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Editoriali

Quei 750 corpi che ci galleggiano intorno

Qual’è il valore della vita di un essere umano? Quanto costa ai trafficanti di merce umana? E quanto costa ai trafficanti di politica razzista a buon mercato? Quanto vale un individuo per poter essere gettato in pasto alle correnti del mare, al freddo e buio profondo dell’acqua che cancella ogni traccia di sentimenti, di vita, di emozioni, che fa emergere solo la cattiva coscienza che tutti fingono di avere e che nessuno ammette poi di conservare come memoria di una attualità che fa spavento.
Se fossimo davvero capaci di indignarci, la tragedia del Canale di Sicilia, quegli oltre 750 morti ancora dispersi nel tanto celebrato “Mare Nostrum” dovrebbero essere un macigno così forte sulle nostre anime di poveri consumatori dei beni che ci propina il capitalismo, da paralizzarci e da farci riflettere sulle condizioni generali in cui ci troviamo a vivere e sulle circostanze che portano migliaia di esseri umani ad abbandonare le loro case, i loro paesi per cercare salvezza, speranza e sopravvivenza in un altro mondo. Un altro mondo completamente diverso dal loro. Un altro mondo che li accoglie con sospetto, diffidenza e, nei casi peggiori, con conclamato odio.
Lo Stato italiano ha fatto di tutto per evitare una soluzione consapevolmente solidale del problema: non si tratta di generare buonismo a piene mani, ma di affrontare queste tematiche di rapporti sociali con gli strumenti, veramente poco costosi, del coinvolgimento generale delle strutture di volontariato e, perché no, dei cittadini comuni, singoli.
Perché non sono mai stati fatti progetti su tutto il territorio nazionale di realizzazione di gruppi di solidarietà attiva per l’accoglienza, l’aiuto? Si poteva chiamare il popolo italiano ad una prova di generosa solidarietà sociale.
Invece sono stati costruiti dei lager a cielo aperto, i tanto celeberrimi “Cie” e si è preferito nascondere all’Italia e al mondo le vergogne che si consumavano in quei casermoni dove venivano stipati i migranti e lasciati in condizioni igieniche di degrado e in condizioni morali e fisiche di altrettanto degrado.
Abbiamo violato i diritti umani e poi piangiamo lacrime amare quando 750 scomodi morti galleggiano vicino alle nostre coste. E siccome galleggiano tutte intorno a noi, un po’ di vergogna di facciata non possiamo non provarla.
Suvvia, le “buone maniere” bisogna rispettarle e un certo macabro bon ton anche.
Credete davvero che sarebbe stato impossibile integrare il volontariato della Caritas, della Comunità di Sant’Egidio e di molte altre strutture anche non religiose con un volontariato civile esteso, diffuso in tutti i comuni?
Si sarebbe potuta creare una campagna di attività materiale unita ad una riflessione contestualmente molto forte sul senso dell’aiuto, sul senso dell’incontro e dello scambio anche culturale tra autoctoni e migranti.
Sarebbe stato l’argine migliore alla propaganda di odio e di respingimento del “diverso da noi” che Matteo Salvini ha orchestrato in tutti questi mesi invocando l’unità tra sicurezza e meno immigrazione o “immigrazione controllata”, come ama definirla il successore di Umberto Bossi alla guida di un partito che era praticamente morto dopo le inchieste giudiziarie sui suoi leader e che ora è risorto sulla scorta della disperazione sociale.
Le crisi economiche portano, infatti, ad uscite sempre a destra, nella peggiore destra: quella di Salvini è la destra peggiore di questo Paese e va combattuta con tutte le armi della democrazia possibili, con la ricostruzione di un tessuto sociale che vada dalla Fiom fino al variegato mondo dei movimenti studenteschi, dei territori, dell’ambientalismo e del pacifismo.
I 750 morti del Canale di Sicilia sono la cartina di tornasole della disperanza, come la chiamava Ivan Della Mea molto sagacemente. Disperazione e speranza. Ma la speranza priva di un progetto è solo affidamento fideistico a qualcosa che non verrà mai.
Un mondo come questo, un mondo capitalistico è, diceva qualcuno, “incompatibile con la vita umana”. La fossa marina che accoglie i corpi dei migranti è il monumento funebre per questa sacrosanta affermazione.

MARCO SFERINI

21 aprile 2015

foto tratta da Pixabay

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