Partiti aperti

Esaurita la sbornia personalistica che aveva contraddistinto la segreteria Renzi, il PD si è ritrovato alle prese con la propria insufficienza rispetto alla complessità della fase politica e ha...
Nicola Zingaretti, Segretario nazionale del PD

Esaurita la sbornia personalistica che aveva contraddistinto la segreteria Renzi, il PD si è ritrovato alle prese con la propria insufficienza rispetto alla complessità della fase politica e ha così cercato di colmare il vuoto lasciato da quella gestione poggiando, da un lato, sulla capacità di alcuni dei suoi amministratori locali (come nel caso di Bonaccini) e sulla “novità” rappresentata dalle “sardine” che hanno riempito le piazze in nome di una “contropolitica” rispetto all’ apparentemente dominante “antipolitica” .

Sardine” che oggettivamente hanno rappresentato un importante punto d’appoggio per lo stesso PD.

Passato lo scoglio delle regionali in Emilia-Romagna la segreteria democratica ha lanciato una campagna di “rifondazione” del Partito.

Una “rifondazione” che dovrebbe essere portata avanti attraverso una proposta di apertura all’esterno: si tratta di un ritornello che abbiamo già sentito tante volte rivolto alla società civile, ai movimenti (girotondi piuttosto che sardine), sindaci, amministratori locali ecc, ecc.

I primi passi nella direzione di questa presunta “rifondazione” il PD li si sta compiendo attraverso la presentazione di candidati civici alle prossime elezioni regionali e amministrative: candidati scelti attraverso la considerazione prioritaria riguardante l’interesse (e/o l’esperienza) sui temi ambientali, anche per corrispondere, almeno secondo l’indicazione dei media, ad un altro fenomeno di moda.

Fenomeno riassumibile come “effetto Greta”.

Ad esempio in Veneto per le Regionali e a Venezia per le comunali pare che la preferenza possibile esprimibile dal PD ala carica di Presidente della Regione e di Sindaco di Venezia riguardi due laureati (un uomo e una donna) rispettivamente in economia dell’energia e in scienze ambientali.

Accantonate le primarie la presunta rifondazione del PD parte quindi ancora una volta dal vertice: dai candidati e dalle elezioni, cioè da una ricerca di crescita del consenso elettorale inteso come solo segno possibile per determinare di una ritrovata capacità del partito di risultare competitivo.

Fin qui però dalla dirigenza democratica non sono stati toccati due punti:

1) il tema del progetto. A questo proposito non compare nel PD, almeno fino a nuovo avviso, un’ipotesi di superamento dell’impostazione di semplice gestione dell’esistente (attualmente e da tempo priva anche di soli modesti afflati riformisti) e di andare oltre all’avvenuto sacrificio di identità sull’altare del governo come è successo nella fase di formazione dell’attuale esecutivo. Il PD soffre di un’assenza di riferimenti complessivi sul piano culturale che proviene da lontano, almeno da quella “fusione fredda” attuata nel 2007 con il solo scopo di corrispondere alla “vocazione maggioritaria”. Una “fusione fredda” basata su di una mera visione elettoralistica dello scopo stesso di esistenza della formazione politica. Manca una visione di collegamento culturale, non viene esercitata alcuna funzione pedagogica, non è stata aperta una seria riflessione sulla completa assunzione dell’ideologia neoliberista verificatasi a suo tempo nella fase dell’Ulivo;

2) il tema della forma politica. “Forma politica” e non tanto“Forma partito”: la seconda definizione quella appunto di “Forma partito”, infatti, risulterebbe quanto meno semplicistica proprio rispetto alla realtà dei tempi che stiamo vivendo. La “politica” ha subito, anche sulla spinta dell’innovazione tecnologica in campo mediatico e della comunicazione, una modificazione profonda passando (come ci è già capitato più volte di sottolineare) da fatto prevalentemente fondato sul pensiero come espressione di una identità culturale a questione di immagine e di richiesta di scelta elettorale basata sulla competizione individualistica dell’apparire. In questo senso è risultato micidiale il meccanismo dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Giunte Regionali (questi ultimi ormai impropriamente definiti come “Governatori” dai mezzi di comunicazione di massa). Elezione diretta che sicuramente ha garantito la stabilità degli esecutivi al prezzo di una vera e propria mortificazione dei consessi elettivi e di conseguenza della rappresentanza e della partecipazione.

L’elezione diretta dei Presidenti di Regione ha anche trasformato definitivamente la realtà amministrativa dell’Ente diventato esclusivamente sede di elargizione di spesa e fabbrica di nomine,privato quasi completamente della funzione legislativa che doveva essere esercitata come previsto dal primo capoverso dell’articolo 117 della Costituzione.

Su questi due punti, dell’identità progettuale e della forma dell’agire politico, il PD non sta tendendo a rinnovarsi e anzi, sul piano dell’ indeterminatezza identitaria, sembra esercitare una sorta di coazione a ripetere rispetto al passato.

In realtà si tratta di una carenza di visione culturale che ha attraversato la storia di PDS e DS e che si trascina fin dal processo di liquidazione del PCI. Una carenza di visione culturale che poi via via si è mantenuta al momento della formazione del PD.

Nel PD è così è sopravvenuta l’egemonia della ex-sinistra democristiana. Un’egemonia alimentata dall’idea dell’americanizzazione del partito, americanizzazione poi arrivata addirittura ad accettare la versione personalistica del potere di Renzi.

Adesso poi sul PD pesa la prevalenza nelle scelte di governo dell’ideologia “antipolitica” espressa dal M5S.

Il PD, insomma, non può essere inteso come partito “flessibile” ma come vero e proprio “partito – spugna”, ben oltre quella che potrebbe essere considerata una giusta porosità dei propri confini.

Partito – spugna”, una definizione da non intendersi come espressione di un certo grado di apertura sociale ma bensì quale indicazione di una debolezza strutturale sul piano culturale prima ancora che politico.

Quello appena descritto appare un quadro che ,oggettivamente, lascia ampi spazi vuoti a sinistra :in particolare se si analizzano le difficoltà incontrate anche dal M5S che ormai non appare più disporre di quei dati di credibilità complessiva di cui il MoVImento pareva poter disporre fino a qualche tempo fa.

Ma sul versante della “gauche” (intesa nelle solite due versioni: moderata riformista e massimalista di movimento) non solo si sta tardando a cercare un’intesa che dovrebbe realizzarsi attorno ad un progetto di vera e propria ricostruzione, ma non si riesce neppure a recuperare tracce sufficienti di avvio di nuova ricerca posta sul piano dell’identità.

Il prossimo referendum sul tema della diminuzione del numero dei parlamentari potrebbe rappresentare un’occasione per tentare di realizzare un passo in avanti: l’indicazione di voto per il “NO”, infatti, dovrebbe discendere non certo da una espressione di mera volontà conservativa ma dalla capacità di raccogliere un consenso attorno al rafforzamento dell’idea del tipo di democrazia repubblicana disegnata dalla Costituzione.

Un riferimento, quella di una formazione di sinistra costituzionale, che risulterebbe sicuramente positivo per cominciare a discutere su idee di progressiva scomposizione e aggregazione di un’area di sinistra per la quale non mancherebbero spazi di agibilità politica: attenzione però, in questo campo non è ammesso il vuoto. Una colmatura di spazio che negli ultimi anni si è verificata o per via “sostitutiva” da parte della magistratura o per via dell’antipolitica da parte del M5S. Dunque: Attenzione!

FRANCO ASTENGO

14 febbraio 2020

foto: screenshot

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