.

Non tanto attraverso la via del vittimismo e dell’aver tentato di sventare inciuci, quanto dall’intransigenza di cui Salvini ha bisogno e che può esercitare solo ancora mediante la permanenza nell’esecutivo: come potrebbe tuonare contro i migranti senza la sua funzione di ministro, opporsi persino alla Magistratura e fare orecchie da mercante agli appelli della Guarda Costiera affermando che “L’emergenza umanitaria sulla ‘Open arms’ è una balla!“?

Per mantenere questo carattere di intransigenza e risolutezza, Salvini deve continuare ad essere ministro. Da semplice senatore non lo potrebbe fare perché non condizionerebbe direttamente i processi di intervento esecutivi (propri quindi del governo della Repubblica) e non alimenterebbe quella macchina di quel consenso che vorrebbe oggi poter capitalizzare e tradurre in voti e in una vasta schiera di deputati e senatori attraverso cui magari fare un monocolore di destra ad esclusiva trazione leghista.

Come dicevano gli inglesi sotto le bombe della Luftwaffe, “Keep calm“. L’ “and” sceglietelo voi. Noi potremmo magari, intanto, visti i tempi ragionarne a sinistra.

MARCO SFERINI

17 agosto 2019

foto tratta da Pixabay

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