Per Helin, Mustafa e Ibrahim

Non c’è nulla che colleghi la rimodulazione del MES (il “Meccanismo Europeo di Stalibità”) da parte delle istituzioni dell’Unione Europea con la morte di Helin, di Mustafa e, per...
Ibrahim Gokcek

Non c’è nulla che colleghi la rimodulazione del MES (il “Meccanismo Europeo di Stalibità”) da parte delle istituzioni dell’Unione Europea con la morte di Helin, di Mustafa e, per ultima, quella del bassista del gruppo musicale Grup Yorum, Ibrahim. Mettere a confronto le foto fa impressione: prima dei 323 giorni di sciopero della fame che lo hanno portato alla morte, Ibrahim era un giovane musicista. Un marxista, un comunista, un artista del basso che suonava da oltre quindici anni. Note di protesta, di militanza politica che non piacevano al regime di Erdogan.

Non c’è nulla che colleghi la stabilità economica dell’Unione Europea a queste donne e questi uomini, accusati di essere dei terroristi, di fiancheggiare il gruppo armato DHKP-C impegnato nella lotta per un socialismo in una Turchia dove i diritti umani continuano ad essere una chimera. Eppure un collegamento deve esserci tra un’Europa che ogni tanto vaglia la domanda di adesione di Ankara all’Unione e la complessità dei rapporti interni, politici, sociali e culturali di un popolo messo contro altri popoli che sono minoranza e che vengono schiacciati militarmente da decenni.

La lotta dei curdi per il riconoscimento dello Stato che non hanno mai avuto, la prigionia di Abdullah Ocalan, la repressione di ogni dissenso organizzato, sono la fisionomia di un potere politico che chiede ad un altro potere, molto meno politico e molto più economico, di avere garanzie sul trattamento che si deve riservare alla Sublime Porta sul terreno delle esportazioni, del turismo da pubblicizzare in tutti i Paesi della UE, dei rapporti economici riguardanti il tracciamento di nuovi gasdotti, oleodotti e commerci di alto rango che sono alimentati dallo sfruttamento veramente imperialista di territori attualmente in guerra (Siria, Libia, eccetera…).

L’Unione Europea avrebbe potuto intervenire maggiormente sul terreno dei diritti umani e sociali in Turchia: avrebbe potuto far valere una voce condizionata a concessioni di tipo economico, minacciando ricorsi all’ONU, oppure chiusure di cordoni di borsa e di rotte commerciali per il regime di Erdogan. Non l’ha fatto. La preoccupazione dell’UE è soltanto l’UE stessa: del resto è naturale che sia così in un sistema come quello capitalistico. Si agisce politicamente soltanto se vi è un interesse di parte da mettere a frutto e sfruttare per bene.

Le canzoni di Ibrahim, di Helin e di Mustafa parlano da un quarto di secolo di sfruttamento dei lavoratori, del terrore politico scatenato contro gli oppositori, delle repressioni nelle regioni autonome del Kurdistan, del ricorso sistematico alla tortura nelle prigioni contro detenuti la cui unica colpa è quella di aver cercato una rivoluzione sociale per l’emancipazione di tutti i popoli della Turchia, nel nome di quella fratellanza universale propria del comunismo.

Ma l’Europa è molto attenta al MES, alla pandemia non in quanto tale, ma in quanto elemento destabilizzatore dei rapporti di forza economici, dei privilegi delle classi dominanti, dell’alta finanza. Non c’è tempo per ascoltare la voce di una protesta pacifica, ghandiana e, per questo, fortemente risoluta. Bobby Sands, detenuto nelle prigioni di Sua Maestà britannica, morì dopo 55 giorni di sciopero della fame. Per la libertà, per la giustizia sociale, per l’indipendenza del suo Paese.

Helin, Mustafa ed Ibrahim hanno fatto quasi un anno di sciopero della fame ciascuno. Un tempo infinito, che per l’appunto oltrepassa quella comprensione di una resistenza possibile che va nell’impossibile e che diviene eclatante, che non può non essere sentita, al pari della musica di protesta del Grup Yorum. Nessun quotidiano oggi osa eludere la notizia della morte di un terzo elemento del gruppo: qualcuno pubblica le foto ultime di Ibrahim. Immagini che nel pallore epidermico, nelle pieghe del viso ormai quasi ridotto alle sole ossa, ricordano la scarnificazione dei deportati nei campi di sterminio nazisti.

Quei corpi privi di muscolatura, lasciati cadere a terra e lì contemplati dai liberatori che si sono trovati a gestire un confronto con l’attualità e il futuro di una morale da consegnare alle generazioni seguenti cercando di trovare una spiegazione all’inspiegabile, perché  quello che metteva a disagio era l’enorme quantità di cadaveri accumulati, accatastati e poi gettati nelle fosse comuni con sopra la calce e la terra, frutto di una guerra che circondava i campi del Terzo Reich ma che non vi entrava se non con i carri bestiame pieni di persone considerate subumane, inferiori e indegne di vivere.

Ovviamente nulla di tutto ciò è possibile se ci si appella alla bontà della legge. Nessuna legge ispirata da un sincero umanesimo potrebbe consentire repressioni di questa natura. Ma la legge è frutto dei tempi e i tempi sono il frutto, a loro volta, dei rapporti di forza economico-politici che si stabiliscono di volta in volta a seconda degli equilibri dettati dal capitalismo. Così, la legge deve seguire la morale ma evita accuratamente di guardare alla coscienza.

La morale cambia, la coscienza dovrebbe essere invece solidamente agganciata a princìpi fondamentali, irrefutabili, incontrovertibili: princìpi naturali che proclamano diritti universali. Invece anche la coscienza è frutto del nostro essere sociale, di come viviamo e dei rapporti che intratteniamo – volenti o nolenti – con il resto dell’umanità. Quindi l’unico modo per evitare che la giustizia sia piegata al potere è, in tutta l’insufficienza che rappresenta, quanto meno arrivare ad un principio di separazione dei poteri, di rispetto reciproco dei poteri stessi tra loro, di equipollenza. Si chiama “democrazia“: liberale, borghese, definitela pure come credete.

Il problema della coniugazione delle libertà formali con quelle sostanziali, della forma giuridica della democrazia, di quella “organizzativa” con quella concreta fatta di libertà individuali e collettive, di emancipazione volta alla concretizzazione dell’uguaglianza, è un tema che ricorre in Marx e che è, come si può ben vedere, attualissimo oggi; soprattutto in quei luoghi dove stride maggiormente la contraddizione sociale tra capitale e lavoro, tra (presunto) sviluppo economico e  (concreto) sviluppo civile.

La democrazia si nutre di potere, certo (a proposito si può leggere un ottimo saggio di Giulio Di Donato da “Marxismo oggi”, tratto da “Alternative per il Socialismo”) E se davvero esiste un potere “buono“, forse deve essere ancora inventato. O forse è quello che non si potrà mai inventare. Sta di fatto che la lotta di Ibrahim e dei suoi compagni era una lotta per la democrazia ma andava oltre la democrazia stessa, proponendosi come battaglia culturale per il risveglio proprio di quelle coscienze impaurite, terrorizzate e anche corrotte che un sistema politico al servizio dei grandi potentati dell’area mediorientale ha costretto ad essere tali.

C’è una particolarità nella formazione del Grup Yorum: la musica era il volano delle loro proteste, delle loro proposte. Era ed è passione. Lo rimane, unitamente e non separabilmente dalla lotta politica perché il gruppo non ha mai avuto una formazione originale, unica che, se veniva meno, avrebbe decretato la fine di quell’esperienza di cultura e di lotta. Ai quattro ragazzi che per primi lo fondarono, nel Grup Yorum si sono succeduti altri musicisti, altri compagni, altri militanti del socialismo e della libertà.

Senza troppa enfasi, ma riconoscendo loro il giusto tributo per il sacrificio estremo compiuto e per i tanti anni di carcere distribuiti dalla “giustizia” turca, va detto soprattutto ai mestatori dell’odio per l’odio, della primazia tra culture e del giustificazionismo del potere per il potere, delle tirannie nel nome del profitto, che sono questi compagni come Helin, Mustafa e Ibrahim e tutte e tutti coloro che hanno quel particolare coraggio di sfidare la repressione a far crescere non la semplice coscienza “borghese” del buono contro il cattivo, del giusto contro l’ingiusto, ma del sociale contro l’antisociale, della giustizia sociale contro lo sfruttamento. Sotto qualsiasi forma.

MARCO SFERINI

8 maggio 2020

foto: screenshot

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