Referendum. La frattura che attraversa il Paese

“E’ il costituzionalista Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No, ad annunciare l’ipotesi in conferenza all’associazione stampa estera: “Se il voto dei cittadini italiani all’estero dovesse rivelarsi determinante...

“E’ il costituzionalista Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No, ad annunciare l’ipotesi in conferenza all’associazione stampa estera: “Se il voto dei cittadini italiani all’estero dovesse rivelarsi determinante per la vittoria del Sì – afferma – allora impugneremo questa consultazione davanti all’ufficio centrale del referendum, che è un organo giurisdizionale, e si andrebbe davanti alla Corte Costituzionale”.

Questa dichiarazione del Presidente del Comitato per la Democrazia Costituzionale, formato da illustri ex-Presidenti dell’Alta Corte e dai più importanti cattedratici in materia di diritto costituzionale, certifica la vera e propria “frattura” che attraversa il Paese in questo disgraziato frangente del referendum costituzionale.

I toni sono molti alti e ormai sulla soglia dell’insopportabilità da parte del Presidente del Consiglio che usa argomenti impropri e del tutto inusitati appoggiandosi platealmente anche alla finanza internazionale e l’opposizione di destra (Movimento 5 Stelle e Lega Nord) che replica colpo su colpo senza peritarsi di controllare le affermazioni usate.

Sono così quasi scomparse dal confronto le ragioni di merito riguardanti le deformazioni costituzionali e l’intreccio fra queste e la legge elettorale ed è scomparsa anche la rappresentanza delle fratture sociali più importanti: meno che mai in quest’occasione la politica è riuscita a rappresentarsi adeguatamente al livello richiesto dagli argomenti in discussione.

Non trova spazio neppure il “NO”sociale espresso da settori della sinistra e del sindacalismo di base che pure aveva dimostrato, attraverso tutta una serie di iniziative, di possedere nel mondo del lavoro una consistente massa critica.

Da ricordare, ancora, i pesanti tentativi di delegittimazione dell’ANPI con accuse davvero di basso livello rivolte a chi rappresenta la parte di memoria storica più importante nella recente storia d’Italia: quella legata alla Resistenza e di conseguenza direttamente alla Costituzione.

Nuoce, su tutto, il silenzio del presidente della Repubblica che pur chiamato in causa perché prendesse in esame gli abusi perpetrati dal Governo in questa campagna elettorale (in particolare al riguardo della propaganda rivolta alle elettrici e agli elettori all’estero) pare proprio preferire un silenzio che non è possibile definire come “super partes”.

Esiste una ragione di fondo per la quale si è determinata questa vera e propria rottura del sistema politico e data la stura al vaso di Pandora di queste improprie iniquità: una rottura del sistema politico che sarà assai complicato per non dire quasi impossibile recuperare in futuro, al di là del risultato referendario per il quale, scanso equivoci, si deve augurare un chiaro successo del “NO”.

La ragione di fondo che s’intende, ancora una volta, reclamare in questa sede è quella della sostanziale illegittimità del Parlamento (e di conseguenza del Governo e della stessa elezione – reiterata in due occasioni – del Presidente della Repubblica).

Deve essere ricordato a Giorgio Napolitano, già capo della corrente migliorista (socialdemocratica in politica economica e filosovietica in politica estera) “amendoliana” del PCI, come le istituzioni non possano pretendere rispetto in sé (forse è possibile nei regimi totalitari) se non sono legittimate da una quota rilevante di consenso popolare e sostenute da soggetti organizzati e radicati sul territorio invece che dalla presunta popolarità pseudo – televisiva sulla quale basare un’esasperata personalizzazione della politica, come nel caso di Silvio Berlusconi, caso “perfezionato” da Matteo Renzi, abilissimo nel cercare di distruggere tutti i corpi intermedi, politici e associativi, di rappresentanza sociale.

Verrebbe da dire “chi semina vento raccoglie tempesta”.

Dunque è bene ricordare la sentenza n.1/ 2014 della Corte Costituzionale che dichiarava illegittime le parti fondative della legge elettorale con la quale si erano eletti i Parlamenti della XVI e della XVII legislatura: parti fondative riguardanti il premio di maggioranza alla Camera dei Deputati e l’impossibilità per elettrici ed elettori di scegliere i propri rappresentanti.

Nella stessa sentenza l’Alta Corte giudicava la possibilità di continuare l’attività Parlamentare “ai soli fini della continuità dello Stato”.

Nel corso di queste due legislature sempre il Presidente Napolitano ha dato il via a due governi, quello Monti e quello Renzi, il cui titolare della Presidenza del Consiglio era ed è figura extraparlamentare (o meglio: Monti fu nominato senatore a vita il giorno precedente al conferimento dell’incarico, o quasi) : procedura costituzionalmente legittima ma usata soltanto in circostanze del tutto eccezionali (Amato nel 2000 al momento delle dimissioni di D’Alema e in precedenza Ciampi e Dini: in ogni caso, paradossalmente, nella fase di vita repubblicana contraddistinta dal sistema elettorale maggioritario, non certo del tanto vituperato proporzionale accusato di essere foriero dell’instabilità).

Procedura al limite del dettato costituzionale ma comunque oggettivamente incline a essere considerata illegittima da una buona parte delle cittadine e dei cittadini elettrici ed elettori: come è stato ben dimostrato dal calo verticale nella partecipazione al voto nelle occasioni riguardanti le elezioni europee, quelle regionali e amministrative 2016.

Ulteriore divisione nel Paese è stata sicuramente derivata dall’arrogante pretesa da parte del PD di considerare le proprie primarie fonte di legittimazione per l’incarico a Renzi.

Le primarie, indipendentemente dai livelli di partecipazione (nel caso specifico molto bassi rispetto all’intero corpo elettorale) sono un fatto privato e non dovrebbero essere mai considerate come fonte di legittimazione istituzionale: essersi mossi in questo senso, da parte dei dirigenti del PD ponendo questo tipo di questione al Presidente della Repubblica allora in carica e l’accoglimento da parte di questi della loro argomentazione in favore dell’incarico a Renzi ha costituito un punto molto grave di frattura non solo all’interno del sistema politico, ma nell’insieme del tessuto sociale.

Sarebbe stato opportuno che il Parlamento si sciogliesse al momento della sentenza della Corte Costituzionale fornendo a elettrici ed elettori la possibilità di votare con il sistema proporzionale così come predisposto oggettivamente dalla già citata sentenza 1/2014.

In questo modo le forze politiche si sarebbero misurate con la realtà del proprio consenso effettivo, senza che il risultato fosse drogato dal premio di maggioranza e che la rappresentanza parlamentare fosse completamente “nominata”.

Forse da lì si sarebbe potuto ripartire per riaggregare : invece con tracotanza degna davvero di altra causa si è messo addirittura mano alla Costituzione in sue parti delicatissime al punto che, ricordo in chiusura, surrettiziamente si è toccata la prima parte del dettato costituzionale violando palesemente il principio fondamentale della supremazia del Parlamento rispetto al Governo: un principio che avrebbe dovuto essere inviolabile.

FRANCO ASTENGO

redazionale

23 novembre 2016

foto tratta da Pixabay

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