Quante facce ha il no all’austerity

Dentro il voto. La destra europea sale al 25% e fa intravedere i fantasmi dei nazionalismi del ’900. Resiste e cresce anche la sinistra critica. La strada della Lista...

Dentro il voto. La destra europea sale al 25% e fa intravedere i fantasmi dei nazionalismi del ’900. Resiste e cresce anche la sinistra critica. La strada della Lista Tsipras è lunga ma è una una buona chance, forse l’ultima

15europa-bruxelles_parlamento-europeo_0Il mes­sag­gio uscito dalle urne è come lo star­naz­zare delle oche in Cam­pi­do­glio. Che però sal­va­rono Roma per­ché il loro allarme venne rac­colto. Lo sarà anche que­sto? E di quale allarme si tratta? Pos­siamo ripar­tire le scelte dell’elettorato in due campi. Nel primo sta chi ha scelto uno dei par­titi soste­ni­tori delle poli­ti­che di auste­rity. Per quanto diversi (un elet­tore dell’Ump fran­cese non ha molto in comune con chi vota Pd), si può dire che si è trat­tato di un’espressione di consenso.

Il mes­sag­gio uscito dalle urne è come lo star­naz­zare delle oche in Cam­pi­do­glio. Che però sal­va­rono Roma per­ché il loro allarme venne rac­colto. Lo sarà anche que­sto? E di quale allarme si tratta? Pos­siamo ripar­tire le scelte dell’elettorato in due campi. Nel primo sta chi ha scelto uno dei par­titi soste­ni­tori delle poli­ti­che di auste­rity. Per quanto diversi (un elet­tore dell’Ump fran­cese non ha molto in comune con chi vota Pd), si può dire che si è trat­tato di un’espressione di consenso.

O di spe­ranza nella pos­si­bi­lità che le forze poli­ti­che che hanno esa­cer­bato la crisi col «rigore» cam­bino rotta, deci­den­dosi final­mente per poli­ti­che espan­sive. Dall’altra parte stanno quanti hanno varia­mente mani­fe­stato un dis­senso, non andando a votare o sce­gliendo una for­ma­zione poli­tica avversa alle scelte della Com­mis­sione uscente.

Si potrebbe obiet­tare che è azzar­dato disqui­sire sulle inten­zioni di chi si astiene. Ma, a parte il fatto che non votare implica, di norma, un ele­vato grado di disaf­fe­zione, l’astensionismo in que­ste euro­pee pre­senta qual­che spe­ci­fi­cità. Il ven­ta­glio delle opzioni pos­si­bili era stato rap­pre­sen­tato dai media in ter­mini binari: o si sce­glieva un par­tito «euro­pei­sta» (di cen­tro­de­stra o cen­tro­si­ni­stra), oppure ci si vol­geva a una forza «euro­scet­tica», finendo fatal­mente tra le brac­cia dei fami­ge­rati «popu­li­sti». È pro­ba­bile che tale dram­ma­tiz­za­zione abbia sco­rag­giato chi non si rico­no­sce in nes­suna delle due posi­zioni: chi non voleva raf­for­zare la marea popu­li­sta, ma nem­meno inten­deva soste­nere l’establishment comu­ni­ta­rio, con tutti suoi annessi e con­nessi. Per­ciò non è una for­za­tura anno­ve­rare tra i cri­tici dell’austerità neo­li­be­ri­sta la mag­gior parte di quanti si sono astenuti.

Se si assume que­sta rap­pre­sen­ta­zione, emerge un primo dato rile­vante. L’insieme delle forze «euro­pei­ste» è soste­nuto da un risi­cato 30–35% dell’elettorato, con­tro un 65–70% di cri­tici, con pic­chi in Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Gre­cia e in quasi tutti i paesi dell’est (qui l’astensionismo viag­gia tra il 75 e l’80%), già pas­sati dall’entusiasmo alla disil­lu­sione. Il fatto che l’insieme di quanti a qual­siasi titolo avver­sano l’auste­rity sia ete­ro­ge­neo non toglie che que­sta (schiac­ciante) mag­gio­ranza revo­chi in dub­bio la legit­ti­mità di una lea­der­ship che medi­tasse di con­ti­nuare a taglieg­giare i popoli euro­pei con deva­stanti poli­ti­che di «risanamento».

Altri ele­menti emer­gono se con­si­de­riamo i diversi modi di porsi cri­ti­ca­mente nei con­fronti dell’Europa. In que­sto caso l’elettorato risulta tri­par­tito. A fronte di chi «accon­sente» (votando per Socia­li­sti, Popo­lari o Libe­rali), c’è da una parte l’elettorato della destra euro­scet­tica, dall’altra quello della sini­stra di alter­na­tiva, cri­tica ma non anti-europea. Quali indi­ca­zioni emer­gono da quest’altra prospettiva?

Intanto, il dato inquie­tante della cre­scita forte, per non dire tra­vol­gente, della destra. Che supera di slan­cio il 25% degli eletti (erano, nel 2009, il 15,8) e che potrà con­tare, nel nuovo par­la­mento, su 189 seggi (con­tro i 121 di cin­que anni fa). Ci si può con­so­lare della fram­men­ta­zione di que­sta galas­sia. Dif­fi­cil­mente i con­ser­va­tori anti-europei (tra cui spicca l’Ukip dello xeno­fobo Farage) si uni­ranno alle forze ancora più radi­cali (dal Front natio­nal ai nazi­sti della Npd e di Alba dorata, pas­sando per lo Job­bik unghe­rese, il Peo­ple party danese, la Pvv di Wil­ders, gli eredi di Hai­der della Fpö, il Vlaams belang belga e la Lega nord), scio­vi­ni­ste e raz­zi­ste. Il tra­va­glio del M5S in cerca di alleanze atte­sta l’eterogeneità di que­sto arci­pe­lago. Ma il dato poli­tico resta intatto.

È dif­fi­cile non vedere che carat­te­rizza quest’ampio set­tore dell’elettorato euro­peo un tratto comune, costi­tuito dal com­bi­nato tra il risen­ti­mento verso l’«alto» (le éli­tes diri­genti) e l’«altro» (lo stra­niero, l’euro, la stessa Ue) e una pul­sione a rin­chiu­dersi entro i con­fini nazio­nali. Un mix che ripro­duce, aggior­nan­dola, la sot­to­cul­tura del nazio­na­li­smo aggres­sivo che nel ’900 con­ta­giò gran parte dell’Europa nel segno della vio­lenza e dell’odio. Il fatto che nes­suno sia al momento in grado di ege­mo­niz­zare que­sta massa è una for­tuna, ma non ci si dovrebbe illu­dere. In molti casi si tratta di forze già capaci di con­di­zio­nare i governi nazio­nali. E il risor­gere di pul­sioni nazio­na­li­ste e raz­zi­ste a settant’anni dall’ultima guerra mon­diale non può non pre­oc­cu­pare chi sa quanto lento sia il ritmo della sto­ria, quanto il pas­sato tardi a pas­sare per davvero.

La distin­zione tra cri­tici di destra e di sini­stra dice però anche che resi­ste e, pur di poco, cre­sce (dal 4,6 al 5,6%, soprat­tutto gra­zie a Syriza) la com­po­nente cri­tica di sini­stra, mossa non da un gene­rico anti-europeismo, ma dalla domanda di un deciso cam­bia­mento delle poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali e della archi­tet­tura isti­tu­zio­nale della Ue. Per quel che riguarda il nostro paese, tiriamo un sospiro di sol­lievo per il supe­ra­mento dello sbar­ra­mento da parte della lista Tsi­pras, otte­nuto mal­grado il silen­zio dei mezzi d’informazione. Ben­ché essere tor­nati a Stra­sburgo per pochi deci­mali tra­di­sca per­si­stenti dif­fi­coltà, si tratta di un risul­tato impor­tante e non scon­tato. Che corona l’impegno di chi ha saputo ridare fidu­cia a un elet­to­rato ten­tato dalla ras­se­gna­zione bat­ten­dosi con­tro le reci­pro­che gelo­sie dei gruppi diri­genti (il che però non giu­sti­fica una reto­rica della «società civile» e una demo­niz­za­zione dei par­titi che non hanno pro­prio nulla di sini­stra). Detto que­sto, non biso­gna rimuo­vere i problemi.

Sarebbe sciocco negare che la strada da per­cor­rere è lunga, dato che, quanto a fram­men­ta­zione, la sini­stra euro­pea si trova in una situa­zione spe­cu­lare alla destra. Finora un po’ dap­per­tutto hanno pre­valso i patriot­ti­smi di par­tito e si sono pri­vi­le­giate le diverse appar­te­nenze. In un’Europa fla­gel­lata dalla crisi e minac­ciata dagli spet­tri del suo pas­sato peg­giore sarebbe dis­sen­nato per­se­ve­rare in tale stato di cose, che ha reso la sini­stra inin­fluente. Il tempo che ci separa dalle ele­zioni poli­ti­che (e in Ita­lia già dalle pros­sime regio­nali) dirà se la sini­stra euro­pea avrà saputo meri­tarsi que­sta chance, che potrebbe dav­vero essere l’ultima.

Rimane, infine, un que­sito: che cosa faranno le forze che hanno rac­colto i mag­giori con­sensi? C’è il rischio reale che la marea nazio­na­li­sta e xeno­foba inter­cetti il males­sere dei ceti medi e della stessa classe lavo­ra­trice, sino a som­mer­gerci. Per­ché ciò avvenga baste­rebbe che le classi diri­genti, soprat­tutto nei prin­ci­pali paesi, repli­cas­sero le scelte sin qui assunte, nutrendo con ciò, nei set­tori sociali meno pro­tetti, la sen­sa­zione di essere abban­do­nati alla pre­ca­rietà e all’indigenza nel nome di una comu­nità che pre­mia sem­pre e sol­tanto «gli altri». Pur­troppo, stando ai pre­ce­denti e alle prime noti­zie (già si ven­tila la costi­tu­zione di una «grande coa­li­zione» Ppe-Pse-Liberali sul modello tede­sco), è pro­ba­bile che le cose vadano pro­prio così. Che ci si dimen­ti­chi alle­gra­mente della minac­cia e che di occu­pa­zione ed equità si torni a par­lare giu­sto nei comizi.

Ma la spe­ranza è l’ultima a morire. Non pos­siamo ancora esclu­dere che le forze «euro­pei­ste» in teo­ria più avan­zate (Socia­li­sti e Verdi) pren­dano sul serio l’allarme risuo­nato dome­nica scorsa. Rive­dano in pro­fon­dità le poli­ti­che che hanno dato fiato alle sirene nazio­na­li­ste, e aprano final­mente un dia­logo con la sini­stra, finora stru­men­tal­mente dipinta come un inter­lo­cu­tore impos­si­bile. Diver­sa­mente, esse si assu­me­reb­bero una gra­vis­sima respon­sa­bi­lità. È vero, hanno otte­nuto un risul­tato discreto e pos­sono imporre ai Popo­lari di farle entrare nella stanza dei bot­toni. Ma la poli­tica non è l’aritmetica, e igno­rare che la gran parte dell’elettorato esige cam­bia­menti radi­cali var­rebbe a spin­gere l’Europa verso il bara­tro. Le oche avreb­bero allora star­naz­zato inu­til­mente, mostrando che non c’è allarme che basti per chi ha deciso di non voler sentire.

ALBERTO BURGIO

da il manifesto

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Elezioni europee 2014



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